Dieci considerazioni per il governo della città ovvero la questione delle periferie
Arnaldo (Bibo) Cecchini


Quello che faccio è uno strano mestiere che sta a cavallo tra le tecniche e le interpretazioni, tra i metodi quantitativi e quelli qualitativi, fra i modelli e la comunicazione; il tutto nell’idea che bisogna governare la città, che la città è – nel suo insieme – un bene comune (anche se molte cose della città possono e debbono essere “merci”, così non è per la città nel suo insieme; e la stessa cosa succede per molte altre cose in molti altri campi) e che a governarla debbono essere i cittadini (non per capirci i “portatori di interesse” o i percettori di rendite).

Vorrei ribadire questo concetto con un esempio: il mercato, un luogo fondamentale della città, è un luogo pubblico, anche se le merci che vi si scambiano sono beni privati, come luogo pubblico viene programmato, progettato, regolato, “mantenuto”; non vi si svolge solo lo scambio di merci, ma è luogo di relazioni, di discussioni, di trame, di seduzioni, di intrattenimento (i fieranti, che vanno a quei particolari mercati occasionali che sono le fiere, i saltimbanchi, i malandrini, i giocatori delle tre carte, … si trovano al mercato); l’agorà era il luogo dello scambio, ma anche della democrazia; spesso vi sono state anche “città dei mercati”, a volte stagionali o mobili.

“Alcune centinaia di anni fa c'era la piazza del mercato. I mercanti ritornavano da mari lontani con spezie, sete e pietre preziose e magiche. Delle carovane arrivavano attraverso deserti brucianti portando datteri e fichi, serpenti, pappagalli e scimmie, strane musiche e strani racconti. La piazza del mercato era il cuore della città ... La gente si alzava presto e veniva qui per il caffè e le verdure, le uova e il vino, le pentole e i tappeti, gli anelli e le collane, i regali e i dolci ... Venivano qui per guardare e ascoltare e meravigliarsi, per comprare e per divertirsi. Ma molti venivano qui soprattutto per incontrarsi gli uni con gli altri. E per parlare.”
Levine R., Locke C, D. Searls e Weinberger D . Cluetrain Manifesto La fine del business as usual Fazi, Roma 2001 pag,23

Poi mi occupo di giochi, in generale – come deve essere – per divertimento e, qualche volta, come è possibile, in quanto essi sono una “tecnologia educativa” ed uno strumento utile per capire la città e per capire come la si può guidare.

C’è solo una giustificazione per un esordio così personale: che esso sia utile; credo che lo sia perché nell’esperienza che raccontiamo mi sono “allargato” un po’ troppo, proponendo alle mie studentesse e ai miei studenti un percorso – riferito alle periferie di Sassari - che arrivasse sino al progetto, non limitandosi all’analisi e alla diagnosi, come avrei dovuto.

Le considerazioni che seguono sono – in molti sensi – il riferimento teorico ed il quadro concettuale di quei progetti che potete trovare insieme con altri utili saggi e saggetti nel volume che ho curato per i tipi di Franco Angeli Al centro le periferie. Il ruolo degli spazi pubblici e dell’attivazione delle energie sociali in un’esperienza didattica per la riqualificazione urbana, che a noi che l’abbiamo fatto pare molto umilmente utile e utilmente umile.

1. Governare le trasformazioni

La prima considerazione serve a definire il quadro di riferimento dell’intera costruzione logica e concettuale del progetto; governare le trasformazioni della città è necessario, governare le trasformazioni della città è possibile.
Il fatto che sia difficile e che debba essere fatto in modo diverso che in passato, non vuol dire che non si debba e non si possa fare.
Governare la città è difficile ed ha molte implicazioni ed oggi avviene in modo diverso da ieri, soprattutto per quanto riguarda la progettazione e la pianificazione del suo futuro.

2. Governare per che cosa?

La seconda considerazione ci indica a cosa deve tendere il governo, in generale e per quanto riguarda le trasformazioni del territorio.
Saper leggere, descrivere, interpretare, orientare e governare le trasformazioni radicali della città, del territorio e dell’ambiente, all’interno dell’ obiettivo di fondo di uno sviluppo che garantisca equità, sostenibilità, diritti è il compito e la sfida che dobbiamo porci, ciascuno di noi dal proprio punto di vista.
Uso la parola “sviluppo” con prudenza, ma con convinzione ed in qualche modo la associo alla parola “progresso”.

3. Città e sostenibilità

La terza considerazione riguarda la questione della sostenibilità.
La città non è mai stata "sostenibile" in nessuno dei sensi in cui questa espressione è usata, in particolare se si pensa all’accezione che Latouche definisce “eco-centrata”: anzi la città è il luogo della vita umana organizzata in cui la crescita dell'entropia è massima.
Ovviamente qui mi riferisco al raffronto con stili di vita “locali” e autosufficienti come quelli della campagna non alla situazione devastante dello sprawl che estremizza, senza averne la qualità, il consumo di suolo e la dissipazione energetica.
Per la città il problema del limite è sempre esistito, ma forse ora per la prima volta, assume dimensioni non solo locali e non solo contenute nel tempo.
Molte città, la stragrande maggioranza di esse, si sono estinte per aver distrutto il loro ambiente, le condizioni per la propria sopravvivenza, per autofagia.
Ma il limite della città, l'ambito della sua divorante famelicità era sino a ieri prevalentemente "locale", i danni ambientali (diretti quantomeno) erano legati alla "prossimità", alla contiguità spaziale.
Negli ultimi decenni la crescita dell'urbanizzazione e l'aumento dei consumi urbani stanno determinando una globalizzazione anche degli effetti ambientali, sia in termini di impatto momentaneo che di pressione stabile: non solo viene investito tutto il mondo attuale, ma viene "consumato” tutto il mondo futuro.

