La necropoli sepolta dal cemento
Francesco Erbani
Un ampio servizio (e una nota di Marcello Fois) su Tuvixeddu-Tuvumanno, un inestimabile patrimonio devastato, ulteriormente minacciato, e salvato in extremis dai poteri buoni.La Repubblica, 23 maggio 2008


Qualcuno dice che viale Sant’Avendrace, nel centro di Cagliari, poteva essere una miniatura di via Appia Antica. Chi lo dice forse esagera, forse era vero fino a qualche decennio fa. Ora fra chi vi passeggia e la necropoli che si distende lungo le pendici del colle di Tuvixeddu, una delle più antiche e pregiate del Mediterraneo, oltre duemila tombe realizzate dall’età punica a quella della Roma imperiale, corre una cortina di palazzi alti sei piani, edilizia multicolore che occulta ogni vista, un paravento di appartamenti costruiti fino a un paio d’anni fa che le tombe sono servite a far crescere di valore: vendesi trivani, doppi servizi, termoascensore, posto auto sulla necropoli.

Tante tribolazioni ha sopportato la necropoli. E tante ne patisce ancora questo sito archeologico tra i più preziosi in Italia, ma invisibile, trattato come una discarica e forse ignoto persino a molti cagliaritani, poco studiato e pochissimo tutelato. Il 30 maggio il Consiglio di Stato si pronuncerà sulla fondatezza di un vincolo che la Regione Sardegna ha imposto su una vastissima area, allargando le prescrizioni già esistenti dal 1997, ma evidentemente ritenute inefficaci. Il nuovo vincolo è stato bocciato dal Tar dell’isola, sollecitato dal Comune e da un gruppo di costruttori. Se il Consiglio di Stato dovesse confermare l’annullamento, a Tuvixeddu e Tuvumannu, un colle a poche decine di metri, verranno inflitti altri 260 mila metri cubi di case, edificate su un’area a ridosso della necropoli, grosso modo una cinquantina di palazzi a sei piani, i cui cantieri sono fermi e frementi in attesa della sentenza. Nell’accordo che consente la lottizzazione è previsto che il Comune possa realizzare un parco urbano e un parco archeologico grandi poco più di venti ettari insieme a un museo da sistemare nel vecchio capannone di un cementificio. Ma oltre alle case, che rischiano di alterare la percezione di un contesto paesaggistico già vilipeso, eppure ancora splendido, sono previsti 80 mila metri cubi di altro cemento, più una strada a due corsie che dopo aver sfilato al fondo di un terribile e struggente canyon - prodotto dalla vorace attività di scavo per estrarre la pietra servita alla ricostruzione di Cagliari nel dopoguerra - si imbuca in un tunnel che sfocia in un’arteria stradale. È l’accesso al nuovo insediamento, dicono al Comune. Ma, se il progetto andasse in porto, Tuvixeddu e le sue tombe sarebbero ridotte a fluidificare il traffico cagliaritano.

La partita è delicatissima. La città è spaccata. A favore di una maggiore tutela di Tuvixeddu è schierato il governatore di centrosinistra Renato Soru, appoggiato da Italia Nostra, Legambiente e altre associazioni. Molti intellettuali si sono mobilitati. In prima fila uno dei maestri dell’archeologia, l’accademico dei Lincei Giovanni Lilliu, e poi i professori Simonetta Angiolillo, Roberto Coroneo, Bruno Anatra, Piero Bartoloni, lo scrittore Giorgio Todde. Dall’altra parte c’è il Comune, retto dal centrodestra, che difende l’accordo con i costruttori e sostiene che solo dando concessioni edilizie si possono incassare i soldi necessari a fare parchi e museo.

