Fare ricerca (militante) in urbanistica
Enzo Scandurra
Si chiamano PRIN, sigla che sta ad indicare: Progetti di Ricerca di interesse nazionali, quell’insieme di progetti, in tutti i campi del sapere, che vengono finanziati (in verità co-finanziati) dal Ministero dell’Università e della Ricerca. I Prin sono organizzati da gruppi coordinati di ricerca che si formano ad hoc, a livello nazionale, per studiare un determinato fenomeno fisico o sociale. Il Miur (altra sigla che sta per: Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica) stabilì, diversi anni fa, che tali finanziamenti avrebbe favorito (o, meglio, costretto) il coordinamento scientifico tra gruppi di ricerca di una sede universitaria e altri gruppi di colleghi ricercatori di altre sedi universitarie italiane. Una volta formatosi, il “gruppone” di ricerca sottopone al Miur il suo progetto. Al Miur c’è una speciale Commissione (i cui membri sono coperti da segreto, tanto che vengono chiamati gli “incappucciati”) che esamina i progetti, assegna loro un punteggio molto articolato basato sul merito scientifico della proposta e del profilo, anch’esso scientifico, del coordinatore della ricerca e di tutti i suoi proponenti e, sulla base della disponibilità finanziaria di quell’anno, stabilisce se esso è meritevole, o no, di finanziamento.

In questo libro c’è il risultato appunto di un Prin che ha visto coinvolti ricercatori-urbanisti delle sedi di Milano, Venezia, Firenze, Roma. L’oggetto di studio era: I territori della città in trasformazione: innovazioni delle descrizioni e nelle politiche. A noi di Roma spettava di tentare di descrivere e rappresentare le trasformazioni che sono avvenute (e tutt’ora avvengono) sul territorio della capitale nello scorcio di questi ultimi trent’anni.

C’è subito da premettere che i titoli delle ricerche presentate al Miur (e spesso oltre ai titoli anche i contenuti) sono piuttosto ostici ai più, un po’ come le descrizioni delle malattie che fanno i medici: leggendole non si capisce mai se uno sta bene o è giunto al termine della sua vita; bisogna chiedere loro spiegazioni come se la scrittura fosse un loro modo segreto per riconoscersi (tra medici) ed evitare che altri, non addetti, capiscano. In questo caso il progetto di ricerca partiva dall’ipotesi che le città di questo XXIesimo secolo hanno subito una gigantesca mutazione (in perfetta sincronia con il cambiamento del mondo che esse in fondo ben rappresentano) rispetto a quelle del precedente XXesimo secolo.

Il gruppo di Roma - l’Autore Collettivo di questo lavoro - ha avuto un inizio piuttosto problematico. Come si fa a studiare le trasformazioni di una città come Roma e in particolare la metamorfosi gigantesca delle sue periferie? Qualcuno, tra noi, ha subito detto: partiamo dal centro della città e muoviamoci lungo una qualsiasi delle “consolari” che arrivano e partono da Roma e lungo questo percorso esaminiamo i diversi “strati” che la compongono. Insomma la proposta era quella di adottare un metodo stratigrafico simile a quello usato dai geologi con il carotaggio (quello di trasferire una metafora da una disciplina all’altra è un metodo spesso utilizzato nelle scienze sociali che attingono spesso, secondo questo procedimento, da quelle fisiche, considerate ben più organizzate). E’ stato però fatto subito notare che questo procedimento avrebbe prodotto risultati pochi efficaci. Negli ultimi trent’anni la città non si è soltanto “allungata”, a partire dal centro verso la periferia. Anche questo era successo, certo, ma i cambiamenti riguardano proprio la composizione di queste nuove periferie, la loro trasformazione in qualcosa d’altro rispetto al passato. E poi forse queste misteriose periferie si erano anche spostate; anzi, forse alcune di esse si erano, per così dire, trasferite nel centro, magari a ridosso di più nobili e antichi quartieri della capitale o, addirittura, sul greto del fiume e sotto i suoi ponti . Insomma lo zelante del gruppo avanzò non pochi dubbi su questo modo di procedere considerato che anche la tradizionale organizzazione gerarchica della città (dal centro verso la periferia) apparteneva a un passato anch’esso profondamente mutato. Non voglio farla troppo lunga; si sa che quando si inizia una ricerca si fanno ipotesi, si tenta una strada, si torna indietro, si disegnano “scalette”, spesso, anzi, dopo tanto parlare che credi di essere giunto ad una prima conclusione ti accorgi che si sta ripetendo la stessa scena di una riunione tenuta tanto tempo prima. Allora ti piglia lo sconforto e c’è sempre qualcuno, in quel momento, che dice una cosa che tu sai ma che non vorresti sentire: ragazzi questo ce lo siamo già detto qualche riunione fa e lo avevamo eliminato; qui non si schioda! Troppe chiacchiere. Quello ti viene allora voglia di ucciderlo perché quella stessa stupida esclamazione l’avresti potuta fare anche tu, ma te ne sei trattenuto per pudore. Ai più giovani venne, dopo varie riunioni, un’idea interessante: anziché muoversi lungo le radiali perché non navighiamo lungo il Tevere che la città l’attraversa tutta da nord a sud? Ora chi non conosce Roma deve sapere che lungo questo fiume si può osservare di tutto: i fasti delle notti bianche (d’estate) della grande amministrazione Rutelli-Veltroni, gli accampamenti nomadi dei Rom, passando per insediamenti abusivi, capanne provvisorie di senza casa e così via. D’altra parte, non si dice forse a chi se la passa maluccio: ma che abiti sotto i ponti?

