La città come con-vivenza
Elisabetta Forni


Mi è stato chiesto di riflettere con voi sul difficile rapporto tra i bambini e la città contemporanea; sulle ragioni che la rendono invivibile per loro, come del resto per molte altre categorie sociali ‘deboli’, e su cosa fare per rendere il contesto urbano un luogo del ben-essere per tutti e della con-vivenza.

In effetti, i bambini rappresentano una sintesi sia delle debolezze sociali che toccano in vari modi altre categorie di cittadini sia delle intolleranze che i gruppi dominanti manifestano nei confronti del ‘diverso’ .

Come ampiamente dimostrato dagli studi Piagetiani in avanti, la condizione infantile è caratterizzata da limiti (seppur temporanei) di tipo percettivo, motorio e cognitivo dovuti alla gradualità dello sviluppo di certe facoltà psico-fisiche. Ciò li rende tanto vulnerabili ad una città organizzata intorno al sistema del trasporto automobilistico privato di massa quanto altri soggetti portatori di vari handicap; non controllano per niente, o male, mezzi comunicativi quali il linguaggio, la lettura e la scrittura, come molti soggetti che giungono nel paese/città di immigrazione parlando solo la propria lingua o dialetto e come le persone semi-analfabete di ritorno; sono guardati come ‘diversi’ e considerati ‘indesiderati’ o ‘fuori posto’ in molti spazi pubblici, allo stesso modo dei mendicanti e degli homeless (negli USA ci sono ristoranti che esibiscono il cartello “ingresso vietato ai cani e ai bambini”, mentre i mendicanti sono tenuti alla larga mettendo i lucchetti ai bidoni della spazzatura per evitare ai clienti la ‘disgustosa’ scena del frugale pasto a base di avanzi recuperati); e perfino laddove lo spazio pubblico sembrerebbe orientato ad accoglierli, le recinzioni entro le quali è loro consentito muoversi e giocare fanno più pensare a strategie di contenimento, come quelle riservate ai cani (trovo singolare che nei giardini e parchi urbani ci siano comunque più recinti per bambini che per cani: non dovrebbe essere il contrario?). In effetti, non ha torto la madre di una bambina che ho intervistato, quando afferma indignata che: “sono più considerati i cani dei bambini”. Della recinzione come atto violento, finalizzato al contenimento dei poveri ci parla anche nel suo intervento l’urbanista Paola Somma e tornerò tra breve sul tema.

Nelle nostre città adultocentriche, tutto quello che disturba ciò che è stato definito il “normale ordine del consumo” e che viene percepito come un rischio genera intolleranza e panico. Sui mezzi pubblici, l’arrembaggio di un gruppo di ragazzini un po’ chiassosi è visto con profonda irritazione o timore dai passeggeri adulti, e soprattutto anziani, e in strade pedonali dello shopping quali la storica via Garibaldi a Torino, se i vigili urbani colgono in flagrante due ragazzini a giocare a pallone, gli sequestrano il ‘corpo del reato’, essendo vietato dal regolamento urbano giocare a palla per strada, mentre giocare a spruzzarsi addosso l’acqua della fontana di Piazza Statuto è costato ad un altro bambino che ho intervistato un calcio nel sedere da parte di un passante. Stesso discorso proibizionista vale per i ragazzini che usano gli skate-boards, in una teoricamente felice combinazione di gioco e mezzo di trasporto, e che vengono invece sanzionati dagli agenti del traffico..

Molte delle giustificazioni degli adulti e delle istituzioni alle misure di contenimento sopra esemplificate (così come molte altre, quali l’accompagnamento sistematico, preferibilmente in auto, dei bambini a scuola e alle attività extra-scolastiche sempre sotto il controllo di adulti, oppure la predilezione per la TV e il Videogame ‘baby-sitter’ entro le protettive mura domestiche) suonano poco convincenti se non addirittura false. Tipico esempio di ciò che il sociologo norvegese Johan Galtung, autorevole studioso di conflitti e di non violenza, chiama ‘violenza culturale’. Così come il proibire l’uso della strada ai bambini o il centellinare risorse pubbliche alla riqualificazione dei quartieri degradati rappresentano esempi calzanti di violenza ‘strutturale’

Ritengo che i primi due insiemi di parole-chiave proposti da Ilaria Boniburini come traccia concettuale da seguire per analizzare la invivibilità urbana collimino perfettamente con quanto sto provando ad argomentare attraverso le teorie galtunghiane .

