Sui "Manoscritti economico-filosofici"
Giorgio Nebbia
E' passato oltre un secolo e mezzo dalla redazione degli appunti, scritti in tedesco a Parigi dal ventiseienne Carlo Marx, su tre "quaderni", pubblicati a Berlino nel 1932 col titolo: "Manoscritti economico-filosofici del1844". I "Manoscritti" furono conosciuti in Italia subito dopo la Liberazione ed attrassero grande attenzione, anzi ebbero presto una certa celebrità. Due traduzioni parziali in italiano erano apparse nel 1947, una a Bologna a cura di Galvano Della Volpe e l'altra a Pisa a cura di Delio Cantimori; una traduzione completa a cura di Norberto Bobbio fu pubblicata da Einaudi nel 1949, seguita da un'altra traduzione di Della Volpe pubblicata nel 1950 dalle Edizioni Rinascita, con varie ristampe a cura degli Editori Riuniti ("Opere filosofiche giovanili" di Marx). Nel 1968 Bobbio pubblicò un'altra traduzione, tenendo conto delle edizioni critiche apparse nel frattempo. Delle edizioni pubblicate da Einaudi e dagli Editori Riuniti sono fortunatamente ancora disponibili varie ristampe.

I "Manoscritti" del 1844 furono uno dei libri di culto di varie generazioni di marxisti, anche perché possono essere letti sotto vari punti di vista, dal filosofo, dallo studioso dell'evoluzione del pensiero di Marx e infine dai militanti della contestazione ecologica. E' da quest'ultimo punto di vista che voglio qui parlarne, anche nel quadro di un dibattito, mai placato, sulla compatibilità fra l'"ecologia" e il pensiero comunista e marxiano.

Nella breve primavera che va dal 1968 al 1973, ci fu un vivace scontro fra i comunisti e la contestazione ecologica, accusata di origine e posizioni "borghesi". E' vero che la denuncia del degrado ambientale, della speculazione, dell'inquinamento, è arrivata in Italia sull'onda della contestazione e della protesta giovanile nata in America, e che ha trovato ascolto presso insegnanti, intellettuali, studenti - borghesi, se vogliamo così chiamarli - attenti alla salvaguardia dei beni e dei valori collettivi, critici nei confronti di un mondo imprenditoriale e affaristico che aveva costruito un miracolo economico sull'assalto alle città, sulla distruzione del verde, sull'avvelenamento dei fiumi e dell'aria.

Da una parte i "padroni" furono abili nel denunciare le proposte di cambiamento - una maniera diversa di produrre e consumare - avanzate dalla contestazione ecologica, come ubbie di una classe media ormai sazia nei suoi bisogni più importanti, che andava propagandando nuovi valori come i diritti degli animali, il diritto a respirare aria pulita, la salvaguardia del verde e dei monumenti, chiedendo interventi che avrebbero rallentato o frenato "il progresso", creato disoccupazione e che ben mostravano perciò il loro carattere anti-operaio.

Dall'altra parte anche la sinistra se la prese con la contestazione ecologica borghese: l'"ecologia delle contesse". Solo una grande rivoluzione proletaria, non le assemblee di Italia Nostra o del WWF, avrebbero potuto rovesciare i rapporti di produzione, avrebbero potuto portare al soddisfacimento dei bisogni di tutti senza inquinamenti.

Fu un periodo di grandi contraddizioni, la cui storia è ancora tutta da scrivere (1): un periodo in cui una parte del mondo operaio e della sinistra anticipò lotte, soprattutto per la salute in fabbrica, che erano "ecologiche" anche se non venivano chiamate così; in cui il partito comunista fu stretto fra posizioni lungimiranti e un mito della produzione industriale - sprezzantemente chiamato, dagli avversari, "industrialismo" - nel quale la difesa dell'ambiente era un bene secondario rispetto all'occupazione; in cui alcuni, a sinistra, riconoscevano che l'"ecologia è rossa" in quanto una lotta per l'ecologia avrebbe potuto accelerare la lotta contro l'arroganza del potere economico e politico dominante; in cui molti rappresentanti dell'ecologia borghese credevano di riconoscere la causa della scarsa attenzione ambientalista dei comunisti e degli operai nel fatto che Marx ed Engels, a cui essi si riferivano, non avevano capito niente dell'ecologia e dei nuovi diritti di cui l'ecologia si faceva portatrice.