Insomma se mi dilungo sul metodo col quale si è proceduto in questa ricerca (e come penso, col quale si procede in tutte le ricerche) è per far capire ai lettori che c’è un momento iniziale della ricerca nel quale si fanno scelte tutt’altro che neutrali. Scelte delle quali poco si parla nello svolgimento successivo della ricerca e che, invece, costituiscono l’ideologia (brutta parola lo so, ma vorrei usarla nel senso di “visione del mondo” che in quel momento si afferma come condivisa da tutti) che è alla base del lavoro successivo. Non si tratta – ci tengo a precisarlo – esclusivamente della scelta dell’area fisica o del contesto territoriale, ma quella di trovare il “modo” più appropriato per esprimere una intuizione già presente nelle nostre teste di ricercatori.

Forse ho saltato qualche passaggio: ho infatti il sospetto che qualche lettore stia per storcere un po’ il naso. Lo scettico o il prevenuto lettore inizia a sospettare che allora c’è una sorta di “pre-giudizio” nel lavoro di ricerca che inficia la ricerca stessa; insomma quasi quasi che noi si sia scelto un dato “percorso” di lavoro solo perché più confacente a dimostrare ciò-che-già-sapevamo sin dall’inizio. A questo punto credo di aver aperto una controversia infinita e tutt’altro che facile da dirimere. Proviamo a spiegare: il problema è questo: la realtà è magmatica e di per sé inconoscibile, indicibile se non si possiede una bussola con la quale orientarci. Cosa sia questa bussola è difficile a dirsi: forse esperienza, oppure intuizione (l’intuizione gioca spesso un ruolo determinante nella ricerca, così come i sogni, ovvero l’inconscio… ma a dire queste cose si rischia di essere guardati con sospetto), oppure ci guida una visione del mondo (ideologia, appunto), o una sensazione o, forse e meglio, l’insieme di tutte queste cose. Sospetto che la mia risposta non è sufficiente a rassicurare i lettori scettici (quelli accorti invece non si scandalizzano mai di niente e sono sempre disponibili ad ogni complicità con gli autori) sul fatto che avere un’idea su come sono le cose è non solo non pregiudizievole per il lavoro, ma anzi necessaria per cominciare a ricercare. Tuttavia, bisogna pur ammettere, a beneficio dei lettori, che la loro ostinata diffidenza non è priva di fondamento. Infatti tra i ricercatori è diffusa una storiella che si potrebbe raccontare in tante versioni diverse ma che sta a indicare un modo di procedere diciamo così “tautologico” o più esplicitamente imbroglioncello. La storiella è questa: un signore, di notte, sta cercando in terra qualcosa sotto la luce del lampione. Un secondo signore che in quel momento si trova lì di passaggio si ferma incuriosito a guardare e poi chiede: scusi, sta cercando qualcosa? Il primo signore, senza neppure alzare lo sguardo da terra, risponde: si, le mie chiavi di casa. E, mi perdoni se mi intrometto, dove le ha perse? Allora il primo signore alza finalmente lo sguardo da terra e indica con la mano un punto più lontano: laggiù, dice. Il secondo signore rimane un po’ perplesso da questa risposta ma poi si fa coraggio e fa notare a quello che c’è una palese contraddizione tra ciò che lui afferma (il dove ha perso le chiavi) e ciò che sta facendo (il dove le sta cercando). Mi scusi, sa, forse non ho capito bene, ma perché cerca le chiavi sotto il lampione dal momento che le ha perse in un posto che non è quello? Beh!, Semplice, risponde sconsolato il primo, qui c’è la luce.

