Architetti: ritrovate il coraggio
Massimiliano Fuksas
L’auspicio di una sorta di Piano Fanfani del Terzo Millennio per la casa economica, vola alto. Troppo, per il contesto attuale? La Repubblica ed. Milano, 29 giugno 2008 (f.b.) con postilla
In Italia è dall´inizio degli anni ‘60 che non si pensa ad un piano per l’abitazione a basso costo. Da Fanfani in poi, dagli albori del primo centro-sinistra, si è persa la nozione di quello che saremmo divenuti, e la stupida illusione di una crescita economica all’infinito ha creato danni gravissimi all’equilibrio del pianeta. Giulio Tremonti è in grado di proporre un piano che abbia senso etico e non di mercato per risolvere il dramma della mancanza di abitazioni.
In un calcolo semplificato in Italia mancano 3 milioni di abitazioni da dare in affitto a canone controllato per una popolazione di 8 milioni circa di italiani in cerca di abitazione, e fra 4 e 5 milioni di emigranti legalmente riconosciuti o cosiddetti clandestini. I grandi temi sono abbandonati. La città, il suo modificarsi, il metabolismo naturale dei luoghi urbani, demolizioni e ricostruzioni, cambiamenti, emergenze, parchi e boschi, luoghi per vivere….. sembrano superati dalle chiacchiere di un paio di perdigiorno che si mettono, senza competenza, a dibattere sugli architetti più o meno noti.

Guardano l’architettura come panorama selvaggio in cui gli abitanti di questo paesaggio sono presi dalla smania di media o dalla droga del potere! La questione è ben altra. In Italia si è persa completamente la dimensione del progetto. Si confondono ruoli e metodi. Si pensa che un tema, un’idea siano già trasformati in realizzazioni. Come nel caso dell’Expo del 2015, meritatamente conquistata dalla città di Milano, tempi e progetti non fanno parte della cultura delle nuove classi dirigenti. Se già ci si dotasse di un gruppo di esperti (non contate sul sottoscritto per ragioni deontologiche), parte di una commissione italiana e internazionale, con la quale dialogare e costruire ipotesi, sarebbe già un bene. E poi che si dia immediatamente incarico ai rappresentanti dei poteri locali di decidere l’organizzazione e i tempi della realizzazione. Credo che se dovessi scegliere qualcuno per avere la certezza che tempi e soldi siano perfettamente congrui, sceglierei qualcuno che ha esperienza di grandi opere urbane.
In Italia non si è formata una classe di committenti pubblici capaci di imprese importanti. Nel nostro paese c’è stata sempre una grande confusione tra progetto, costruzione, sviluppo e gestione. Pochissima attenzione per la manutenzione futura delle opere. Nessun metodo che può divenire modello riproducibile di una sana amministrazione del territorio. L’occasione ha voluto che Milano diventi punto d’ascolto e osservazione per l’intera comunità nazionale. Che Milano diventi anche il luogo in cui l’effimero possa rimanere permanenza di qualità e architettura. E che l’evento si trasformi in un respiro nuovo che dia al territorio milanese la massa critica necessaria per gestire e governare la regione più ricca d’Europa.

Gli amministratori e i politici non hanno brillato in Italia negli ultimi decenni per lungimiranza. La politica sembra impietrita di fronte alle ragioni dell’insicurezza e del degrado urbano. Gli architetti hanno in molti rinunciato alla responsabilità che un progetto rappresenta in sé. Ci si è concentrati sulle tre torri di Citylife declinando in una parodia del moderno tutto l’odio che alcuni esprimono contro l’architettura contemporanea. Ma ci si dimentica ancora una volta che le abitazioni costruite intorno alle torri degli uffici sono il reale fulcro economico dell’operazione. Si ignora la bruttezza (che qualcuno ha denunciato) dell’orrore del quartiere costruito su metà dell’ex Maserati. Il disordine urbano di questo come tanti altri esempi di frettolosa e stupida riconversione delle aree industriali dismesse deve essere considerato il fondo a cui negli ultimi anni è arrivata l’architettura e l’urbanistica.
La scarsa qualità è quasi sempre genuflessa alla rapace volontà della speculazione immobiliare. La stessa che ha reso gran parte degli architetti imbelli e senza desiderio di battersi per il progetto e contro la stupefacente ignavia del potere pubblico. I critici, i sociologi, gli antropologi si facciano avanti e si battano anch’essi non con facili argomentazioni contro gli architetti migliori, ma dimostrino il loro reale impegno facendo sentire la voce degli intellettuali in difesa di un territorio saccheggiato e privato di risorse. Che attacchino la speculazione e l’assenza di etica nella gestione del territorio.