4. Città di ieri e città di oggi

In quarto luogo si tratta di identificare i caratteri distintivi della città.
Vale la pena partire da alcune “affermazioni” che mi appaiono evidenti per le città di sempre:
- nelle dinamiche urbane si intrecciano permanenza (le stratificazioni) e cambiamenti, sicché il futuro di ogni città non è indipendente dalla sua storia;
- la città è la nicchia ecologica della specie umana, anche perché si tratta di una specie sommamente adattabile, sicché la forma città, pur mutevole, è resistente e resiliente;
- la città rende possibile isolarsi e rende inevitabile stare con gli altri, sicché gli spazi di relazione e quelli dell’abitare sono entrambi essenziali e la qualità urbana dipende dalla qualità di entrambi: le “città” senza spazi pubblici o che distruggono lo spazio pubblico non sono città; in esse i "non-luoghi" divengono gli unici simulacri della città, come d’altro lato non sono città le “città” senza abitanti;
- la città è il luogo dell’interazione sociale fra diversi, sicché le città “ideali” non sono città e le città-fortezza (le Gated Cities) non sono città.

5. Urbs, civitas e polis

La quinta considerazione riguarda la perdita del ruolo politico della città, che è un bel problema anche per il senso delle parole.
Un’altra causa del declino e della scomparsa delle città nelle storia è stata il venir meno della loro capacità di garantire forme adeguate di cittadinanza, nei modi storicamente possibili e quindi diversi da un’epoca all’altra; l’inclusione forse non coincide con i diritti di cittadinanza, ma essi ne sono la condizione: “l’aria della città rende liberi” non era solo un modo di dire.
Un’evoluzione della città contemporanea è quella di originare città senza abitanti, ovvero senza cittadini; una non-città che dissolve in uno stesso tempo la “forma” della città (l’urbs) e la società (la civitas): si perde il cittadino se si perde la città e si perde così la politica e così si perde la democrazia; il cittadino diviene solo consumatore è la “città” una delle tante (neppure la più importante) “macchina per il consumo”, una marmellata in cui gli unici grumi sono le cittadelle del consumo che spesso assumono l’aspetto fantasmatico di città fittizie.

6. In sesto luogo bisogna capire cosa sono oggi le periferie.

L’incendio di un condominio fatiscente a Parigi, vicino a Place d’Italie, e il fatto che in quell’incendio, a causa dello stato di abbandono dell’edificio, siano morte 17 persone fra cui 14 bambine e bambini, tutti immigrati regolari dall’Africa, è solo l’emergenza tragica del problema delle condizioni dell’abitare in tutte le città contemporanee, in cui progressivamente è stata abbandonata ogni azione per il “diritto alla casa”, azioni che erano elemento centrale, cardine della politica urbanistica delle amministrazioni pubbliche soprattutto nel primo dopoguerra, in cui a dirigere l’Ufficio per le attività edilizia del Comune di Berlino era Martin Wagner e in cui nella Vienna “rossa” sorsero le grandi Hof.
La nascita delle moderne periferie (anche le città antiche avevano i propri suburbia, ma il fenomeno delle periferie è un fenomeno moderno che possiamo far partire dal periodo di abbattimento delle mura, anche se ha assunto poi forme e modi diversi in varie parti del mondo) e la crisi dei processi di integrazione economica, culturale e sociale determinano l’esistenza nelle città, a volte nel loro più interno centro, di aree di esclusione permanenti, escluse dal presente e dal futuro, aree cui si contrappongono i ghetti dorati delle gated city o le città “specializzate”.

7. Le periferie al centro

Una settima considerazione riguarda il nodo politico e culturale più rilevante: come ridare qualità alla vita urbana; la maggiora parte degli abitanti della città, che sono la maggior parte degli abitanti del mondo, vive in periferia, talvolta – come abbiamo detto in città che sono tutte e solo periferie.
E come abbiamo detto una questione, forse la prima questione è il peso ed il ruolo della rendita.
Le periferie hanno molto poco della civitas, molto poco dell’ urbs e tuttavia nelle “normali” città non sono dei vuoti, dei buchi neri; in esse nascono fenomeni culturali importanti, autonomi, creativi, in esse si sviluppano energie sociali, che hanno bisogno di sbocchi, li cercano e ne trovano molti e diversi, uno dei quali è la violenza.
L’attivazione delle energie sociali (la scoperta di quella che è stata definita insurgent city) strettamente collegata con la definizione di obiettivi concreti di sostenibilità ambientale (concreti vuol dire radicali, soprattutto per quanto riguarda trasporti, rifiuti e consumi energetici) e l’attenzione al contesto, sono aspetti necessari di ogni strategia di “salvezza” della città.
La “partecipazione” proprio per questo serve: non si tratta di partecipazione come costruzione del consenso o come semplice decentramento istituzionale, si tratta di partecipazione come espressione dell’azione di trasformazione che viene dalle pratiche sociali, cui si dà struttura, visibilità, efficacia, potere; per usare un termine tecnico si tratta dell’ empowerment, ovvero della conquista di potere di decisione e di diritti reali da parte dei diversi soggetti.