Non so se a questo punto state sorridendo o se già conoscevate la storiella del ricercatore tautologico, ma se ho speso qualche parola nel tentativo di rassicurarvi circa l’onesta intellettuale di questa ricerca è perché sono ben cosciente del fatto che molte delle ricerche che si fanno, ancora oggi, tendono a confermare ciò che già si conosceva. Anzi, peggio, ciò che il mondo della comunicazione, il conformismo culturale e scientifico che dilaga nelle università, per non parlare del linguaggio unico dei politici e degli esperti, ci mostra ogni giorno convincendoci che così è il mondo (spesso a questo si aggiunge, in senso peggiorativo, che il nostro è pur sempre il migliore dei mondi possibili). Il che naturalmente serve efficacemente a rassicurare il popolo beone che non c’è alcun motivo di preoccuparsi.

Perché oggi le persone chiedono più sicurezza? Colpa dei diversi: dei Rom, dei barboni, degli immigrati, degli homeless, naturalmente. Una volta stabilito che le persone chiedono maggiore sicurezza (ma chi lo ha mai stabilito?) segue la ricerca del capro espiatorio e una volta stabilito questo seguono le ovvie e necessarie misure di sicurezza. Beh! Se ci pensate bene per un attimo, siamo proprio in quella situazione del signore che cerca le chiavi sotto il lampione. Non ha importanza stabilire veramente se le persone chiedono o no maggiore sicurezza e nemmeno di cosa hanno realmente paura (magari di perdere il posto, oppure di non arrivare alla fine del mese, eccetera). Abbiamo sottomano i Rom (per esempio) che neppure possono protestare se li additiamo come i colpevoli e gli attentatori della sicurezza pubblica perché qualche mascalzonata loro ogni tanto la fanno e dunque tanto vale accollargli tutti i mali del mondo.

Ma torniamo a noi, come si dice. L’urbanistica è una disciplina nata nell’Ottocento insieme ad altre discipline “conseguenze” del mondo moderno che utilizza il metodo di scomporre la realtà per analizzarla e conoscerla. Tant’è che un famoso urbanista diceva che Il metodo di questa disciplina è racchiuso in questa successione (moderna) lineare di operazioni: conoscere, comprendere, giudicare, intervenire, conferendo all’urbanistica, per la prima volta, dignità scientifica. L’origine di questa disciplina è associata alla nascita e al successivo sviluppo della città moderna, o meglio alle conseguenze negative (igieniche, sanitarie, sociali, culturali) prodotte dalle prime città industriali. Se qualcuno avesse mai letto il libricino di Friedrich Engels (lo sponsor di Marx, per intenderci): la questione delle abitazioni (1872), certamente capirà meglio di cosa sto parlando. In quelle città, assai simili ai gironi danteschi dell’inferno, scoppiavano sistematicamente epidemie di colera, infezioni di tifo e quant’altro che facevano rimpiangere la primitiva vita nelle campagne. E infatti alcuni famosi personaggi, chiamati utopisti (Fourier, Saint-Simon, Owen, ecc.) vedevano nelle prime città moderne (leggi anche: industriali) la concentrazione di tutti i mali possibili: commercio blasfemo, corruzione, miseria, violenza, avidità, ingordigia, mercificazione, prostituzione di anime e di corpi. Essi presero allora a progettare idilliache comunità in complessi di geometrica armonia dove ciascuno poteva condurre una vita serena e rispettosa. Furono sbeffeggiati e bollati come anacronistici dal grande Carlo Marx che sosteneva che la solitaria vita nelle campagne era all’origine dell’idiotismo dei villici e che solo nelle città si sarebbe potuta formare la coscienza di classe che avrebbe portato all’emancipazione delle masse idiote (come poi è successo, o avete dei dubbi in proposito?).