La casa d’emergenza che provocatoriamente e necessariamente rappresenta l’estremo limite a cui l’incuria dell’uomo ha consegnato gran parte del territorio del pianeta, è la risposta minima ai disastri e alla nuova condizione dell’ambiente. Ma l’obiettivo rimane sempre quello di costruire un habitat in cui ci si ritrovi. Luogo delle democrazie possibili. Superate le critiche e le guerre di religione, ci ritroveremo sempre a ricercare la dimensione possibile per vivere insieme e per far convivere persone di differenti etnie, culture ed economie. La critica non deve sconfinare nel nichilismo, ma aiutare a ridisegnare la casa dell’uomo. Se l’uomo avrà una casa, avrà anche un lavoro e avrà anche i suoi libri e la sua musica. La cultura è parte di questo progetto. La città deve ritrovare gli elementi che oggi le sono mancanti, la qualità dell’habitat, il verde e l’aspetto "ludico". La città non è soltanto luogo dove si lavora o si commercia, ma anche un luogo di cultura e di esperienza. È aperto il dibattito, sono aperte le danze.
Milano 2015 è destinata a divenire un esempio e modello per un’intera comunità? O al contrario ci ritroveremo ancora una volta nella nostalgia di un passato improbabile o nella scarna utopia?

postilla
Difficile non concordare in linea di massima con la ricognizione da alta quota di Fuksas, che anticipa il suo prossimo intervento sul tema alla Triennale di Milano, dove al momento sono in corso due iniziative sulla casa già ripetutamente riprese da questo sito. Ma il volo necessariamente alto dell’architetto romano sfuma su alcuni dettagli, che a ben vedere tali non sono, che la storia ha già ampiamente chiarito, e che anche la cronaca conferma. Innanzitutto l’evocato piano Fanfani-case e il patto col diavolo stipulato a suo tempo fra buona parte della cultura architettonico-urbanistica e lo stato: molto lavoro, in cambio della rinuncia ad alcuni principi. Primo fra tutti quello di una vera coerenza fra gli interventi per le case economiche e un ordinato assetto del territorio, ben riassunto - per chi ha voglia di rileggerselo - in un lungo saggio di Ludovico Quaroni: “Città e quartiere nell’attuale fase critica della cultura ” (La Casa, n. 3, 1956). Forse non è un caso, che Fuksas richiami un esempio tanto noto e in qualche modo celebrato, quanto arcaico nelle culture che hanno contribuito a definirlo, nella realtà e nell'immagine (non ultime le mostre e le pubblicazioni di qualche anno fa, dove si decantavano le qualità dei "villaggi" ma spariva praticamente la città circostante). Un'esperienza, quella dell'Ina-Casa, che quasi nulla aveva a che spartire, con strategie successive di molto più ampio respiro dal punto di vista sia urbanistico che sociale. E tutto in un ambiente che in linea di principio non copriva di insulti qualunque riferimento alla pianificazione territoriale. Oggi come sa chiunque, il contesto è molto diverso. Diciamo pure ostile ad approcci non settoriali.
Cosa accadrebbe, ad esempio, nella Milano dell’Expo 2015, nel contesto di un nuovo "patto col diavolo", fra architetti progettisti e pubblica amministrazione? È purtroppo abbastanza facile immaginarselo, anche se non nei particolari: un do ut des fra casa e territorio, fra diritti sociali e diritto all’ambiente, a partire ad esempio da un nuovo attacco alla pianificazione sovracomunale e alle aree verdi, presentate come “lusso insostenibile” o roba del genere. Si sa che, ripetute all’infinito dagli organi si informazione, anche le sciocchezze più madornali diventano verità indiscutibili, no?
E del resto non siamo soli. Anche il New Labour britannico sta tentando il colpo, anzi il doppio colpo: allentare i vincoli urbanistici (lì un pilastro della cultura e dell’identità nazionale) con la scusa dell’emergenza abitativa, e financo della lotta al cambiamento climatico. Un po’ come Veronesi a Milano, che danneggia ambiente e salute col suo Cerba, per fare ricerca sulla salute del futuro, i neolaburisti di Brown seppelliscono di cemento e asfalto “a misura d’uomo” la greenbelt, per andare incontro ai bisogni delle giovani coppie che non trovano casa, etichettando l’operazione come “eco-town”, e sostenendola anche attraverso una nuova legge urbanistica … studiata da una economista.
Coincidenza: anche Fuksas fa appello a Tremonti. Coincidenza? Mah: Fuksas è uomo di cultura. O no? (f.b.)

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