8. Chi decide? La frattura sociale e la secessione

L’ottava considerazione riguarda il problema della democrazia e del potere di decisione nell’epoca della rinascita dei semidei.
La questione della democrazia è nel mondo dell’ultima, recente globalizzazione un punto critico quasi disperato; è vero che esiste in molti cittadini una sensibilità acuta ed una pronta capacità di mobilitazione e ciò comunque è un bene, ma questi cittadini “avvertiti” si misurano con i problemi sempre e comunque in quanto questioni “locali” e soprattutto essi spesso si percepiscono e si rappresentano come “utenti”, rivendicano non tanto potere e responsabilità, ma soprattutto servizi e rispetto delle regole; la loro voce parla solo per loro, per il qui, per ciò che è loro diritto avere, raramente per tutti (e solo un progetto per tutti è un progetto di organizzazione e gestione del territorio), per uno spazio più ampio del nostro spazio, per conquistare nuovi diritti; ed è soprattutto vero che quelli che non hanno voce non trovano nessuno che vuole dargliela (al massimo – e non è poco – si offre loro pietà e compassione).
I semidei, duecento anni dopo la Rivoluzione Francese e molto di più che allora, popolano di nuovo la terra: l’abisso tra ricchi, sciolti da ogni legge e virtualmente onnipotenti, che hanno il solo limite di essere mortali, e la gente comune, tra cui anche i miserabili delle periferie del mondo, ma non solo loro, è sempre più ampio, tanto che essi vivono vite separate in mondi separati, senza quasi intersezioni, senza relazioni.

9. Città e periferie: che fare?

La nona considerazione riguarda quel che è possibile fare e suggerisce qualche strada.
Quel che in primo luogo chiedono gli abitanti delle periferie, come tutti gli esseri umani è la base della condizione umana in un sistema di relazioni sociali: il rispetto.
“ On n'estpas des racailles mais des êtres humains. On existe. La preuve: les voitures brûlent” (“Non siamo feccia, ma esseri umani. Esistiamo. La prova: le macchine bruciano)”.
L’interpretazione dell’urlo di chi è senza futuro è quella dettata dalle politiche della sicurezza. La violenza espressa dall’odio per una condizione inaccettabile e senza speranze riceve la risposta che separa gli umani tra di loro, perché non volgano gli occhi verso i semidei.
Solo se il controllo delle dinamiche di sviluppo è sottratto al dominio della rendita e governato, sulla base dei rapporti di forza fra le classi, dal potere pubblico; solo se i protagonisti delle trasformazioni sono gli abitanti tutti dei quartieri e se la ricchezza delle loro espressioni (che, tra l’altro, i “padroni delle mode” saccheggiano, senza pagare dazio) trova riconoscimento e interlocuzione, solo se il lavoro è una dimensione consistente e ricca di prospettive e proiettata al futuro, garanzia di riconoscimento e di promozione (chi mai riconosce a sé stesso dignità nella prospettiva di lavori precari o nel friggere polpette, per tutta la vita?) e di reddito e di valore, solo se si danno queste condizioni, gli interventi architettonici, urbanistici, culturali hanno speranza di successo, possono sottrarre le periferie alla loro condizione di luoghi del bando.

10. Che fare a Sassari

Infine, la decima considerazione è quella che ci dettato le linee di intervento operative nelle situazioni concrete.
Certo Sassari non è Parigi e neppure Napoli e dunque gli effetti della condizione periferica assumono dimensioni meno ampie e meno drammatiche, potremmo dire più “tradizionali”.
Intanto vi è a Sassari una “periferia centrale”, che corrisponde grosso modo all’intera area del centro storico all’interno del cerchio delle antiche mura, in cui il progressivo degrado del patrimonio abitativo si è inevitabilmente accompagnato alla perdita di funzioni e di diversità sociale.
In alcuni quartieri di periferie periferiche sono confinate le “classi pericolose”, anche se il problema della violenza e della criminalità non è oggettivamente grave a Sassari e non è neppure percepito come molto rilevante, se non localmente in situazioni particolari.
Nelle periferie di Sassari alla domanda “ti piace dove stai”, la risposta è molto spesso “no”; alla domanda “te ne vorresti andare” la risposta è altrettanto spesso “no”; questa terra è la mia terra, ma così non mi piace.
Nessuno può trascurare il fatto che le cose stanno così: per chi progetta è un buon punto di partenza (se il progettista non guarda il suo ombelico).

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