Così, in quelle città - le antenate delle attuali nostre città - si cominciarono a prendere provvedimenti per evitare il caos e la barbarie: rispetto delle distanze tra edifici, strade alberate, portici, piazze, giardini, servizi igienici, impianti fognari, ospedali, scuole. Se qualcuno di voi lettori è transitato per Lione forse potrà essergli capitato di vedere un armonioso quartiere di periferia i cui edifici hanno un lato completamente ornamentato dai disegni di un certo Tony Garnier che, proprio lui, ha per primo teorizzato le possibili bellezze e armonie della città moderna. Ecco, Tony Garnier può essere indicato come l’antisigano dei moderni urbanisti che avrebbero dovuto cospargere il mondo di città ideali senza conflitti.

Questa disciplina ebbe il suo grande momento di gloria, e di sviluppo, con i lavori della Parigi moderna realizzati dal barone e prefetto della Senna, Haussmann.

La Parigi di Haussmann ha valore di limite (cito la Choay che, mi spiace ricordarlo agli urbanisti, è una filosofa (che su Haussmann la sa lunga): punto di arrivo di una tradizione e punto di partenza di un’altra, come a dire dalla Parigi (pre-industriale) di Balzac alla metropoli (moderna) di Zola. Anche qui abbiamo a che fare con una gigantesca mutazione dell’urbano riassumibile forfettariamente nella rottura del quadro delle relazioni sociali di prossimità caratteristici della città pre-industriale: rottura dell’isolamento dei vecchi quartieri ancora medievali, rete gerarchizzata di strade, stazioni ferroviarie, nuove porte urbane che collegano la vecchia città (chiusa) al territorio. La vecchia città trasformata da Haussmann ora risponde perfettamente sia alle esigenze della rivoluzione industriale sia a quelle abitative-simboliche della nuova classe al potere: la borghesia urbana. Anche allora non mancavano i nostalgici del .. ai miei tempi.. incapaci di comprendere il senso della storia, tanto che Haussmann dovette difendersi da attacchi feroci. Resta comunque interessante il modo con cui questo singolare personaggio riuscì a far coincidere aspetti estetici (passatemi l’espressione un po’ rozza) e dispositivi di difesa dalle sommosse popolari. La sua fu un’opera di vera regolarizzazione e normalizzazione e in tal senso, in precedenti scritti, ho definito Haussmann come il primo e ultimo vero urbanista (sarebbe troppo lungo spiegare qui un’affermazione che, mi rendo conto, andrebbe ben argomentata).

Parecchi anni dopo di lui il padre di tutti gli urbanisti, Le Corbusier, completerà l’opera: la città moderna diventata nel frattempo la città delle macchine, diventa essa stessa una macchina (per vivere) e così si esaurisce l’opera di tabula rasa del passato: la mutazione ora è completata.

Ma torniamo al nostro discorso. Ero partito dal fatto che le decisioni iniziali con le quali affrontare la ricerca sono tutt’altro che neutre e condizionano molto i risultati successivi. Forse possiamo affermare più esplicitamente questo concetto dicendo che, almeno a parer nostro, per fare ricerca bisogna essere di parte. Immagino che qualcuno comincerà a grattarsi il capo manifestando in questo modo un certo imbarazzo cui, in genere, consegue una manifesta espressione di disapprovazione. Ma come, dirà costui, la ricerca non dovrebbe essere disinteressata e scevra di ideologie? Beh! Non è proprio così, ma la dimostrazione di questo: non è proprio così, richiede ulteriore argomentazione.

A questo punto prendo a prestito da Giorgio Manganelli, scrittore molto abile e raffinato nel demolire e dissacrare quei luoghi comuni che costituiscono il “buon senso” della gente. Il solito zelante obietterà che le cose bisogna dirle con le proprie parole e che le citazioni sono generalmente un modo tirannico di affermare la propria opinione. Per esempio, se mentre sto parlando con qualcuno e ho difficoltà ad imporre il mio punto di vista, cito, in mio soccorso, Derrida o chessò io Foucault, evidentemente lo faccio per mettere in uno stato di evidente soggezione intellettuale il mio incauto avversario, il quale si troverà di fronte non più semplicemente il mio pensiero ma un avversario multiplo sostanzialmente imbattibile. Questo è vero, d’accordo, ma ci sono alcuni momenti in cui ci si può anche esprimere col pensiero di altri, se questo aiuta a sostenere la nostra conversazione polemica. Un po’ come faceva Troisi leggendo le sue poesie a Neruda. Il poeta ad un certo punto esclama: ma queste sono le mie poesie! E Troisi replica: le poesie sono di chi le legge e le fa sue. Ben detto! Anche questo significa fare ricerca ovvero poter aiutare o confortare il proprio pensiero ricorrendo a quello dei grandi pensatori. Ma ora ritorniamo all’essere di parte e a Manganelli.

