20070100 Il piano paesaggistico della Sardegna
Edoardo Salzano
Una sintesi della politica per il paesaggio di Soru, dal fascicolo “Sardegna: i paesaggi del futuro”, allegato al n. 899 della rivista Domus, gennaio 2007
La Sardegna ha seguito il percorso virtuoso suggerito dalla vicenda della Legge Galasso. Prima un vincolo indiscriminato e geometrico su tutta la costa, per 2.000 metri, bloccando così circa 70 milioni di metri cubi di lottizzazioni turistiche previste nei piani comunali. Poi, in tempi strettissimi, discussione e approvazione di un piano paesaggistico regionale su 27 ambiti di paesaggio che comprendono nel loro insieme il 15% del territorio regionale. Fra un paio di mesi si aprirà la discussione sul completamento del piano, e otterrà una disciplina ispirata alla tutela del paesaggio tutto il territorio della Sardegna.

Dal vincolo temporaneo e di salvaguardia indiscriminata, al piano: anzi, alla pianificazione. Una pianificazione che tutela le qualità del territorio individuando con la massima precisione possibile a quella scala tutti i beni meritevoli d’essere protetti, definendo per ciascuna delle categorie in cui sono “tipizzati” le regole che le trasformazioni e gli usi devono rispettare. Una pianificazione che analizza le relazioni e connessioni tra i beni (le dune e le falesie, le foreste e i corsi d’acqua, i lasciti della storia e le forme che la geomorfologia ha disegnato, le specificità della geografia vegetale e le dinamiche dell’ecologia) e di questi con gli interventi, creativi o distruttivi, che l’uomo ha operato nel corso dei secoli. Una pianificazione che distingue le prescrizioni immediate, ossia le regole che l’esigenza di tutelare fin da subito beni d’interesse generale impone alla Regione, e gli indirizzi e le direttive che le comunità locali, con la pianificazione urbanistica, dovranno sviluppare nei diversi “ambiti di paesaggio” dove le differenti fisionomie del paesaggio diventano la testimonianza e l’espressione delle diverse identità dei territori e dei popoli.

Quali sono le premesse da cui si è partiti? Le aveva riassunte, con l’efficacia delle parole semplici e immediate, il presidente della Regione (ha sempre rifiutato di essere chiamato “governatore”) Renato Soru, nell’insediare, nel maggio 2005, il Comitato scientifico che ha affiancato l’Ufficio regionale che ha elaborato il piano.

Con il piano, ha detto Soru, “innanzitutto vorremmo difendere la natura, il territorio e le sue risorse, la Sardegna. Vorremmo partire dalle coste, perché sono le più a rischio. Vorremmo che le coste della Sardegna esistessero ancora fra 100 anni. Vorremmo che ci fossero pezzi del territorio vergine che ci sopravvivano”. Conservare quello che è bello e ha valore, per il valore intrinseco che ha, e non per quello meramente economico che i proprietari potrebbero ottenerne trasformandolo in merce, degradandolo e rendendolo irriconoscibile: “quella valorizzazione non ci interessa”.

Valore per tutta l’umanità, e valore perché esprime l’identità del popolo sardo: “Vorremmo che tutto quello che è proprio della nostra Isola, tutto quello che costituisce la sua identità sia conservato. Non siamo interessati a standard europei. Siamo interessati invece alla conservazione di tutti i segni, anche quelli deboli, che testimoniano la nostra storia e la nostra natura: i muretti a secco, i terrazzamenti, gli alberi, i percorsi - tutto quello che rappresenta il nostro paesaggio. Così come siamo interessati a esaltare la flora e la fauna della nostra Isola”.

Soru arriva al governo e alla politica partendo dall’economia e dall’impresa: la dimensione economica non gli sfugge; ma a lui e alla sua maggioranza non sfugge neppure la dimensione economica della ricchezza paesaggistica dell’Isola. Anzi. Se “non siamo interessati al turismo come elemento del mercato mondiale”, siamo interessati invece “a un turismo che sappia utilizzare un paesaggio di questo tipo”. Un paesaggio che vogliamo difendere per due ragioni: sia perché pensiamo che sia necessario in se, “ma anche perchè pensiamo che sia giusto dal punto di vista economico”. La Sardegna, giustamente e con un’ottica capace di guardare al futuro, non vuole competere “con quel turismo che è uguale in ogni parte del mondo (in Indonesia come nelle Maldive, nei Carabi come nelle Isole del Pacifico), ma vede la sua particolare specifica natura come una risorsa unica al mondo perché diversa da tutte la altre”.

Il piano paesaggistico è un programma d’azione di lunga durata, che si proietta nel futuro. Lo indicano con chiarezza la critica delle tendenze degli ultimi decenni, e le proposte alternative. Nel passato, “abbiamo costruito nuovi villaggi e abbiamo svuotato i paesi che c’erano; abbiamo costruito villaggi fantasmi, e abbiamo resi fantasmi i villaggi vivi”. Nel futuro, innanzitutto “non tocchiamo nulla di ciò che è venuto bene”, poi “ripuliamo e correggiamo quello che non va bene”. Liberate dalla lottizzazioni degradanti l’ampia fascia costiera, determinata con criteri scientifici e non più meramente geometrici, proponiamoci di far rinascere i paesi e le aree dell’interno.

Spazi interessanti possono aprirsi così alle attività legate al territorio e alla sua trasformazione: dalla manutenzione del paesaggio dove merita di essere conservato, alla sua trasformazione dov’è degradato. Invece dei “villaggi fantasmi”, avviare con i piani comunali una vasta azione per riabilitare e risanare e completare i vecchi paesi all’interno e dietro la fascia costiera. Impiegare le risorse del territorio con saggezza e lungimiranza può produrre un ciclo virtuoso dell’economia, alternativo al ciclo “usa e getta”.

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