La triade ‘povertà, disagio, degrado’, riassume adeguatamente l’esito della ‘violenza strutturale’ , intesa come quella violenza che non necessariamente è causata dall’azione ‘diretta’ di una persona ma che è invece “insita nella struttura e manifestatesi sotto forma di potere diseguale e, di conseguenza, di disuguali opportunità di vita” (Galtung, 1969, p. 114). E’ quella che fa dire ad una madre nera di un quartiere-ghetto di Chicago: “qui non ci sono bambini. Hanno visto troppo per essere bambini” (Forni, 2002, p.96).

La seconda triade di parole-chiave cui si riferisce Ilaria Boniburini - linguaggio, discorso, potere – introduce alla perfezione il concetto di violenza ‘culturale’, intesa come “quegli aspetti della cultura…che servono a giustificare e legittimare la violenza diretta e la violenza strutturale” (Galtung, 1990, p.291).

La città contemporanea viene insomma associata ad arte al senso di insicurezza e paura provocato dalla microcriminalità presentata come dilagante e spietata, anche quando i dati ufficiali indicano trend decrescenti dei delitti più gravi. Le conseguenti politiche di contenimento, recinzione e repressione vengono giustificate come necessarie ed efficaci, quando invece hanno ben poca forza deterrente e non fanno altro che riempire all’inverosimile le carceri di disgraziati senza speranza di riscatto sociale, una volta scontata la pena.

La ‘cultura della paura’ ha dunque la capacità di dirottare l’attenzione e la preoccupazione dell’opinione pubblica lontano dalle vere cause dell’ insicurezza e della invivibilità urbana, evitando conflitti sociali intollerabili per l’ordine economico dominante e perdita di consenso da parte dei gruppi politici espressi da tali forze economiche.

La società flessibile o ‘liquida’, per usare l’ormai famosa espressione coniata da Zigmunt Bauman, prodotta dalla violenza strutturale di un liberismo senza freni e senso etico, ha infatti tolto a molti la certezza di poter contare sia su un lavoro sicuro e giustamente remunerato sia su una con-vivenza urbana degna di questo nome. Ciò che da sempre ha segnato la superiorità della città rispetto ad altre forme di occupazione territoriale è stato la sua varietà, di persone, attività, luoghi. È il concetto di città ‘open minded’ , che rimanda alla dimensione pubblica dello spazio urbano, al sistema delle piazze e delle vie che tali piazze connettevano, in una trama che includeva tutti e che faceva vivere di profonda umanità e bellezza anche i luoghi più lontani dal centro storico.

La città fordista e poi il suo declino, lo sprawl urbano e la crisi attuale, sono le tappe che hanno segnato il declino di quel modello. Ed è così che oggi i centri urbani , piccoli e grandi, sempre più divisi tra zone affluenti e zone emarginate, svenduti alla speculazione immobiliare in cambio del piatto di lenticchie degli oneri di urbanizzazione e sempre più ossessionati da esagerate paure, stanno svendendo il basilare principio della democrazia: la con-vivenza .

Anche la necessità di cambiare radicalmente modello di sviluppo, o addirittura di adottare i principii della ‘decrescita serena’ proposti da Serge Latouche (2008) per evitare la catastrofe ambientale, viene continuamente affermata senza però che Città, Regioni e Stato prendano misure veramente adeguate all’urgenza del caso.

In compenso, si continua ciclicamente a denunciare la invivibilità delle nostre città prodotta da vecchi e nuovi capri espiatori, facili da additare e demonizzare : prostitute, zingari, homeless, tossicodipendenti e spacciatori, baby-gangs, pedofili, immigrati, etc. E tanto più basso il livello culturale, sociale ed economico di una società che produce crescenti disuguaglianze, nuove povertà e ingiustizie, tanto maggiore sarà l’efficacia della violenza culturale. Quella violenza che viene esercitata quando, ad esempio, si giustifica la schedatura delle impronte digitali dei soli bambini zingari (guarda caso) per, si dice, tutelarli rispetto a violenze ed abusi.

C’è un libro recentemente pubblicato, La città fragile (Rosso e Taricco, 2008), i cui interpreti rientrano tutti senza scampo nella categoria che i sociologi hanno denominato del capro espiatorio, o ‘nemico appropriato’. Nel leggerlo ho pensato a Georges Pelecanos, il famoso giallista, che in una recente intervista ci ammoniva a “non guardare mai dall’alto in basso un uomo, a meno che tu non lo stia aiutando a rialzarsi”.