Quest'ultima obiezione derivava dall'ignoranza del pensiero marxiano, come apparve quando, nel novembre 1971, il Partito Comunista Italiano organizzò a Frattocchie, vicino Roma, sul tema "Uomo natura società", un celebre seminario nel corso del quale fu fatto uno sforzo per "rileggere" le opere di Marx ed Engels alla luce della nuova ondata di contestazione. Gli atti del seminario furono pubblicati dagli Editori Riuniti e sono, sfortunatamente, ormai, una rarità bibliografica.

Erano i tempi in cui c'era, fra l'altro, una grande attenzione proprio per gli scritti del "giovane Marx" e per i "Manoscritti"; una rilettura delle opere di Marx ed Engels mostrò che esse anticipavano profeticamente molti dei temi della contestazione ecologica. E del resto non c'era niente da meravigliarsi. Marx (1818-1883) ed Engels (1820-1895) vissero in un'epoca straordinaria, attraversata da grandi rivoluzioni politiche e culturali, e la vissero nel cuore stesso di tali rivoluzioni, fra Germania, Francia e Inghilterra.

Marx ed Engels furono contemporanei di Liebig (1803-1873), di Darwin (1809-1882), dello stesso Haeckel (1834-1919), l'"inventore" della parola "ecologia"; furono contemporanei di Dickens (1812-1870) e di Owen (1771-1858); videro e denunciarono le condizioni di lavoro degli operai, le frodi alimentari, il degrado urbano e tutte le distorsioni violente nei rapporti fra gli esseri umani e la natura e l'ambiente circostante, e fra gli esseri umani, provocati dal modo capitalistico di produzione.

Nel 1845, l'anno successivo alla redazione dei "Manoscritti" di Marx, Engels aveva scritto il libro sulla "Situazione della classe operaia in Inghilterra", la drammatica descrizione della città industriale e delle sue condizioni di vita, della Coketown illustrata da Dickens nell'"Oliver Twist" del 1837-38, in "Tempi difficili" del 1854. Come è ben noto, il tema dell'alienazione degli esseri umani, dei lavoratori, dal loro lavoro e dalla natura, pervade tutti e tre i "Manoscritti".

Il primo tratta il salario, il profitto del capitale, la rendita fondiaria, il lavoro estraniato, con quel lungo brano che spiega come, nella società capitalistica, il lavoratore sia espropriato della sua attività. Come conseguenza dell'estraniazione dal lavoro, l'uomo viene privato anche del suo rapporto con la natura, che è il suo corpo inorganico, anzi il suo corpo stesso, con cui deve stare in costante rapporto per non morire. Eppure il lavoro consentirebbe all'uomo di produrre in modo universale, ad un livello superiore a quello del lavoro degli altri animali.

"L'animale costruisce soltanto secondo la misura e il bisogno della specie, a cui appartiene, mentre l'uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie e sa ovunque predisporre la misura inerente a quel determinato oggetto; quindi l'uomo costruisce anche secondo le leggi della bellezza."

Questo passo è uno dei pochi in cui Marx si lascia andare a considerare la bellezza come valore e frutto del lavoro umano, e che anticipa quello, ben più noto, dell'"ape e l'architetto" che si trova nel quinto capitolo del primo libro del "Capitale".

Il rapporto fra il lavoratore e il prodotto del suo lavoro è annullato nella società capitalistica che rende l'uomo estraneo non solo alla sua attività ma anche alla base stessa naturale della vita e del lavoro, che estranea ogni uomo dagli altri uomini, distruggendo la collaborazione e la solidarietà di classe, elevando a legge la lotta dell'esistenza e la sopravvivenza del più forte, un tema su cui Spencer (1820-1903) avrebbe scritto di lì a poco, proprio negli stessi anni in cui sarebbe uscito il "Capitale".

