Da Castelfalfi a Montespertoli
Alberto Magnaghi
Obiettivi, condizioni, svolgimenti e difficoltà di un’esperienza di democrazia partecipativa. Scritto per eddyburg, 26 giugno 2008
Scrivevo in gennaio nel mio commento su eddyburg sulla vicenda Castelfalfi: “C’è dunque differenza fra garantire un processo di ascolto allargato alla popolazione, su un problema predefinito e contingente (ad esempio il progetto di insediamento turistico TUI a Castelfalfi) che definirei una specifica interpretazione del processo di governo dei conflitti verso un processo di governance; e far crescere processi di democrazia partecipativa in quanto forma ordinaria, non contingente, di governo; il che comporta processi lunghi e difficili ma costanti di maturazione di cittadinanza attiva e di trasformazione culturale verso l’autogoverno. Rispetto a questa seconda accezione, l’ascolto sul problema contingente non può che essere il primo passo della democrazia partecipativa, se l’obiettivo non è il consensus building ma l’empowerment della società locale”.

Le prime sperimentazioni della legge toscana sulla partecipazione (Lr. 69/2007) riguardanti la costruzione di statuti del territorio condivisi (ad esempio, Montespertoli, Prato, Grosseto) vanno (o dovrebbero andare, vedremo) in questa direzione: attivare processi di democrazia partecipativa non su opere o progetti predefiniti, ma su un progetto di futuro del territorio da costruire dall’inizio del piano strutturale e, in particolare, del quadro conoscitivo e dello statuto del territorio. In questo caso si tratta di un percorso di autoriconoscimento, attraverso un processo in cui la comunità locale partecipa all’individuazione dei propri valori patrimoniali di cui tener conto nello statuto, corpus di regole per la trasformazione del territorio che promanano dalle capacità di offerta del territorio stesso e non dalla domanda.

Tutto ciò in teoria perché, come sempre, ogni piano si porta dietro le previsioni del piano precedente e dunque c’è sempre qualcosa, anzi molto, già deciso prima. Anche se il piano strutturale può in teoria annullare, modificare, ridurre tutte le previsioni dei piani precedenti non ancora convenzionate, nella pratica questa revisione si dà molto raramente.

Nel caso di Montespertoli , “città del vino”, “città di paesi”, immersa nel paesaggio storico delle ville fattoria del Chianti fiorentino, dove si è costruito “troppo e male”, il processo partecipativo per il piano strutturale (ultimo piano di tutti i comuni toscani), è stato preceduto dalla nomina del garante (regionale) della comunicazione che ha promosso una indagine preliminare su settecento abitanti (su circa 12000) seguita, dal marzo 2008, da una serie di assemblee pubbliche nel capoluogo e nelle frazioni di presentazione delle indagini e ascolto della popolazione (www.dp-montespertoli.it). A questo percorso di ascolto si è aggiunta l’attivazione di laboratori di frazione e di capoluogo per promuovere un processo strutturato di partecipazione degli abitanti alla costruzione di “mappe di comunità”, finalizzate alla costruzione condivisa dello statuto del territorio. Per la gestione dei laboratori è stato richiesto dal Comune un contributo alla Regione ai sensi della legge sulla partecipazione.

La promozione e la gestione dei laboratori è garantita dal Corso di laurea in Pianificazione di Empoli (facilitatrici, tirocinanti, laureandi, studenti del corso di Sociologia), dalle associazioni locali AMAT (Associazione Montespertoli Ambiente e Territorio),AMDT (Associazione Montespertoli di Tutti), Circolo LEGAMBIENTE “Passignano” ,Circolo LEGAMBIENTEEmpolese Valdelsa, Italia Nostra di Firenze, WWF Toscana).