Lo scontro si gioca fra cavilli giuridici e questioni di ben altra portata che rivelano quanto su Tuvixeddu sia stato inadempiente il controllo dello Stato e in particolare della Soprintendenza archeologica. Uno dei punti più contestati riguarda l’efficacia dei vincoli imposti nel 1997. Sufficienti, secondo il Comune. Del tutto inefficaci, invece, secondo la Regione e secondo la Direzione regionale dei beni culturali, da poco affidata all’architetto Elio Garzillo. Il Tar ha dato ragione al Comune: dal ’97 a oggi, si legge nella sentenza, non vi sarebbero stati significativi ritrovamenti e la prova l’ha fornita il soprintendente archeologico Vincenzo Santoni, in carica fino al 2007, secondo il quale in dieci anni sono state rinvenute solo decine di altre tombe e tutte nell’area già vincolata. Dunque è inutile allargare le prescrizioni (Santoni è stato anche l’unico dei nove componenti della Commissione istituita dalla Regione che ha votato contro i nuovi vincoli).

Ma le smentite fioccano dagli stessi uffici della Soprintendenza. Sollecitati da ripetute richieste della Direzione regionale, sono emersi tutt’altri dati, che hanno i colori truci della disfatta. Dal 1997 al 2007 sono state ritrovate millecentosessantasei nuove tombe, solo metà delle quali nell’area del parco archeologico. Più di quattrocento, infatti, quattrocentotrentuno per la precisione, sono i sepolcri emersi in zone prive di efficace tutela. Si tratta, purtroppo, di tombe che resteranno invisibili per sempre: sono state trovate non dagli archeologi in una campagna di scavo scientificamente accreditata, ma dagli operai durante i lavori per le fondazioni di una mezza dozzina di palazzi che si affacciano su viale Sant’Avendrace. Sono state segnalate, catalogate e poi ricoperte da migliaia di metri cubi di cemento, infossate per l’eternità sotto cantine e garage.

Chi doveva esercitare i controlli su Tuvixeddu ha lasciato fare. E il massacro è stato sistematico. Tuvixeddu è archeologia e paesaggio. Fu scelto come luogo di sepoltura di fronte allo stagno di Santa Gilla e al mare negli ultimi anni del VI secolo a.C. all’inizio della conquista cartaginese della Sardegna. Ed è parte di un sistema ambientale in cui pulsa il cuore antico della città. Nessuna altra località che conservi vestigia del mondo punico, scrive l’archeologo Piero Bartoloni, può vantare la presenza di tali testimonianze. In Libano, terra d’origine dei conquistatori, le necropoli sono scomparse da secoli e a Cartagine la maggior parte delle tombe non è più visibile. Eppure l’area cagliaritana non è mai stata studiata nella sua interezza, non si conosce la reale entità della necropoli, comunque molto più vasta dell’area prevista dal parco archeologico, nel quale sono stati compiuti scavi sistematici fra il 2004 e il 2006. Sulla realizzazione del parco, inoltre, indaga la Procura cagliaritana che ha bloccato il cantiere perché invece di piccole fioriere sono stati installati pesantissimi gabbioni di pietra.

Le tombe si possono vedere infilandosi fra un palazzo e l’altro e inerpicandosi carponi lungo un costone sul quale spunta ciò che resta del Villino Serra, una gentilissima costruzione ottocentesca, nel cui giardino sorge uno dei palazzoni che sovrasta le tombe. Molte sepolture sono dentro i ruderi del villino, camere mortuarie incassate nella grotta accanto a colombari. Le pareti sono tagliate in orizzontale e sul fondo è scavato l’alloggio per i corpi. Per terra una carcassa di motorino, una batteria di auto, i resti di un pasto. Fino a pochi anni fa dalle finestre del villino si vedeva lo stagno di Santa Gilla e poi il mare. Ora c’è una muraglia di case.

Le tombe più antiche sono cavità a forma di rettangolo nella roccia. Bisogna camminare con attenzione fra orchidee selvatiche, piante di cappero e fichi d’india. Le sepolture scendono in verticale e poi in basso, orizzontalmente, si apre la camera mortuaria. Salendo lungo il dirupo se ne incontrano continuamente. Da qui sono stati recuperati - o rubati - monili preziosi e corredi funerari. Molte sono diventate bidoni di immondizia. Su viale Sant’Avendrace alcune tombe sono a un paio di metri da un cantiere. Qui dovrebbe sorgere il solito palazzo di sei piani che per sempre le nasconderà (ma i lavori sono bloccati) e che ha ricevuto tutte le autorizzazioni, sia dal Comune che dalla Soprintendenza, addirittura prima che il costruttore acquistasse l’area. Un’area originariamente di proprietà del Comune.

