L'indiscreto fascino dell'emergenza
Maria Pia Guermandi
Fra i traguardi di cui potrà gloriarsi l'attuale governo...
Fra i traguardi di cui potrà gloriarsi l'attuale governo, da venerdì scorso rientra anche la dichiarazione dello stato di emergenza per l'area archeologica di Pompei. E' la prima volta in tutta la storia d'Italia che un tale provvedimento viene decretato per un sito culturale e, in mancanza di recenti straordinari accadimenti che abbiano interessato l'area (nessun terremoto, nessuna eruzione dal 79 a questi giorni, ci risulta), stupisce che di una decisione tanto clamorosa si sia reso autore il ministro Bondi, da molti accreditato, fino a tempi recenti, di una certa moderazione nei toni, improntati per lo più ad una curiale genericità dei contenuti.
Nelle dichiarazioni riportate sui giornali del 5 luglio scorso il ministro ringrazia uno degli organi di informazione nazionale, il Corriere della Sera, per avergli segnalato la gravità della situazione per quanto riguarda il sito campano: e d'accordo che il quotidiano milanese ha ormai assunto il carattere di house organ governativo, ma davvero i flussi informativi del Ministero Beni Culturali sono ridotti così male da aver lasciato nell'ignoranza di una situazione a dir poco annosa addirittura lo stesso Ministro? Sì, perchè se c'è un elemento che contraddistingue le vicende pompeiane è la loro totale, disperante, mancanza di eccezionalità: caratteristica essenziale di ogni stato di emergenza, almeno fino all'avvento dell'attuale legislatura.
Come ogni lettore, anche distratto, di cronache culturali sa bene, gli scavi di Pompei sono attanagliati da una crisi strisciante per quanto riguarda le condizioni di fruibilità del sito in termini di servizi, corrette regole di accesso, manutenzione, che si protrae da anni e che è il risultato perverso di concomitanti fattori a partire dall'atteggiamento arrogante della potentissima lobby dei custodi, sindacalizzata con modalità di rara protervia clientelare e che da sempre condiziona pesantemente il corretto svolgimento delle modalità di accesso e fruizione del sito stesso, rafforzata da una asfittica situazione contestuale di economia parassitaria, e connotata da contiguità ricorrenti con settori malavitosi - e sappiamo bene in Campania questo cosa significhi – e latitanze, o addirittura connivenze funeste da parte di esponenti dell'amministrazione locale e nazionale. Si tratta di una situazione ormai incancrenita nel tempo, quasi inestricabile in questo come in altri ambiti sociali di questi territori.
Con l'arrivo di Pietro Giovanni Guzzo, qualche lustro fa, alla guida della Soprintendenza di Pompei, uomo al di sopra di ogni sospetto e studioso di riconosciuta competenza, a molti sembrò che in quella situazione fosse il massimo cui si potesse aspirare. E certo i risultati positivi non sono mancati, soprattutto sul piano scientifico, ma l'azione del Soprintendente frenata da molti convergenti ostacoli interni ed esterni non è riuscita ad imprimere quella svolta decisiva, possibile, come si è capito da tempo, solo in presenza di una volontà politica di cambiamento fermissima, continuata nel tempo e sostenuta dai più alti livelli governativi: circostanze mai verificatesi almeno da trent'anni a questa parte.

