Vivibilità, ghetti, recinzioni
Paola Somma
1. Dal momento che la vivibilità non è un diritto, ma una merce con un prezzo che non tutti si possono permettere, credo sia utile partire dalla spazializzazione- territorializzazione dell’iniquità sociale perseguita, attuata e sancita dalle istituzioni pubbliche:
- non tutti i luoghi hanno la stessa qualità e amenità,
- l’insediamento di un individuo o un gruppo in una determinata parte di territorio e di città è in larga misura determinato dalla sua capacità a pagare,
- la localizzazione di attività di pregio o degradanti, la dotazione di infrastrutture e la erogazione di servizi secondo criteri e standard diversificati in funzione dei gruppi di popolazione ai quali sono destinati, lo spostamento di abitanti da una parte all’altra del territorio codificano e rafforzano ineguaglianza e discriminazione,
- gli interventi per migliorare la vivibilità, che spesso consistono in una banale barcellonizzazione degli spazi pubblici, accelerano l’allontanamento forzato degli abitanti più deboli e la loro sostituzione con altri più desiderabili.

L’ingiustizia sociale, di cui la localizzazione e condizione abitativa è solo una manifestazione, è sempre esistita. In passato, però, si raccontava che compito delle istituzioni era di lavorare per mitigarla, adesso accentuare le differenze e racchiuderle spazialmente, recintarle, è un obiettivo esplicitamente perseguito.

Le dichiarazioni del signor Swart, ministro della giustizia del Sud Africa che, nel 1953, spiegava
“ in a country we have civilised people, we have semicivilised people and we have uncivilised people. The Government gives each section facilities according to the circumstances of each (circumstances significa financial conditions)”
ben descrivono le politiche pubbliche nei confronti di coloro che impropriamente chiamiamo nuovi arrivati, e che più semplicemente sono i nuovi senza diritti.

2. Ricondurre la vivibilità all’interno di un ragionamento sul ciclo investimento-disinvestimento-reinvestimento. (vedi il fondamentale contributo di Neil Smith) aiuta a capire la complementarità e interdipendenza degli interventi il cui intento dichiarato è di accrescere la qualità urbana e di quelli punitivi nei confronti degli abitanti dei cosiddetti ghetti, cioè, quartieri o zone con le seguenti caratteristiche:

- confini riconoscibili e riconosciuti,
strade che segnano il limite tra il quartiere e il resto della città o, nel caso di insediamenti periferici, un isolamento fisico segnalato dalla presenza di barriere difficilmente valicabili - autostrada, linea ferroviaria, fabbriche, zone “speciali” - o dalla carenza di trasporti pubblici.

- condizioni di vita mediamente peggiori rispetto al territorio circostante,
minore dotazione di servizi, carenza di manutenzione degli immobili da parte dei proprietari privati e pubblici, degrado degli spazi pubblici.

- omogeneità della popolazione al suo interno e eterogeneità rispetto al contesto,
la popolazione può essere composta da gruppi diversi e talvolta in conflitto fra loro, autoctoni e immigrati, immigrati di diversa provenienza, ma presenta generalmente comuni condizioni di debolezza, per reddito, occupazione, età, a causa delle quali è considerata una comunità “a parte”;
l’insediamento di individui e famiglie immigrate è indotto, facilitato ed incentivato;
la concentrazione del disagio è spesso aggravata dai criteri di assegnazione degli alloggi pubblici

- limitate possibilità di effettiva “partecipazione”,
gli immigrati non possono votare, gli autoctoni non sono proprietari o le loro proprietà valgono così poco da non consentire il trasferimento ad altra zona,

- localizzazione appetibile per l’investimento- reinvestimento immobiliare,
il valore potenziale del terreno e le aspettative di sviluppo immobiliare sono condizione indispensabile per assurgere alla cronaca, prima come quartiere problema, zona a rischio, ghetto e poi come laboratorio, quartiere risorsa, area rivalorizzata e restituita alla città;
la rimozione degli abitanti, almeno parziale e selettiva, è uno degli ingredienti della valorizzazione (bonifica!) del quartiere, perché la terra su cui sorgono i ghetti vale molto, e potrà valere molto di più se “liberata” dagli attuali abitanti.
Il vecchio slogan renewal=removal è ancora attuale.
they told us to dream about what the neighbourhood could be… they did not tell us that the dream meant we shouldn’t be included (dichiarazione di un abitante cacciato nel corso del programma HOPE VI, per la rigenerazione dei quartieri degradati, The Baltimore Sun, 2004).

3. Gli interventi area based, come sono quelli per aumentare la vivibilità urbana, vengono attuati contestualmente – quando non ne sono un prerequisito - alla privatizzazione o riprivatizzazione di tutto quello che è - era pubblico.

La privatizzazione degli spazi pubblici, ed in genere dei beni comuni, viene presentata come una misura indispensabile per accrescere la loro produttività.

Cercare il più alto e miglior uso di ogni bene (highest and best use) non è più solo un’aspettativa del mercato, ma una sorta di imperativo morale per le amministrazioni.

In questa logica, la gentrification non è altro che un’evoluzione naturale e benefica verso un uso più redditizio del suolo e tutto quello che può ostacolarla (lacci e laccioli) è sospetto. Gentrification è sinonimo di sviluppo, si dice, e compito degli urbanisti è di facilitarne la realizzazione.

Nella seconda metà del settecento la recinzione delle terre comuni, e la loro privatizzazione, fu uno degli elementi all’origine della rivoluzione industriale, e quindi alla nascita dell’urbanistica moderna. Per mitigare gli effetti dannosi della industrializzazione e urbanizzazione sulla salute e sulle condizioni di vita si affermò il principio della responsabilità delle pubbliche istituzioni di regolare l’uso del suolo e la necessità che ogni città avesse un patrimonio di spazi pubblici.

Anche ora la recinzione e privatizzazione degli spazi pubblici è uno degli elementi che concorre all’affermazione della cosiddetta rivoluzione postindustriale, ma esattamente opposto è il ruolo assunto dall’urbanistica (dagli urbanisti) postmoderna che partecipa attivamente alla spartizione di questo enorme bottino: teorizza la città per parti, individua le aree da recintare (distretti speciali e entrerprise zones nelle quali sono sospese regole e leggi, siti per eventi speciali e abitanti speciali), valorizza il suolo per cacciare gli uomini, disegna e costruisce spazi difendibili e città sicure.

Nel complesso manca una adeguata consapevolezza delle conseguenze che l’enclosure dei commons (l’uso di termini arcaici è adatto in attesa di compilare un vocabolario per definire il furto e all’appropriazione dei beni comuni) avrà sulla/e città. La privatizzazione e/o ri-privatizzazione di tutto quello a cui può essere attribuito un prezzo è un elemento costitutivo della trasformazione della società e quindi delle città.

Una mobilitazione per la inappropriabilità e incommerciabilità dei commons è necessaria e possibile.



Riferimenti bibliografici

Nicholas Blomley, 2004, Unsettling the city. Urban land and the politics of property, Routledge
Garrett Hardin, 1968, The tragedy of the commons, “Science”, n. 162, p. 1243-48
Neil Smith, 1996, The revanchist city, Routledge

Riferimenti biografici

Paola Somma, già professore associato di urbanistica, Università IUAV Venezia, 1980-2000 e visiting professor presso l’AUB American University di Beirut, 1998-1999. Fra le sue pubblicazioni: Spazio e razzismo, Angeli; 1991, Beirut: guerre di quartiere e globalizzazione, L’Harmattan Italia, 2000; (a cura di); At war with the city, Urban International Press, 2004.

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