Il disagio di “vivere insieme” nella città contemporanea
Giovanni Caudo
Una delle ragioni della progressiva perdita di rilevanza sociale dell’urbanistica é da ricercare nell’allontanamento di questa dai temi che riguardano il modo in cui le persone abitano, dai problemi reali che queste affrontano quotidianamente nello svolgere le diverse attività che le impegnano.
La cultura urbanistica e quella architettonica, in questo concordi, si sono lacerate negli anni. La prima attorno alla questione della rendita, divisa tra chi voleva contrastarla e tra chi voleva favorirla. La seconda, la cultura architettonica, sembra essersi appiattita sulla dittatura del mercato imperante e sulle domande di spettacolarizzazione imposte dai processi finanziari impliciti nel mercato immobiliare. Un ripiegamento verso l’immagine, talvolta con tinte ecologiche, che non ha incontrato, se non raramente, le reali condizioni di vita delle persone, degli abitanti. In entrambe queste posizioni sono mancate le persone e le relazioni che queste intrecciano con lo spazio. Da qui é necessario ripartire.
Comprendere i bisogni, le aspirazioni e costruire risposte a partire dalle forme dell’abitare (dalle difficoltà di farlo) sono attività che hanno costituito la base del lavoro degli architetti-urbanisti nel XIX e XX secolo. Al centro della proposta operativa dei maestri era la complessità delle forme di associazione umana, l’interpretazione delle vicissitudini imposte agli individui dal cattivo sviluppo della città e del territorio.
Tornare a dispiegare delle letture per comprendere i bisogni, le aspirazioni, … non é facile. Leggere i “fenomeni”, “ciò che accade”, “quello che le persone fanno” è una pratica difficile e controversa. Difficoltà date, ad esempio, dall’”evanescenza del collettivo” che ha perso (si tratti di spazio o no) i caratteri che da sempre lo hanno segnato. Difficoltà che procede con la progressiva individualizzazione della società, della sua articolazione in isole che, però, non costruiscono arcipelaghi.
Eppure, questo ritorno a “le cose” ci appare inevitabile per uscire da una prassi tecnica, dove gli strumenti, le procedure prevalgono sul “cosa fare”, sul contenuto. Oggi pare che ogni cosa, purché dentro una qualche procedura, sia giusta e vada realizzata.
Tornare a “le cose” vuol dire assumere la prospettiva di interrogarsi sul cosa fare. In qualche modo, certamente in modo diverso dal passato, é anche tornare a fare “militanza”.
Mettersi dinanzi a questa prospettiva, tanto più se poi la si offre ai partecipanti della scuola, ci impone di chiarire le difficoltà, i rischi e le implicazioni. Ammesso che poi le ragioni di partenza risultino chiare e condivise.

I differenti profili degli intervenuti ci consentono di affrontare la necessità di tali chiarimenti e di delineare l’insieme delle questioni che il “vivere insieme” nella città contemporanea propone.
La sequenza degli interventi inizia con i contributi di Somma, Forni e Fava che guardano “le cose” da tre differenti punti di vista. Rispettivamente, quello dei “nuovi arrivati”, dei bambini e da un luogo, il quartiere Zen di Palermo. Ai tre interlocutori chiediamo che il loro racconto incontri anche i due temi esposti qui di seguito:
- “la contrazione” del senso proprio della Città come luogo d’incontro. La riduzione, la progressiva scomparsa, di ciò che sta tra noi e che ci fa stare insieme. Quel mondo di cose che la Harendt considerava essenziale per vivere insieme. Cosa oggi può costituire questo “in between” posto che lo spazio di prossimità si é sciolto in connessioni e legami a-spaziali? Qui confluisce un tema ancora più ampio, quello delle relazioni tra spazio e individui. Come si ridefinisce lo spazio di prossimità?
- la seconda questione, in realtà come per la prima si tratta di grumi di questioni, attiene al Diritto alla città. E’ questione controversa, ma ci interessa guardarla il più possibile in modo frontale, per esigenze di chiarezza e per tentare di contrastare un binomio – dentro/fuori - che si sta diffondendo in modo subdolo (forse neanche tanto subdolo). Per noi stare bene (sicuri) l’altro deve restare fuori. Negare il diritto all’estraneo, ma poi anche all’indesiderato, poi anche a chi non ha le risorse economiche necessarie, poi…. . Così si sta formando una sorta di città di sotto che cresce in dimensione e che sembra essere il destino dei “deboli”.
La sequenza prosegue con l’intervento di Paba il cui racconto, oltre ad incontrare i temi di cui sopra, ci piacerebbe che affrontasse il rapporto tra la conoscenza, quella acquisita guardando “le cose” e quella più esperta ma distaccata, meno partecipata. Le difficoltà di interpretare ciò che accade, per i motivi in parte prima elencati, ci pare che incontrano qui, nel crocevia di come si costruisce la conoscenza, gli aspetti più propriamente disciplinari. Aspetti che hanno implicazioni dirette sulla formulazione delle politiche di intervento e di costruzione delle scelte.

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