Su Tuvixeddu si affollano più progetti di architettura che di tutela. Il Comune ha il suo piano per il parco urbano e per quello archeologico. Ma anche la Regione ha tirato dal cilindro il suo disegno, firmato dal francese Gilles Clement, il teorico del “terzo paesaggio”, del paesaggio occasionale, che, secondo molti a Cagliari, sarebbe in contrasto vistoso con i rigorosissimi vincoli che la stessa Regione ha previsto.

Chi vincerà la partita sarà il Consiglio di Stato a stabilirlo. Soru si gioca molta della credibilità acquisita proprio sui temi della salvaguardia - gli stessi principi che hanno ispirato il piano paesistico regionale. Si racconta che a un convegno di Italia Nostra del 2006 il governatore abbia sconcertato il pubblico sostenendo che strade e palazzi, se di buona architettura, erano compatibili con la necropoli. Preso da parte da Maria Paola Morittu, battagliera esponente di Italia Nostra, ha voluto capire meglio come stavano le cose. La mattina dopo – era appena spuntata l’alba – si è fatto accompagnare a Tuvixeddu. Ci è rimasto qualche ora. Si è arrampicato fra sepolcri e piante di cappero. Ha raccolto cocci di anfore abbandonate fra i detriti. La mattina dopo, alla stessa ora, ci è tornato. E due giorni dopo ha dato il via ai vincoli.

"Sfoderiamo il nostro orgoglio per difendere quel tesoro"
di Marcello Fois

La constatazione più grave e triste per qualunque sardo di buona volontà è che, dietro la questione Tuvixeddu, c´è il peccato capitale isolano: quello di non rendersi conto del patrimonio che si ha sotto gli occhi. Le comunità colonizzate da un capitalismo malinteso e da un malinteso affarismo, che ha radici nella bassissima considerazione di se stessi, spesso preferiscono il guadagno a breve termine al patrimonio a lungo termine. La necropoli punica di Tuvixeddu non è un patrimonio di Cagliari, è un patrimonio dell´umanità che la Storia ha affidato a Cagliari.
Certo i padri punici hanno avuto il cattivo gusto di occupare aree appetitosamente edificabili, e questo secondo alcuni grossolani palati rende quel patrimonio di tutti poco più di una discarica. La corrente degli interessi può cercare di ridurre la bellezza e la ricchezza in bruttezza e povertà, ma non può certo negare quanto è assolutamente evidente: per molto tempo si è detto di tutelare un´area che non era affatto tutelata. Che ciò sia accaduto per malafede o, peggio, per incompetenza, poco importa al momento. Quel che conta è non arrendersi. Quel che conta è mettere in campo quell´orgoglio positivo che, troppo spesso folkloricamente, diciamo di voler affermare come sardi, come cittadini del mondo.
È una storia di ordinaria superficialità, ma anche la metafora di un deficit di interesse che dipende da un deficit di autocoscienza, esattamente come capita per i discorsi sull´identità e sulla lingua. Tutti sono virtualmente orgogliosi, ma praticamente servi di logiche sostanzialmente economiche. Il paesaggio, il patrimonio archeologico, la natura, sono il nostro codice genetico, ma anche, paradossalmente, la più importante fonte di ricchezza che abbiamo a disposizione, quello che può apparire conveniente oggi diventerà la nostra rovina domani. In un mio romanzo questa sarebbe una storia di affarismo in cui pochi loschi individui tramano nell´ombra perché non venga alla luce un tesoro di tutti, facendo così in modo da preservare un tesoro per pochi. Ci sarebbero amministratori corrotti e avidi, accondiscendenti, sovrintendenti. Ci sarebbe un ambiente distratto e poco sensibile, ma, per quanto sia uno scrittore di gialli e gli scrittori di gialli, si sa, fanno galoppare la fantasia, non so se, nel mio ipotetico romanzo, ci sarebbe un eroe senza macchia e senza paura pronto a rischiare tutto per tutto perché trionfi la bellezza.

Postilletta

"Eroi senza macchia e senza paura" magari no, ma se non ci fosse stato qualche personaggio positivo di Tuvixeddu rimarrebbe ben poco...

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