I 5 laboratori di frazione attivati stanno funzionando facendo partecipare gruppi di abitanti direttamente e attivamente nella costruzione del quadro conoscitivo dei singoli luoghi, comunicando saperi, memorie, conoscenze e valutazioni sullo straordinario patrimonio ambientale, territoriale e paesistico “cosi come percepito dalle popolazioni”, secondo quanto indicato dalla Convenzione europea del paesaggio; gli abitanti che partecipano stanno disegnando, con l’aiuto di facilitatori, le proprie idee sul futuro del territorio, da inserire nel piano strutturale; affinché l’enorme ricchezza che il patrimonio territoriale costituisce per il futuro non venga dissipata, anzi valorizzata.

La cartografia tecnica del piano non è in grado di evidenziare gli aspetti che rendono un luogo “importante” per coloro che lo abitano e che lo conoscono bene; non è in grado di attivare la conoscenza puntuale del luogo e tutto il bagaglio di saperi contestuali condivisi trasmessi per generazioni, che ha contribuito a costruire il paesaggio storico che oggi vogliamo tutelare e valorizzare come bene comune.

Le mappe di comunità, costruite insieme agli abitanti, possono costituire uno strumento che contribuisce, privilegiando i luoghi e i percorsi che si conoscono per esperienza diretta, a raccontarli e disegnarli con linguaggi grafici, iconografici, letterari, e artistici comprensibili per tutti; rendendo quindi più concreta la possibilità anche tecnica da parte degli abitanti di poter partecipare attivamente a discutere e indicare le scelte di trasformazione dei singoli luoghi.

I gruppi di lavoro discutono dei vari temi e propongono sia indicazioni di luoghi, paesaggi, percorsi, specificità ambientali che caratterizzano l’identità del territorio, sia indicazioni di cosa si vuole ottenere dal piano; qualità paesaggistica e ambientale, dell’architettura, percorribilità, servizi, spazi pubblici, ecc.

Con l’aiuto dei facilitatori le indicazioni vengono riportate su mappe e schede (disegni, foto, collage, lavori delle scuole, ecc., sia della singola frazione che del territorio comunale); le mappe vengono discusse nelle diverse manifestazioni e feste del comune, nelle assemblee programmate nelle frazioni e arricchite via via che giungono proposte, informazioni; fino a organizzarle per temi e presentarle al Comune per indirizzare la definizione delle invarianti strutturali e dello statuto del territorio e il quadro delle proposte per il futuro.

Le mappe faranno cosi parte integrante dei documenti del quadro conoscitivo del Piano strutturale.

Le mappe, in una prima elaborazione, dovrebbero essere presentate nelle 3 giornate tematiche di autunno, gia previste a conclusione del processo partecipativo.

Questo percorso non è nuovo: è partito con le esperienze delle mappe scozzesi del Common Ground (parish maps), della rete europea “Mondi locali” (www.localworlds.eu), si è radicato in Italia con le esperienze degli ecomusei e della loro rete che va dal Piemonte alla Puglia (www. ecomusei..net), passando per il Casentino e le Marche. Ciò che è nuovo è il tentativo, seppur limitato dai tempi ristretti, dettati dal procedimento del piano strutturale, di applicare la tecnica delle mappe di comunità alla costruzione di uno statuto condiviso del territorio.

Già dall’indagine preliminare del Comune sono emerse alcune priorità importanti poste dagli abitanti come input per il lavoro dei laboratori che riguardano:

-la conservazione e la valorizzazione del paesaggio: i laboratori, sviluppando questa priorità, contribuiscono a segnalare luogo per luogo gli elementi ritenuti di valore (profili dei crinali, visuali, percorsi e sentieri panoramici, borghi, edifici di pregio, trame agrarie, ecc) e gli elementi di degrado; a fornire indicazioni per la qualità delle costruzioni, i requisiti fondativi degli “ statuti locali” di frazione, subordinando a questi le tipologie edilizie e urbanistiche dei nuovi interventi;
- la tranquillità e la percorribilità della campagna: il grande parco di Montespertoli è il territorio agricolo storico fatto di “quadri” di pregio mondiale. Le mappe vanno indicando percorsi e sentieri di crinale, di collegamento con il fondovalle, lungo i torrenti, le strade interpoderali, per garantire la percorribilità (a piedi, in bicicletta a cavallo) e l’apertura visuale e fruitiva di questo parco agricolo multifunzionale;
-la qualità ambientale: le mappe segnalano sorgenti, torrenti, borri, piante monumentali, cipressaie, biotopi, zone tartufigene, laghetti, ragnaie, ecc. da conservare e valorizzare;
- la vocazione agricola del territorio della “città del vino e dell’olio”: questa scelta degli abitanti non imitativa della metropoli, che allude all’importanza per gli abitanti del rilancio del mondo rurale nel futuro, spinge le mappe ad approfondire le coltivazioni di pregio, tipiche, biologiche, gli agriturismi, le esigenze delle imprese famigliari e delle piccole imprese locali messe al primo posto nell’indagine, le esigenze di mercati locali dei prodotti tipici, a subordinare le forme dell’ospitalità allo sviluppo del mondo rurale, a limitare la deruralizzazione, ecc.
- la necessità di spazi pubblici e servizi: le eccessive espansioni residenziali denunciate nell’indagine hanno creato domanda di riequilibrio: le mappe segnalano le esigenze luogo per luogo dei diversi tipi di servizi per ricostruire lo spazio pubblico dei singoli centri e delle reti di comunicazione.

Questo il percorso che abbiamo avviato non senza contraddizioni e difficoltà.
Elenco le principali:
- la sfiducia diffusa in molti abitanti e anche nelle associazioni locali che hanno vissuto, nella fase precedente l’apertura del processo partecipativo, un rapporto fortemente conflittuale con l’amministrazione su temi importanti come l’apertura di un sito minerario sul geotopo-biotopo di Acquabolla, il raddoppio della discarica di Botinaccio, l’apertura di una cava capitozzando un crinale (Polvereto), le modalità di applicazione della raccolta differenziata porta a porta, ecc. Questo si traduce, anche nei laboratori, in continue richieste di garanzie sul fatto che ciò che si elabora sia effettivamente tenuto in conto nelle decisioni. Nonostante la parola d’ordine del processo partecipativo sia stata, da parte del garante, “si è costruito troppo e male”, serpeggia la sfiducia sul fatto che il processo partecipativo sia in grado di fermare le collusioni di interessi che hanno portato a questo risultato perverso della pianificazione;
- l’inadeguatezza delle strutture amministrative a soddisfare un metodo di democrazia partecipativa “come forma ordinaria di governo” come recita l’art 1 della legge sulla partecipazione; cui si aggiunge in molti casi una sorta di insofferenza per processi visti come un disturbo del normale sistema consociativo delle decisioni;
- il timore manifestato in molti casi esplicitamente dagli abitanti che prendere la parola, magari in contrasto con l’amministrazione, danneggi le loro attività professionali e i loro interessi privati (lavoro, permessi, licenze, ecc);
- le difficoltà del garante a risolvere i mille conflitti quotidiani, tecnici e politici che emergono da una forma innovativa della politica locale;
- e cosi via.

Ci sarebbe di che rinunciare. Invece caparbiamente andiamo avanti, consci dell’importanza della sperimentazione, soprattutto pensando all’esigenza di diffondere nella pratica quotidianadegli abitanti una cultura della cura e della valorizzazione del territorio sviluppando “coscienza di luogo” in forme permanenti. Si tratta di un percorso più sotterraneo e capillare rispetto alle diffuse mobilitazioni e vertenze contro singole opere e alla importante messa in rete dei comitati, ma forse in grado in prospettiva di contribuire a sottrarre complicità o indifferenza sociale e sviluppare cittadinanza attiva rispetto a quotidiane azioni pubbliche e private di devastazione del territorio, del paesaggio e dell’ambiente.

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