L'origine, la fonte, e, nello stesso tempo, il prodotto, il risultato e la conseguenza necessaria del lavoro alienato è la proprietà privata, il cui carattere e ruolo sono ripresi nel secondo, il più breve, dei "Manoscritti". Come la proprietà privata condizioni non solo il lavoro, ma anche i bisogni umani è descritto in modo suggestivo nel terzo dei "Manoscritti", di cui riproduco alcuni passi nella traduzione di Norberto Bobbio (i corsivi sono nel testo).

"Abbiamo visto quale significato abbia, facendo l'ipotesi del socialismo, la ricchezza dei bisogni umani, e quindi tanto un nuovo modo di produzione quanto anche un nuovo oggetto di produzione... Nell'ambito della proprietà privata il significato opposto. Ogni uomo s'ingegna di procurare all'altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo ad un nuovo sacrificio, per ridurlo ad una nuova dipendenza e spingerlo ad un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica. Ognuno cerca di creare al di sopra dell'altro una forza essenziale estranea per trovarvi la soddisfazione del proprio bisogno egoistico.

Con la massa degli oggetti cresce quindi la sfera degli esseri estranei, ai quali l'uomo è soggiogato, ed ogni nuovo prodotto è un nuovo potenziamento del reciproco inganno e delle reciproche spogliazioni. L'uomo diventa tanto più povero come uomo, ha tanto più bisogno del denaro, per impadronirsi dell'essere ostile, e la potenza del suo denaro sta giusto in proporzione inversa alla massa della produzione; in altre parole, la sua miseria cresce nella misura in cui aumenta la potenza del denaro. Perciò il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall'economia politica, il solo bisogno che essa produce....

Così si presenta la cosa anche dal punto di vista soggettivo: in parte l'estensione dei prodotti e dei bisogni si fa schiava - schiava ingegnosa e sempre calcolatrice –

- di appetiti disumani, raffinati, innaturali, e immaginari.... Il produttore, al fine di carpire qualche po' di denaro e di cavare gli zecchini dalle tasche del prossimo cristianamente amato, si adatta ai più abietti capricci dei propri simili, fa la parte di mezzano tra i propri simili e i loro bisogni, eccita in loro appetiti morbosi, spia ogni loro debolezza per esigere poi il prezzo dei suoi buoni uffici..."

Lo stile e i termini sono quelli di uno scrittore di un secolo e mezzo fa, ma l'immagine che viene data della società corrisponde perfettamente a quella che abbiamo sotto gli occhi anche oggi: vengono inventate merci non per soddisfare bisogni, ma per asservire ogni persona a nuovi acquisti; vengono creati con le più raffinate tecniche, nuovi bisogni per mettere in concorrenza gli esseri umani fra loro, fin dalla più tenera età, colpendo in questo maggiormente le classi meno abbienti che sono costrette a cercare più guadagni, leciti e illeciti, per ridursi a sempre nuove dipendenze.

Nel terzo "Manoscritto" seguono poi alcuni passi sulla città e sulle abitazioni, che spiegano bene come la conquista della casa non solo debba essere pagata, ma pagata a caro prezzo alla speculazione che assicura case in zone affollate, con l'aria e le acque contaminate; il tema del degrado urbano si ritroverà tante volte nelle opere di Marx e di Engels, fino all'"AntiDühring" di Engels del 1878.

"Lo stesso bisogno dell'aria aperta - continua il terzo dei "Manoscritti del 1844" - cessa di essere un bisogno nell'operaio; l'uomo ritorna ad abitare nelle caverne, la cui aria però è ormai viziata dal mefitico alito pestilenziale della civiltà, e ove egli abita ormai soltanto a titolo precario, rappresentando esse per lui ormai una estranea potenza che può essergli sottratta ogni giorno e da cui ogni giorno può essere cacciato se non paga. Perché egli questo sepolcro lo deve pagare. La casa luminosa, che, in Eschilo, Prometeo addita come uno dei grandi doni con cui ha trasformato i selvaggi in uomini, non esiste più per l'operaio. La luce, l'aria, ecc., la più elementare pulizia, di cui anche gli animali godono, cessa di essere un bisogno per l'uomo. La sporcizia, questo impantanarsi e putrefarsi dell'uomo, la fogna (in senso letterale) della civiltà, diventa per l'operaio un elemento vitale. Diventa un suo elemento vitale il complesso e innaturale abbandono, la natura putrefatta."