Non credo, dice lo scrittore, che esistano città che si possono definire belle. Faccio una breve pausa: probabilmente questa affermazione farà letteralmente sobbalzare dalla sedia (ammesso che chi la legga sia in posizione seduta) molti, o quasi tutti, gli urbanisti che magari hanno speso la loro vita a descrivere città belle o la bellezza delle città. Ed ecco la replica di Manganelli: […] una città è un reticolo di luoghi, percorsi, soste, angoli, include edifici ed assenze di edifici (attenzione urbanisti a non farvi prendere dal panico epistemologico e riempire così tutti i vuoti); include tutte le possibili città che sorgono davanti ai nostri occhi (qui Manganelli ci ricorda il Calvino delle città invisibili). E ancora…[…] la città si propone come luogo simbolico, magico, come pagina da interpretare, come tessuto di significati, di allusioni, di fantasie; una città è un luogo occulto, nel quale un muro logorato dalla muffa, un edifico decrepito, una sterminata piazza non pavimentata, ecc. ecc., […] propongono una storia segreta, una favola in cui l’errore e lo splendore ostinatamente coabitano. E a questo punto l’anti-urbanista Manganelli sferra il suo attacco finale: l’estetica è un’astuzia laica per non venire a contatto con la materia mitica e violenta, il luogo dionisiaco, che abita un oggetto. Facciamo un esempio: Firenze, dice Manganelli, è una città totalmente identificabile con la propria vocazione estetica, un luogo che si consuma nella propria bellezza. E allora, aggiungo io, il nostro ricercatore tautologico, dovendo studiare Firenze non potrà che farlo con un atteggiamento dettato da un maniacale concentrato di storia dell’arte. La conclusione della sua ricerca confermerà che Firenze è una bella città. Anzi egli sarà incoraggiato, nella progettazione, poniamo di un nuovo quartiere, a fare riferimento a quel capolavoro di bellezza che nessuno oserebbe mai contestare. Un po’, sapete, come la torta della nonna: avete mai sentito parlare di una torta della nonna che non sia buona? Impossibile! la torta è (per definizione, direi) buona quando è della nonna, ovvero la torta della nonna è sempre indiscutibilmente buona anche quando la nonna non c’è più, essa resta la torta della nonna.

Ora noi ricercatori del sottogruppo Miur pensiamo invece che la città è soprattutto un luogo di conflitti, quegli stessi conflitti che attraversano il mondo contemporaneo: povertà e ricchezza, miseria, violenza, isolamento, fondamentalismo, eccetera. Ed ecco, dice Manganelli, che la città (Roma, in particolare) reclamizzata come luogo perfettamente dilettoso, dimora della assoluta bellezza, diventa il luogo in cui i conflitti perdurano immobili, irrisolti e irrisolvibili, in cui diverse ipotesi del mondo (quelle che abbiamo chiamato ideologie) si lacerano e si compongono. Una città, allora, è sempre tragica, è sempre significante.

Borges descrisse l’impossibilità di rappresentare il mondo così come esso è. Occorrerebbe una carta (o mappa) 1:1 che rappresentasse ogni particolare del mondo così come esso è nella realtà: una mappa uguale al mondo. Ma la mappa, come abbiamo imparato a conoscere, non è il territorio, ma solo la nostra rappresentazione di esso. E’ così, è stato sempre così. Ebbene noi – questo piccolo e modesto gruppo di ricerca – non è interessato a descrivere la città così come essa è: non vogliamo l’immagine esatta (cosa che abbiamo dimostrato essere del tutto impossibile), ma l’immagine partecipe dell’errore.

Capite adesso cosa intendevamo con l’essere di parte?