Ed è esattamente questo che gli autori hanno fatto con prostitute, zingari, senza fissa dimora di una città italiana come tante, Torino: li hanno aiutati a rialzarsi per farceli incontrare, guardare negli occhi (magari anche in quelli strappati dalle orbite e messi sott’alcool dell’albanese Munira), riconoscere come non-altri rispetto a noi, ossia come persone. Sono loro i più appropriati ad incarnare i nostri ‘nemici’ perché sono indifendibili e ingiustificabili. Minacciano i nostri valori, la nostra sicurezza quotidiana prodotta dai comportamenti devianti, predatori, immorali che ci infliggono quasi mai direttamente, più spesso per sentito dire dal vicino di casa, dal collega di lavoro o dall’amico, dalla televisione. E sono comportamenti ingiustificabili, in quanto, si pensa, dettati sostanzialmente dal rifiuto di integrarsi e ‘rimboccarsi le maniche’ in una società come la nostra dove il mito del self-made man integerrimo continua ad avere la sua presa e si alimenta delle ceneri del Welfare State. A poco servono i richiami dei sociologi alla ben più costosa (per la collettività) criminalità detta dei ‘colletti bianchi’(vedi il caso Parmalat o le morti sul lavoro) o di rari illuminati amministratori pubblici sul rischio di strumentalizzazione politica di queste paure per mantenere o conquistare consensi elettorali facili. Di fronte alla forza mediatica e alla strumentalizzazione politica del disagio generalizzato, prodotto da un futuro economico, sociale ambientale sempre più incerto, è difficile far passare argomenti convincenti sugli interventi complessi su scala urbana necessari per contrastare più efficacemente la micro-criminalità.

Le micro-storie narrate in prima persona dai loro protagonisti ci aiutano anche ad entrare in quei vuoti urbani che generalmente temiamo di avvicinare e che troviamo ben descritti attraverso l’efficace metafora della lettura della mano, della quale le donne zingare sono grandi esperte:

“Noi li chiamiamo zingari, e con lo stesso disprezzo loro ci chiamano gaje. Secondo loro, sulla mano c’è tutto, strade e sentieri. Ogni mano è una mappa e racconta una storia. Immaginate che la linea della vita sia una tangenziale su cui corrono i TIR. Di fronte, cè una via che comincia e finisce nel nulla: via della Fortuna. Siamo al confine tra una piccola e una grande città. La periferia della prima - il quartiere Promontorio – si trova sul rilievo tra il pollice e la tangenziale . Nel palmo, un pianoro con capannoni industriali, posteggi, ipermercati, stadio e supercarcere. Sul polso volano gabbiani. Sotto, c’è una grande discarica. Fra la tangenziale e la via della Fortuna, proprio dove corre il confine, c’è uno spiazo d’asfalto ed erba stentata, ove si vedono uomini, fili da stendere, auto scrostate, sedie da campeggio, stufe a legna, poltrone sfondate e roulotte disposte a ferro di cavallo. I rom sono lì: a tre km dal supercarcere , dove hanno certamente un cugino, a due dallo stadio, dove prendono l’acqua e a meno di uno dalla grande discarica, che per loro è una specie di hard discount” (Ibid., p.12).

Il modo semplice e diretto adottato per entrare a contatto con questo mondo altro-da-noi, è il ‘viaggio’ in tram, dall’atollo lucente del centro urbano, gentrificato e videosorvegliato al capolinea perso nel nulla. Ma il capolinea di questo testo, scarno e denso insieme, è tutt’altro che un punto di arrivo: apre scenari, ci aiuta a sperimentare uno sguardo diverso su un mondo che ci spaventa anche perché dentro di noi sappiamo quanto sottile e rapida da oltrepassare sia la ‘linea d’ombra’ oltre la quale il nostro ‘esserci nel mondo’ potrebbe subire quella “crisi della presenza” di cui parlava Ernesto De Martino e che riprenderò tra breve. A ricordarcelo è l’uomo senza casa e senza nome, soprannominato Sandokan, che ci congeda dall’ultimo racconto (non a caso intitolato Senza) . Lo trovarono morto assiderato su una panchina dove si era fermato una notte per riposarsi dicendo a sé stesso :”Due minuti, non uno di più. Invece si assopì”.

