Boatti, “L’Italia dei sistemi urbani”
Vezio De Lucia
Come governare l’area vasta? Un ampio studio di Giuseppe Boatti elabora dati e ragioni che conducono all’individuazione degli ambiti di riferimento


Giuseppe Boatti, L’Italia dei sistemi urbani, Electa, Milano 2008, 40.000 €

Un libro importante, che ha per obiettivo la ricerca della dimensione più efficace per la pianificazione del territorio: la ricerca di “confini sensati”, come scrive l’autore. Il quale, giustamente, parte dalla contestazione di espressioni e concetti come “città infinita”, “città rete”, “confini liquidi”, che immediatamente alludono all’insondabilità e, quindi, all’ingovernabile. Secondo Boatti, il “continuo urbanizzato”, la “città regione” e simili sono un prodotto della fantasia o di convenienze politiche, alle quali la cultura specialistica, le università e i poteri istituzionali hanno il torto di non obiettare, sostanzialmente avallando gli effetti devastanti che quelle definizioni determinano sui fondamenti stessi della pianificazione. C’è addirittura chi sostiene che solo “pregiudizi estetici di natura piccolo borghese” non consentono di percepire le opportunità degli insediamenti dispersi, che un sapiente ricorso al progetto urbano potrebbe cogliere.

Succede così che, quanto più si accetta come indefinito, sconfinato e disperso il sistema insediativo, tanto più l’unica certezza resta quella dei confini comunali che, nella situazione data, significano solo “che il territorio è nelle mani del mercato e che il suo essere nelle mani dei sindaci democraticamente eletti è, purtroppo, solo ingannevole apparenza”. Le conseguenze inevitabili sono la crescita continua dell’urbanizzazione, della congestione, dell’inquinamento, dello stress e del disagio esistenziale.

Che fare allora per mettere un freno a tendenze così rovinose? Obiettivo dello studio di Boatti è di riuscire intanto a decifrare un po’ meglio la struttura generale dell’insediamento urbano nella fase storica della sua dilatazione e soprattutto del continuo aumento della sua complessità. Egli è convinto che il sistema urbano sia, insieme all’impresa e allo Stato, “una delle macchine economiche o, se si preferisce, delle macchine con effetti economici fondamentali, le cui prestazioni dovrebbero essere tenute sotto costante controllo per intervenire tempestivamente ogni volta che si manifestino sintomi di crisi”. Ciò imporrebbe, in alternativa alla pianificazione fondata pressoché esclusivamente sui confini comunali, una diversa dimensione territoriale, privilegiando quella coincidente con l’estensione del mercato del lavoro. Il punto d’avvio dell’indagine è infatti che la città, la città importante, è il luogo in cui si verifica un’eccedenza di posti di lavoro rispetto alla popolazione residente occupata. In altre parole, e con una certa semplificazione, il sistema urbano è l’area in cui il numero dei pendolari in entrata è superiore a quello dei pendolari in uscita. Ciò consente di leggere le conurbazioni non più come una indefinita continuità, ma come un “discontinuo funzionale”, e perciò governabile.

Per sviluppare quest’impostazione, Boatti ha condotto un lavoro immane, raccolto in un libro di grande formato, ricchissimo di documenti, di complesse elaborazioni statistiche e, soprattutto, di un vasto apparato grafico. Di fronte a un’opera siffatta, si sarebbe indotti subito a pensare che sia il prodotto di un’iniziativa pubblica, di un’autorità scientifica, del Cnr, o del ministero dell’Ambiente e del territorio, con l’intento di fornire un fondamentale supporto di metodo e di indirizzo all’attività pianificatoria istituzionale. Viceversa, è opera di un solo studioso che, con tenacia ventennale, con l’aiuto di allievi e collaboratori, ha continuato a indagare l’evoluzione dell’assetto territoriale.

