La casa, un’emergenza da 25 anni
Luca Beltrami Gadola
Una politica priva di strategie si affida alle intuizioni di improvvisati "socio-architetti". La Repubblica ed. Milano, 9 luglio 2008 (f.b.)
Panacea, la dea che tutto guarisce, figlia del dio Esculapio, ha lasciato l´Olimpo: è scesa tra di noi milanesi sotto le spoglie di Expo 2015. Benvenuta! A lei oramai ci affidiamo perché ci guarisca da tutti i mali, dalle infrastrutture insufficienti e malandate ai sentieri di montagna mal segnalati, al dissesto idrogeologico, all´inquinamento atmosferico, alle buche nei marciapiedi. Tutto lei può. Da ultimo ci siamo rivolti a lei per il problema della casa, un´emergenza ormai nota per la sua drammaticità e che ha stravolto il significato della parola stessa: quando dura un quarto di secolo emergenza non c´è più, è solo drammatica incapacità a provvedervi.
Dunque di nuovo oggi si interrogano gli architetti per avere lumi. Gli amministratori pubblici interpellano gli architetti ai quali hanno appiccicato una nuova professione, quelli che definirei di "socio-architetti", quelli che loro ritengono capaci di risolvere problemi sociali usando dell´architettura. È un pericoloso arretramento della classe politica di fronte alle sue responsabilità: individuare i problemi sociali e scegliere gli strumenti adatti a risolverli, ovviamente solo in parte quelli dell´architettura. Detto tra noi conosco molti disastri sociali fatti dagli architetti e pochi esempi del contrario: dal problema dal Corviale a Roma fino allo Zen di Palermo. Ci risiamo? Il problema è analogo a quello del pane oggi, scarso e caro. Soltanto qualche brillante spirito penserebbe di consultare i panificatori chiedendo loro di risolvere il problema pensando alla forma del pane: rosette? biove? ciriole? francesini? ciabatte? carasau?

Il problema principe della casa, in particolare quella popolare (che oggi con impareggiabile delicatezza chiamiamo housing sociale) è la sua scarsità e il suo prezzo. Alla fine del 1993, governo Ciampi, sotto la spinta della diffusa morosità, delle occupazioni abusive e delle difficoltà di gestione, viene varata la legge 560 che autorizza gli enti proprietari di edilizia sociale a vendere il loro patrimonio.
La soluzione è devastante: le vendite impoveriscono il demanio pubblico e favoriscono chi ha qualche risparmio trasformandolo in un fortunato che godrà della rivalutazione forsennata degli immobili degli anni successivi: ombre in più sulle vendite, come sempre. Da un 30% di milanesi a fine anni 80 alloggiati in case popolari o di edilizia pubblica si passa ad oggi ad una percentuale di poco superiore all´otto per cento.
Dunque il dato essenziale è che mancano le case, non solo quelle popolari, mancano le aree per costruirle, mancano i denari. A fronte di 30.000 alloggi necessari se ne producono qualche migliaio all´anno, se va bene. Il numero delle famiglie con redditi insufficienti per il libero mercato aumenta. Agli immigrati regolari bisogna dare una casa. Sinceramente non vorrei più sentir parlare, anche per questo problema, della fantastica strategia "collaborazione pubblico-privato". Di questa invenzione abbiamo esempi clamorosi: la clinica Santa Rita, Ville Turro, le autostrade in concessione. Tanto per cominciare l´elenco. Preferisco i "rozzi" strumenti degli anni 70 e 80 dove il rapporto tra pubblico e privato era regolato dalla legge sugli appalti. Non indenne da difetti ma dove era più facile capire chi rubava o più semplicemente "profittava". E provvedere.

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