Ma forse la città fragile può nascondere anche qualità preziose e insostituibili, come ci suggerisce Patrick Chamoiseau : “Texaco era ciò che la città conservava dell’umanità della campagna. E l’umanità è quel che c’è di più prezioso per una città. E di più fragile” (Chamoiseau, 1994, p.287). Per provare allora a descrivere la città vivibile che abbiamo perduto e che dovremmo ricreare, e con ciò affrontare il terzo e ultimo insieme di parole-chiave: benessere, vivibilità, urbanité , mi verranno in aiuto altri frammenti di testi. Li ho scelti tra autori che, pur avendo affrontato il tema da differenti punti di vista disciplinari e generi di scrittura –antropologico, letterario, urbanistico, architettonico, psicanalitico - esprimono a mio parere visioni stupendamente accattivanti del benessere prodotto dal con-vivere lo spazio , e in particolare da tre aspetti che ritengo essenziali : l’appaesamento, la sacralità e la bellezza.

Ciò che fa sentire al riparo dalla crisi del ‘non esserci nel mondo’ è parte di quello che è stato chiamato da Leroi-Gourhan ‘appaesamento’ (1977):

“La pratica dell’appaesamento, vale a dire il processo di modellamento dello spazio della vita, è per la specie umana un processo fondamentale, radicale proprio nel senso di costitutivo di radici” (Signorelli, 1983).

Lo individuiamo grazie agli abitanti del Rione Terra nel centro storico di Pozzuoli, evacuati (o deportati?) a Monterusciello :

“Le porte del Rione Terra erano sempre aperte e ci stavano un sacco di entrate! Il Rione Terra era fatto come…un monte” Signorelli, 1989, p.18)

“Mia nonna aveva la casa proprio vicino al Tempio di Se rapide, ci stava un fabbricato con la finestrella e lei mi spiegava che anticamente c’era il mercato degli schiavi….che poi là vedevi pure gente che passeggiava e si riunivano pure i vecchierelli, che si facevano la chiacchierata (Antonio C,, 27 anni, pescatore)” (ibid., 1983, p.19)

Ne troviamo tracce significative anche nella storia del contadino calabrese che Ernesto De Martino convince a salire sulla sua auto per farsi indicare come raggiungere un luogo non segnato sulla mappa : “la sua diffidenza si andò via via tramutando in angoscia, perché ora, da finestrino da cui sempre guardava, aveva perduto la vista del campanile di Marcellinara, punto di riferimento del suo spazio domestico. Per quel campanile scomparso, il povero vecchio si sentiva completamente spaesato: e solo a fatica potemmo condurlo sino al bivio giusto e ottenere quel che ci occorreva sapere. Lo riportammo poi indietro in fretta , secondo l’accordo: e sempre stava con la testa fuori dal finestrino, scrutando l’orizzonte, per veder riapparire il suo campanile. Finché quando finalmente lo vide, il suo volto si distese e il suo vecchio cuore si andò pacificando, come per la riconquista di una patria perduta. Giunti al punto dell’incontro, si precipitò fuori dall’auto senza neppure attendere che fosse completamente ferma , scomparendo selvaggiamente senza salutarci, ormai fuori dalla tragica avventura che lo aveva strappato dallo spazio esistenziale del campanile di Marcellinara” (De Martino, 2002, 480-481).

Lo ritroviamo nello slum di Fort-de-France chiamato Texaco, descritto nell’omonimo romanzo, in cui si narra di un urbanista incaricato di progettarne la distruzione, ma poi convinto a conservarlo dai suoi abitanti, e in particolare dalla carismatica ‘fondatrice’ Marie-Sophie:

“Lei mi insegnò a rileggere i due spazi della nostra città creola: il centro storico, che vive delle esigenze nuove del consumo, e la cortina di occupazione popolare, ricca della profondità della nostra storia. Fra quei luoghi, il palpito umano che circola. Al centro si distrugge il ricordo, per ispirarsi alla città d’Occidente e rinnovare. Nella corona si sopravvive di memorie. Al centro ci si perde nel moderno del mondo; qui si portano alla luce vecchissime radici, non profonde e rigide ma diffuse, profuse, sparse nei tempi con quella leggerezza conferita dalla parola. Questi poli, collegati alla volontà delle forze sociali, strutturarono coi loro conflitti i volti della città” (Chamoiseau, 1994, p.174).

