Vite a confronto: lo Zen di Palermo
Ferdinando Fava
Il desiderio di “ritornare alle cose”, che sostiene anche l’impresa di conoscenza etnologica, si dispiega da una parte nel riconoscimento dell’impossibilità di accedere al reale al di fuori di circuiti di mediazione e dall’altra nel discernere, nella domanda “Cosa fare?” “un dovere” (in realtà la domanda è “Cosa devo fare?”). Si tratta di un dover fare che è ad un tempo epistemologico, etico e politico. In questa prospettiva, il mio racconto della vivibilità del quartiere Zen [Zona espansione nord] di Palermo, centrato sui modi dell’abitare (nel senso di “produzioni” di configurazioni concrete che performano il nostro rapporto alle persone, ai beni e al tempo) sarà prima di tutto il racconto delle rappresentazioni “esterne” della sua qualità della vita, di quelle rappresentazioni che hanno la pretesa di restituire immediatamente “le cose”, le condizioni della periferia degradata e la invivibilità delle sue traiettorie individuali, trasformandola con i suoi residenti in un oggetto di sapere. L’ascolto “da dentro e dal basso” dei residenti e di quanti il territorio convoca (operatori esterni) porta alla luce un rapporto allo spazio e delle relazioni sociali che rimangono occultati dai discorsi dominanti, “dall’esterno e dall’alto”. Il concetto di qualità della vita, in realtà soggettivo ed esperienziale, rivela la sua natura “posizionale”, mediatrice di rapporti tra classe, generi e generazioni. L’apparato dei suoi indicatori oggettivi che vuole operazionalizzare il tradeoff tra interventi finalizzati, pubblici o privati, e la maggiore vivibilità del quartiere, appare essere una costruzione necessaria alla cultura delle politiche (policies) e della politica che fa funzionare volontari, architetti, pianificatori urbani, ricercatori sociali, amministratori pubblici, giornalisti e molte delle loro organizzazioni. Nelle maglie strutturali economico-politiche della città di cui il quartiere è secrezione, l’iniziativa individuale che si manifesta nelle “poetiche dell’abitare”, aggirando e integrando le cosiddette “ostilità spaziali”, ci invita a pensare ad una epistemologia diversa per comprendere la città. E illustra forse l’invenzione di un rapporto allo spazio urbano ancora tutto da apprendere. Il problema della vivibilità allo Zen è diventato in gran parte la sua stessa problematizzazione.

Riferimenti biografici
Ferdinando Fava (2008), Lo Zen di Palermo. Antropologia dell'esclusione, prefazione di Marc Augé, Franco Angeli Editore, Milano.

In eddyburg vedi la cartella periferie. In particolare segnaliamo due interviste, a Vittorio Gregotti, progettista del quartiere, e a Vezio De Lucia.

Riferimenti biografici
Ferdinando Fava, antropologo, insegna Antropologia Culturale, Patrimonio industriale e trasformazioni urbane presso l’Università degli studi di Padova. È ricercatore affiliato al Centre d’Anthropologie des Mondes Contemporains, dell’EHESS di Parigi. Ha studiato Sociologia Urbana all’University of California at Berkeley.

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