Ora il problema è questo errore, questo qualcosa di difforme dalla rappresentazione che ci viene dalla cultura dominante; qualcosa cui abbiamo dato il nome scarto. Di che si tratta? Noi vogliamo descrivere la metamorfosi della città in un universo di macchine e di beni di mercato, quell’universo dove le cose sono ridotte alla loro funzione di utilità e dove vivono persone, corpi senza parola, senza rappresenta e senza rappresentazione, esseri invisibili, isolati che quotidianamente incrociamo, sfioriamo ma che scansiamo, non vediamo, non ri-conosciamo. Si tratta, appunto, di scarti. Ma così come le grandi narrazioni hanno prodotto, nell’Ottocento, personaggi e immagini urbane non riconosciute in precedenza, noi pensiamo che alla città contemporanea manchi un nuovo racconto che non potrà mai esaurirsi nella arida ragioneria dello sguardo dell’urbanista. Queste nuove città, le città contemporanee, vengono rappresentate e raccontate per frammenti, per parzialità, occultando quasi sempre l’asprezza dei conflitti, la lotta per la sopravvivenza, la vita quotidiana fatta di privazioni, sofferenze, amori, passioni.

Il calcolo del valore medio è una procedura statistica che, qualche volta, ci aiuta a capire come vanno le cose.. mediamente. Ma se un ingegnere sociale particolarmente zelante e scrupoloso volesse procedere a una descrizione di una città basandosi sui valori medi che so io, dell’altezza delle persone, del numero dei piani degli edifici, del numero di abitanti per quartiere e così via, noi avremmo la descrizione esatta di una città che non esiste. Per riconciliarci con la nostra città reale dovremmo allora procedere analizzando gli scarti dal valore medio, ovvero quanto le cose reali si discostano da quella misura precisa ma completamente astratta.

E procedendo attraverso l’esame degli scarti ecco che apparirebbero figure silenti, luoghi indicibili, vite invisibili che escono dal campo disegnato dalle luci della scena, dal proprio cono d’ombra. Per fare questo bisogna abbandonare lo sguardo scaltro dell’urbanista e assumere uno sguardo strabico, sbieco, prismatico, sempre pronto a cogliere le differenze, gli scarti, appunto.

Al Barone Haussmann questo sguardo non serviva. Lui aveva il compito (tutt’altro che semplice, per carità!) di realizzare la città a misura della classe borghese ora (allora) al potere. Doveva rappresentare quegli interessi, dare loro dignità estetica e simbolica. E in questo fu particolarmente lungimirante tanto che la Parigi dei nostri giorni è ancora esteticamente modellata su quelle esigenze.

Non è così per il nostro urbanista presunto riformatore. Oggi c’è da chiedersi invece quali interessi vogliamo rappresentare e quali persone vogliamo far entrare nella scena di questa città. Vedete (in realtà non c’è nulla da vedere, si tratta solo di un modo affettuoso di rivolgermi ai lettori), in un’epoca come la nostra le città sono profondamente diverse da quelle del secolo scorso e la parola – alquanto nobile in origine – di riformismo non significa quasi o più niente. In realtà questa affermazione richiederebbe un lungo discorso per essere spiegata (o dimostrata, ammesso che ce ne sia ancora bisogno). Più sommariamente possiamo dire che in quest’epoca di capitalismo selvaggio (finanziarizzazione, globalizzazione, ecc.) non c’è più alcun spazio per i signori riformisti, così come quest’epoca vede per la prima volta scomparire il futuro dall’orizzonte degli uomini e delle donne. C’è solo un eterno presente che cambia continuamente ma che poi, lascia tutto, sempre inalterato. Le persone, come nelle prime città industriali, riescono a malapena a pensare a come arrivare alla sera o a come arrivare alla “terza settimana”; insomma a come sopravvivere. L’urbanistica, ovunque, è diventata la tecnica attraverso la quale combinare affari, liquidare i beni comuni, far diventare il territorio una risorsa economica per pochi, sottrarre ai più beni e risorse collettive. Insomma essa ha seguito fedelmente la sorte dell’utopia riformista che oggi è scaduta a pratica del fai-da-te-che-nessuno-ti-aiuta.