Per il richiamo alla sacralità della città, vi invito alla lettura integrale delle bellissime pagine che vi dedica Enzo Scandurra e mi limito qui a riprenderne un breve passo:

“In un certo senso la città è già di per sé un luogo sacro, in quanto oikos, casa, dimora. Questo ‘sacro’ non è quello che viene conferito alla città dall’essere luogo delegato e privilegiato di una religione…. Il sacro di cui parlo è - per dirla con Lévy-Strauss – ciò che attiene all’ordine del mondo, ciò che garantisce questo ordine. Sacro è ciò che ci difende dal rischio del caos, dall’angoscia del nulla… e custodisce, o perpetua, un ordine antico e inviolabile” (Scandurra, 2007, p. 130)

Infine, la bellezza, alla quale lo psicanalista James è una politica che si sottrae ‘alle battaglie di un realizzarsi finalistico’ e recupera ‘i criteri dell’estetica – unità, linea, ritmo, tensione, eleganza- che possono …offrirci un nuovo insieme di qualità’. Come fanno quelle creature degli abissi marini nascoste alla vista, mai percepite eppure dotate di colori scintillanti e di una bellezza senza scopo, cioè della vera bellezza. Che non ha un fine, non ha intenzionalitàHillman ha dedicato un volume (2002) e della quale dialoga con l’architetto Truppi in un altro libro dedicato all’anima dei luoghi.

La politica della bellezza “” (Truppi, 2004, p.139).

E a proposito della voracità di massa che ha fatto man bassa degli spazi pubblici, Franco Cassano ha auspicato che : ”quando avremo restituito a tutti le strade, le spiagge e i giardini, quando saremo guariti dalla ricerca ossessiva della separazione e della distinzione…allora la bellezza tornerà a visitarci” (Cassano, 1996)

Se è vero, come sostiene Truppi, che il malessere che l’individuo sta vivendo dipende molto dall’esterno, ebbene la ‘politica della bellezza’, con la sua enfasi sulla qualità e cura dei luoghi suggerisce una risposta positiva e convincente al male di vivere. E l’attenzione per l’esterno è anche garanzia della sostenibilità (ambientale e perciò anche urbana), ossia della trasmissione alle generazioni future dei saperi e delle pratiche necessarie al con-vivere.

L’ultima parola ad un bambino di Torino, abitante dell’estrema periferia nord-est, chiamata non a caso Barriera di Milano e molto vicina al campo nomadi descritto ne La città fragile. Quando gli abbiamo chiesto cosa pensa della zona dove vive, la sua risposta è stata tanto breve quanto incisiva, un piccolo capolavoro di saggezza, come spesso solo i bambini sanno fare. Ha detto:

“Mi piacerebbe che ci fossero più cose e che l’ambiente fosse bello”.

Bibliografia

Cassano F.,1996, Il pensiero meridiano, Laterza, Roma-Bari;

Chamoiseau P, 1994, Texaco, Einaudi, Torino;

De Martino E., La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, Torino;

Forni E., 2002, La città di Batman. Bambini, conflitti, sicurezza urbana, Bollati Boringhieri, Torino;

Galtung J., 1969, “Violence, Peace and Peace Research”, in “Journal of Peace Research”, 6 (3);

Galtung J., 1990,”Cultural Violence”, in “Journal of Peace Research”, 27 (3);

Hillman J., 2002, Politica della bellezza, Moretti & Vitale, Bergamo;

Hillman J. e Truppi C., 2004, L’anima dei luoghi. Conversazione con Carlo Truppi, Rizzoli, Milano;

Latouche S., 2007, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, Torino;

Leroi-Gourhan, A. , 1977, Il gesto e la parola, Einaudi, Torino;

Rosso B. e Taricco F., 2008, La città fragile, Bollati Boringhieri, Torino;

Piccolomini M., 1993, “Lo sviluppo sostenibile: una sfida per le città”, in “ReS”, ,n.7;

Scandurra E., 2007, Un paese ci vuole, Città Aperta, Troina;

Signorelli A., 1989, “Spazio concreto e spazio astratto. Divario culturale e squilibrio di potere tra pianificatori ed abitanti dei quartieri di edilizia popolare”, in “La ricerca folklorica”, n.20.

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