In questo contesto, quindi, la dichiarazione dello stato di emergenza appare semplicemente una scorciatoia di sicuro impatto mediatico e di risibile efficacia in re.
Eppure moltissimi e bypartisan si sono levati i consensi all'iniziativa, in nome di una coralmente auspicata svolta contro il degrado della zona: tra i fautori più entusiasti anche quel sindaco di Pompei che, con assoluto sprezzo della coerenza etica è, nel suo ruolo professionale di avvocato, difensore ufficiale dei fratelli Italiano, proprietari del famosissimo ristorante abusivamente costruito e abusivamente gestito per anni all'interno degli scavi, per rimuovere il quale la Soprintendenza ha ingaggiato una lunghissima battaglia legale.
Di fronte a questi atteggiamenti si è facili profeti nell'affermare che la “militarizzazione” di Pompei non servirà a riportare l'area in un alveo di piena legalità e di rispetto delle regole, a meno di non essere accompagnata da mutamenti non solo radicali, ma soprattutto frutto di un progetto politico-culturale meditato e perseguito con continuità negli anni a venire, progetto che, al momento, non è dato riconoscere.
A meno che come tali non si vogliano definire i proclami di un altro dei grandi sostenitori dell'azione del Ministro, l'agguerritissimo assessore campano al turismo e beni culturali Claudio Velardi che, sottolineando un'assoluta condivisione politica col governo nazionale, va ripetendo da settimane la sua soluzione ai mali di Pompei: indovinereste mai? In perfetto allineamento con il collega siculo Antinoro, ma soprattutto con lo Zeitgeist che percorre paese e parlamento, la magica pozione risanatrice consiste nell'affidamento della gestione del sito vesuviano ai privati, gli unici in grado di innalzare la “produttività” (sic!) di Pompei. Perchè sia chiaro che per il neoesponente della giunta Bassolino, il problema determinato dalle carenze, dal degrado, dai disservizi non è quello di limitare fortemente e per più aspetti, la completa fruizione dell'area monumentale e di minare la salvaguardia del patrimonio culturale nel suo complesso, ma casomai di impedire che il numero dei turisti-consumatori aumenti, con qualsiasi mezzo, a qualsiasi costo.

Di fronte a questi obiettivi la decisione del ministro assume un diverso, più inquietante significato.
Come per altre iniziative analoghe che si sono susseguite in queste settimane, il sospetto forte è che si tratti di decisioni destinate soprattutto a ribadire quell'aura di decisionismo pragmatico con cui il governo attuale intende connotare la propria azione politica e aumentare, grazie a qualche coup de théatre a basso costo, il consenso popolare. Ma dietro la fin troppo smaccata e devota mimesi del Ministro nei confronti del suo capo (“farò per Pompei come Berlusconi ha fatto per Napoli”, Corriere della Sera del 5 luglio) si intravede dell'altro: nell'ipocrisia della reiterata (ma accortamente delimitata all'ambito scientifico) fiducia espressa da Bondi al suo funzionario si nasconde una trappola che va al di là dell'episodio specifico. Se si riteneva che l'azione di Guzzo fosse stata carente, il Soprintendente andava rimosso e sostituito, in caso contrario andava semmai aiutato, nella sua opera, in maniera concreta e politicamente esplicita. Con la nomina di un commissario chiamato a gestire lo stato di emergenza, al contrario, il Soprintendente, funzionario operante in nome dello Stato, sarà messo sotto tutela, le sue prerogative limitate e decisamente circoscritte a vantaggio di un emissario nominato dal governo. Sarà di fatto compromessa la sua auctoritas di tecnico super partes, non perchè neutrale esecutore di volontà governative, ma perchè difensore di un bene comune la cui salvaguardia è posta costituzionalmente al di sopra delle alternanze politiche di schieramento. In questo modo viene sovvertita una regola fondamentale della vita democratica che pone chi, per competenza tecnica e scientifica ricosciuta tramite pubblici processi di verifica, è posto a custode di un patrimonio collettivo nell'esclusivo servizio delle leggi dello Stato e al di sopra delle volontà di chi è espressione di interessi di parte. Sta accadendo a Pompei, ma non solo: nel suo bellissimo articolo sulla metamorfosi della democrazia italiana di qualche giorno fa, Giuseppe D'Avanzo scriveva: “l’obiettivo primario e dichiarato di Berlusconi è la riduzione di poteri plurali e diffusi”. Lo scopo finale di questo attacco, nella vicenda qui presa a commento è chiaramente espresso, con perfetto gioco di squadra, negli entusiasmi neoliberisti di un esponente dell'”opposizione”: la svendita del nostro patrimonio culturale e del bene pubblico più in generale a vantaggio del privato.
Di fronte alle trasformazioni disneyane prefigurate da Velardi &C (v. Corriere del Mezzogiorno del 5 luglio) c'è da temere davvero che quasi duemila anni fa il Vesuvio non sia stato il liquidatore più spietato.

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