Ecco che, un po’ alla volta, vi sto svelando il cammino che, come gruppo di ricerca, abbiamo fatto. Primo: le città del XXI secolo sono cosa completamente diversa da quelle del XX secolo, chiamate moderne. Un po’ come, scusate l’approssimazione, il capitalismo del secolo scorso non somiglia quasi più in nulla a quello attuale. Secondo: i concetti di centro e periferia come li abbiamo conosciuti non esistono più. Terzo, a noi interessano le persone in carne ed ossa e i luoghi dove esse abitano, configgono, amano, odiano, vivono. Persone e luoghi formano un intreccio indistricabile così che non esistono luoghi senza persone né persone senza che esse abbiamo un luogo (che può essere semplicemente quello in cui abitano, o lavorano o dove sono nati, eccetera). E, infine (se siete arrivati fino a questo punto forse non vi sbalordirete più di tanto) ci interessa fare anche politica intesa come (prendo di nuovo a prestito da un recente libro di Einaudi) a un luogo che ci riguarda. Si perché noi urbanisti (romani) non possiamo esimerci dal porci questa domanda: com’è che le periferie romane, un tempo “zoccolo duro” del Partito Comunista hanno così severamente punito, col voto elettorale, l’amministrazione Veltroni-Rutelli?

La domanda non è poi così retorica come sembra se la “città bella”, moderna, all’avanguardia per le sue feste ed eventi, così reclamizzata da urbanisti di grido è stata invece letteralmente bocciata dai suoi abitanti e proprio da quelli che, in passato, sostenevano le amministrazioni rosse. C’è da chiederselo.

Ecco, abbiate un po’ di pazienza, stiamo arrivando alla fine, ovvero all’inizio di quella scelta di cui vi ho raccontato. Come rappresentare questa città?

Non molto tempo fa Niki Vendola scrisse un articolo sul quotidiano Liberazione il cui titolo (dell’articolo) poteva essere inventato solo da chi è poeta: Noi inseguiamo il cambiamento, ma il cambiamento non ci riconosce. Fantastico!! A quel noi si potrebbero associare un’intera pattuglia di urbanisti che si affannano, si ostinano a predicare che occorrono alberetti, panchine, piazzette, arredi e quant’altro per migliorare la vivibilità delle nostre città. A quel noi si potrebbero associare molti e illustri amministratori che hanno pensato di trasformare Roma in una città vetrina col risultato solo di riempire (indirettamente) il portafoglio dei palazzinari e immobiliaristi, faccendieri e maghi della finanza. A quel noi si potrebbero associare molto politici nostrani che, magari anche in buona fede, si sono fatti ammaliare dalle sirene del nuovismo che ha prodotto più danni del conservatorismo. A quel noi si potrebbe associare l’intero manipolo di fanatici di quella pratica democratica che viene chiamata della “partecipazione” e che, almeno a Roma, ha prodotto un corto circuito tra amministrazione e gruppi col risultato di occupazione dell’intera polis. Tutti alla ricerca del cambiamento hanno deragliato su un binario morto: il treno andava da un’altra parte come l’attesa dell’alba sul Tirreno nel film di Nanni Moretti, dove l’alba non sarebbe mai sorta. Tutti sono rimasti a guardare la luna mentre il popolo delle periferie si prendeva la sua rivincita sui comunicatori, imbonitori, maghi, ciarlatani e modernisti. Qualcuno forse ricorderà ancora un vecchio film di Vittorio Gassman.. l’armata Brancaleone diventata sinonimo di un’armata che vaga “a casaccio”. Ad un certo punto il capitano di un drappello di soldati incontra l’armata di Brancaleone e, seduto sul proprio cavallo, chiede a lui: da che parte andate? Non lo sappiamo, risponde Brancaleone, ma sicuramente… da un’altra parte.

Anche noi, in questa ricerca, siamo andati da un’altra parte. A nostra difesa o consolazione, possiamo dire che almeno ci abbiamo provato a non ripercorrere la vicenda del ricercatore tautologico.

Il pane di ieri, dice Enzo Bianchi citando un vecchio proverbio, è buono per domani (forse questa citazione l’avrei dovuta mettere nella prima pagina, dopo il titolo, magari insieme a quest’altra: “il timore di essere sopraffatti e distrutti da orde barbariche è vecchio come la storia della civiltà. Immagini di desertificazione, di giardini saccheggiati da nomadi e di palazzi in sfacelo nei quali pascolano le greggi sono ricorrenti nella letteratura della decadenza dall’antichità fino ai nostri giorni”. Scusate, questa seconda citazione non è mia ma di Wolfang Schivelbusch che io personalmente non ho mai letto. Ma ad Alessandro Baricco sembrava molto bella!).

Enzo Scandurra

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