“There are no children here…”
Elisabetta Forni
Vorrei iniziare il mio contributo leggendo alcuni narrazioni tratte dai testi indicati in bibliografia. Credo che possa essere un modo efficace per entrare emotivamente , prima ancora che razionalmente e ‘fisicamente’ nello spazio urbano del disagio, dell’emarginazione, della povertà, del degrado, della negazione (dell’altro) della lontananza, dell’assenza (esattamente le parole-chiave che ci ha proposto Ilaria Boniburini).
Ma vorrei che queste letture ci stimolassero poi a riflettere razionalmente sul “discorso” dello spazio. E proverò a farlo con l’aiuto dell’Antropologia e della Sociologia.
Se vogliamo mettere in positivo il tema della invivibilità, credo sia importante domandarsi come si produce culturalmente e socialmente lo spazio; e chi lo costruisce? E come lo si può comprendere? E quali effetti produce il mettere lo spazio (e non l’architettura) al centro del progetto urbano?
Vorrei riflettere con voi su come l’urbanità sia legata al processo di spazializzazione sociale. La produzione dello spazio riguarda infatti la riproduzione e l’interazione sociale e culturale.
E ancora:se è vero che culture differenti usano lo spazio (e lo costruiscono) in modo differente, come affrontare e mettere in positivo il conflitto che ne deriva?
Infine: come portare l’uomo e la sua cultura dello spazio al centro del discorso sulla sostenibilità urbana

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