Dopo aver esaminato come l'economia politica governa ed orienta i bisogni umani al servizio del guadagno e del profitto dei capitalisti, Marx parla dell'organizzazione della produzione.

"Il senso che la produzione ha relativamente ai ricchi, si mostra manifestamente nel senso che essa ha per i poveri: verso l'alto la sua manifestazione è sempre raffinata, dissimulata, ambigua, pura e semplice apparenza; verso il basso è grossolana, scoperta, leale, vera e propria realtà. Il bisogno rozzo dell'operaio è una fonte di guadagno assai maggiore che il bisogno raffinato del ricco. Le abitazioni nel sottosuolo di Londra rendono ai loro padroni più che i palazzi, cioè rappresentano per loro una ricchezza maggiore, e quindi per usare il linguaggio dell'economia politica, una maggiore ricchezza sociale. E così, come l'industria specula sul raffinamento dei bisogni, specula altrettanto sulla loro rozzezza; sulla loro rozzezza in quanto è prodotta ad arte, e di cui pertanto il vero godimento consiste nell'autostordimento, che è una soddisfazione del bisogno soltanto apparente, una forma di civiltà dentro la rozza barbarie del bisogno. Le bettole inglesi sono perciò una rappresentazione simbolica della proprietà privata. Il loro lusso mostra il vero rapporto del lusso e della ricchezza dell'industria con l'uomo. E sono quindi anche a ragione i soli divertimenti domenicali del popolo trattati per lo meno con mitezza dalla polizia inglese."

Sono tutti temi che Marx riprenderà molte volte nelle sue opere, ma che qui mi sembra vengano formulate con un'ironia e un vigore che non sempre si trovano nelle opere più mature. C'è una soluzione? Il giovane Marx l'individua nel "comunismo come soppressione positiva della proprietà privata intesa come autoestraniazione dell'uomo, e quindi come reale appropriazione dell'essenza dell'uomo mediante l'uomo e per l'uomo; perciò come ritorno dell'uomo per sé, dell'uomo come essere sociale, cioè umano. Questo comunismo ... è la vera risoluzione dell'antagonismo fra la natura e l'uomo, fra l'uomo e l'uomo, ... tra la libertà e la necessità, tra l'individuo e la specie... L'essenza umana della natura esiste soltanto per l'uomo sociale; infatti soltanto qui la natura esiste per l'uomo come vincolo con l'uomo, come esistenza di lui per l'altro e dell'altro per lui, soltanto qui essa esiste come fondamento della sua propria esistenza umana... Dunque la società è l'unità essenziale, giunta al proprio compimento, dell'uomo con la natura, la vera risurrezione della natura, il naturalismo compiuto dell'uomo e l'umanismo compiuto della natura."

Le analisi degli ultimi decenni hanno mostrato bene che la radice della crisi ecologica sta proprio nello sfruttamento privato della natura, bene collettivo per eccellenza, per ricavarne quantità sempre maggiori di merci, progettate e propagandate non per soddisfare bisogni umani, ma per costringere sempre più vaste fasce della popolazione umana a vendere il proprio lavoro per ottenere il denaro necessario per acquistare l'"essere estraneo" di cui parla Marx.

Proprio alla nostra epoca è toccata la sorte di vedere attuata l'anticipazione di Marx, grazie all'asservimento di uno straordinario mezzo di comunicazione come la televisione - un mezzo che avrebbe potuto essere liberatorio, strumento di diffusione di conoscenze e di solidarietà - alla pubblicità e alla vendita delle merci, alla moltiplicazione dei bisogni, alla creazione di bisogni inutili sempre meno duraturi.

