La crisi e l'occasione
Laura Pennacchi
Prosegue il dibattito, avviato con gli interventi di Rossanda e di Cavallaro, sulla possibilità di un’uscita “da sinistra” dalla crisi economica. Il manifesto, 21 ottobre 2008
Se si considera quanto fossero diffuse, nei vent'anni appena trascorsi, la subalternità e la timidezza nei confronti del dogma dell'autoregolazione del mercato alla base del neoliberismo, è difficile negare gli elementi di verità contenuti nel ritratto compiuto da Rossanda di una sinistra che «di fronte alla più grossa crisi del capitalismo dal 1929 non sa cosa proporre». Né riduce l'amarezza il ricordare che la sterilità da una parte, il conformismo dall'altra sono stati sollecitati da prodighi maestri, gli uni attivi nel predicare un classismo vecchia maniera e un primitivismo rivendicativo tanto più aggressivo quanto più impotente, gli altri attivi nel predicare un riformismo talmente moderato da equivalere a una resa pura e semplice allo status quo. Un esempio del primo tipo di sindrome, a mio parere, è stata l'incapacità della sinistra radicale di cogliere le potenzialità positive dell'accordo sul welfare promosso dal governo Prodi (i contrasti sul quale sono stati, anzi, una delle ragioni della sua caduta). Come esempi del secondo tipo di sindrome (riformismo moderato equivalente alla resa allo status quo) si possono citare il libro di solo un anno fa di Giavazzi e Alesina, «Il liberismo è di sinistra», o il recente invito di Salvati a considerare impraticabile la ricerca di un modello alternativo a quello del «supercapitalismo» dominante, perché oggi non ne esisterebbero le condizioni quanto ai profondi «ri-orientamenti ideologici, culturali, teorici» che sarebbero necessari, come se tali condizioni non fossero state intenzionalmente desertificate nel nostro recente passato e il riprodurle non dipendesse oggi dalla buona volontà di chiunque si senta a ciò sfidato.
Per influire sulla crisi economico-finanziaria in corso, il punto ora è di non attardarsi a recriminare, ma di tentare di spingere in avanti la riflessione a partire dal nuovo equilibrio stato-mercato da costruire. Ci si pongono tre questioni. La prima è perché anche gli studiosi critici con il main stream dominante abbiano avuto così poca audience in tutto il centrosinistra, compresa la sinistra radicale. Se il mio recente libro La moralità del welfare: contro il neoliberismo populista, data l'attualità delle problematiche trattate, può sperare in una migliore fortuna, ricordo ancora l'ostracismo che fu dato a un mio libro uscito nel 2004, L'eguaglianza e le tasse, in cui mostravo la fallacia e la pericolosità - in termini di delegittimazione di un istituto fondamentale della democrazia come la tassazione - del trittico «meno tasse, meno Stato, meno regole» su cui, del resto, il duo Berlusconi-Tremonti ha basato anche la campagna elettorale del 2008.
La seconda questione decisiva è distinguere - anche al fine di non ripiombare nel vecchio statalismo assistenzialistico-clientelare - tra «decisionismo autoritario» e intervento pubblico finalizzato ad affermare il bene comune. Il primo traduce in pratica l'ispirazione neo-colbertiana del nostro ministro dell'economia. Un'ispirazione che colloca la continuità - che non ci deve assolutamente sfuggire - tra il Tremonti statalista di oggi e il Tremonti che nel 1999 scriveva Lo stato criminogeno - e dal 2001 al 2006, mentre nutriva propositi di privatizzazione del sistema previdenziale pubblico e più in generale del welfare, varava tutte le sue finanziarie all'insegna del motto «far arretrare il perimetro pubblico» - nella esaltazione dello spirito pro business, nell'affermazione di una visione «sultanesca» della politica, nell'inerzia verso l'interesse pubblico correttamente inteso e nel vorace interventismo in senso restauratore sulle vicende particolaristiche a tornaconto delle «persone» al governo, nella demolizione dell'idea stessa di responsabilità collettiva. Il decisionismo autoritario si salda così profondamente con l'oscurantismo, testimoniato dalla rozzezza del giudizio sul '68 o dal fervore con cui si declama «Dio, patria, famiglia». Se la crisi odierna è paragonabile a quella del '29, è bene ricordare che da essa il mondo uscì non con una indistinta riaffermazione del ruolo dello Stato in economia, ma con almeno due modelli ben distinti di presenza pubblica. L'uno si collocò sotto l'egida dei totalitarismi e tradusse la pianificazione centralizzata in decisionismo autoritario, chiusura delle frontiere, autarchia, alla fine sfociando nel disastro della guerra. L'altro si collocò sotto l'egida del keynesismo e della larga visione solidaristica socialdemocratica e si tradusse in regolazione, apertura, welfare, investimenti pubblici nei beni collettivi, sfociando nel New Deal di Roosvelt e nei cosiddetti «trenta gloriosi» dell'Europa.
E qui c'è la terza questione. Dalla drammatica lezione che la storia ci sta impartendo non dobbiamo ricadere nello statalismo deteriore e autoritario, ma non dobbiamo nemmeno ricavarne una visualizzazione del nuovo intervento pubblico limitato alle «regole» (di cui pure ci vuole un'estensione e una riqualificazione). Regole sì, ma anche programmi e politiche. La crisi, infatti, non è solo regolatoria. La crisi è di un intero modello di sviluppo che oggi giunge a esaurimento, un modello nato negli Usa, trasformato dall'amministrazione repubblicana di Bush in un mix di deregolazione selvaggia (e cattiva regolazione), spirito probusiness, signoraggio del dollaro, leva dei tassi di interesse, innovazione finanziaria esasperata, economia e cultura del debito, bassi salari e poco welfare pubblico, spesa militare. Per questo è necessario un drastico rovesciamento del complesso di indirizzi macroeconomici e microeconomici fin qui seguiti, un rovesciamento per cui sono vitali l'impegno per una nuova Bretton Woods per ridefinire un nuovo ordine economico-finanziario globale e il protagonismo di un'Europa rilanciata nelle sue finalità e nelle sue strutture unitarie.
C'è bisogno di politiche neokeynesiane a scala europea, in grado di contrastare la finanziarizzazione dell'economia e di poggiare sulla forza della «domanda interna» espressa dai 500 milioni di cittadini che vivono nell'Europa a 27 paesi. Una prospettiva neo-keynesiana che agisca tanto dal lato della domanda quanto dal lato dell'offerta, spingendo consumi e investimenti all'elevamento della qualità della vita e a fare delle potenzialità inespresse la leva per la trasformazione del modello di sviluppo: risorse ambientali, beni culturali, servizi. Un nuovo New Deal europeo per una rinnovata stagione di neoumanesimo, sulla cui esplorazione - analitica, teorica, perfino etica e civile - il centrosinistra italiano dovrebbe puntare per farne la chiave della ricostruzione di quel profilo ideativo di cui c'è un disperato bisogno.
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