E non destano meraviglia le lotte per la conquista di una maggiore fetta del potere televisivo, il più efficace strumento che oggi consente di incantare sempre nuovi acquirenti di merci, capace di creare nuovi miti e modelli da scimmiottare moltiplicando le merci inutili a scapito della conoscenza, della attitudine critica, dei rapporti sociali, tarpando le ali a qualsiasi lotta per l'emancipazione.

Si pensi alla "perfezione" delle tecniche per produrre rumore che sovrasta le parole, alle chat lines in cui vengono scambiate banalità per indurre ad evitare di parlare (chat lines immaginate già nel 1951 da Ray Bradbury in "Fahrenheit 451", come strumento inventato dal "Governo" per impedire la lettura, per impedire di pensare "ai fiori dei campi, ai gigli sereni").

E poiché la crisi ecologica è proprio il risultato dell'espansione dei bisogni artificiali e dei consumi, non c'è da meravigliarsi che i governi di destra rimuovano i controlli e i divieti sui rifiuti, sull'inquinamento, sulla speculazione sui suoli, su qualsiasi cosa che possa rallentare i consumi e gli sprechi.

La rilettura dei "Manoscritti" marxiani di un secolo e mezzo fa potrebbe fornire anche qualche nuova idea sulle linee di lotta di un efficace movimento ambientalista. Certo: è possibile sporcare un po' meno il mare costruendo depuratori, o smaltire un po' di rifiuti con qualche inceneritore, o salvare qualche milione di uccelli disturbando i cacciatori, e ciascuna di queste azioni è in se lodevole, anche se alcune si limitano a spostare la violenza alla natura da una zona all'altra, dall'aria al suolo, dai paesi ricchi a quelli poveri.

Un diverso rapporto con la natura si può cercare soltanto in una critica profonda dei rapporti di proprietà, di produzione, di lavoro, di uso della scienza e della tecnica. Una rivoluzione culturale tutta da inventare e di cui non abbiamo finora modelli a cui riferirci. Le poche società che si spacciavano come socialiste e comuniste sono state spesso segnate da catastrofi ecologiche e da violenze umane perché, in realtà, esse operavano secondo le stesse regole ---dell'espansione della produzione e del potere --- "copiate" dalle società capitalistiche, e praticavano qualsiasi cosa fuorché quel comunismo di cui parla Marx.

La grande svolta a destra dei paesi vetero-capitalistici e di quelli neo-capitalistici, sorti dalle ceneri del falso comunismo e dall'avvio all'emancipazione del Sud del mondo, sta rapidamente aggravando la crisi delle risorse naturali, la pressione demografica, la carica di egoismo, violenza e competizione che mette popoli contro popoli, persone contro persone.

Forse un giorno, forse presto, la situazione ambientale dei terrestri sarà così grave da indurli a ripensare al proprio futuro in termini completamente nuovi e diversi dagli attuali: forse la rilettura di Marx, un giorno, ci aiuterà a ricordare e capire le radici della crisi e ci suggerirà qualche soluzione. E speriamo che non sia necessario aspettare altri 150 anni !

(1) Per alcune considerazioni sui problemi storici ancora aperti e da affrontare si può vedere, per esempio: G. Nebbia, Breve storia della contestazione ecologica, Quaderni di Storia Ecologica (Milano), n. 4, 19-70 (giugno 1994)

(2) Fra i molti scritti di autori italiani che hanno analizzato il pensiero "ecologico" di Marx ed Engels vorrei ricordare i seguenti: (a) G. Prestipino, Natura e società, Roma, Editori Riuniti, 1973; (b) G. Mazzetti, Politica ed ecologia [1973], Ecologia Acqua Aria Suolo, n, 4, 268-287 (maggio 1975); n. 5, 333-347 (giugno 1975); (c) T. Bagarolo, Marxismo ed ecologia, Milano, Nuove edizioni internazionali, 1989; (d) F. Dubla, Ecologia sociale, capitalismo reale, comunismo possibile, Quaderni del Centro Gramsci, Leporano (Taranto), 1993; (e) M. Nobile, Merce-natura ed ecosocialismo", Roma, Coop erre-emme, 1993.

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