Non si può dar conto qui, puntualmente, dei risultati raggiunti. Il metodo del sistema urbano definito dall’eccedenza dei posti di lavoro (e di studio), applicato all’intera realtà nazionale, consente di verificare che, in Italia, operano più di 300 sistemi urbani. I principali sono i seguenti, con le relative definizioni proposte da Boatti, sulla base dei dati analizzati:

Milano: “area metropolitana monocentrica complessa”

Roma: “area metropolitana monocentrica”

Napoli: “area metropolitana densa e prevalentemente monocentrica, ma fortemente complessa”

Torino: “area metropolitana monocentrica (complessa)”.

Sorprendentemente, il quinto sistema urbano per dimensione demografica è quello di Brescia, al quale seguono, fino a 500 mila abitanti: Palermo, Firenze, Bologna, Bergamo, Verona, Padova, Genova, Bari, Catania, Cagliari, Venezia, Modena.

Se ora si considera che, per esempio, nel sistema urbano di Milano, formato da 429 comuni, e oltre 5 milioni di abitanti, solo il 25% della popolazione risiede nel capoluogo, si vede bene quanto sia distorta e iniqua un’organizzazione del territorio fondata sulla pianificazione comunale. A mano a mano che cresce il peso dei comuni periferici, dovrebbe invece logicamente ridursi il potere del capoluogo, a favore di uno specifico e più rappresentativo livello di governo.

Boatti ha accertato che il “buon vecchio azzonamento delle province” – quello precedente le ultime, discutibili new entry (Monza, Barletta-Andria-Trani, Medio Campidano, eccetera) – sarebbe ancora oggi quasi ovunque perfetto, proprio in termini di corrispondenza con la realtà e, più precisamente, di non rescissione delle relazioni territoriali reali. Dovrebbe quindi essere opportuno l’affidamento alle province delle scelte strategiche e di maglia più larga, lasciando quelle esecutive e di maglia più fine ai comuni. Ma in tutte le regioni, anche se in modi tecnicamente differenziati, alle province sono state attribuite competenze soprattutto in materia di aree agricole, riservando ai comuni poteri pressoché esclusivi in materia di aree edificabili. E ogni tentativo di modificare quest’impostazione è stato neutralizzato.

Come so poteva prevedere, Boatti si ferma in particolare sulle vicende di Milano e della Lombardia. Negli ultimi lustri si sono scontrate due tendenze:
- far evolvere la regione verso un’unica indifferenziata conurbazione
- coltivare e preservare il policentrismo regionale come fondamentale e anzi quasi unico vaccino anticongestione, rafforzando le singole polarità attraverso politiche di localizzazione dei servizi di valorizzazione delle specificità locali.

Nel 1999 fu adottata una proposta di piano territoriale di coordinamento della provincia di Milano (curata dallo stesso Giuseppe Boatti), fondata su un “modello policentrico discontinuo”, mentre era invece assicurata la continuità del verde. La proposta, com’è noto, fu subito rimessa in discussione e concettualmente superata dal documento votato dal consiglio comunale di Milano nel 2000, non a caso titolato “Ricostruire la grande Milano”. A partire da quella data, e sulla scorta della legislazione urbanistica regionale, si è dato il via alla nuova era del self-service urbanistico, cioè dei programmi integrati d’intervento, in forza dei quali i privati possono individualmente proporre qualunque tipo di modificazione delle previsioni su parti anche molto estese e significative del territorio.

Il comune capoluogo ha esteso intanto il suo controllo sull’intera area milanese. Le braccia, “più numerose di quelle di Shiva”, attraverso le quali Milano esercita silenziosamente questo ruolo, oltre i propri confini, si chiamano ATM, MM, SEA, eccetera. È in questa temperie che matura l’errore forse più clamoroso: il caso Malpensa. Il comune di Milano insensatamente rafforza Linate, che alimenta hub concorrenti (Londra, Parigi, Francoforte, Amsterdam, Madrid). Malpensa va in malora, e si dice che la colpa è dell’Alitalia.

Boatti offre infine un sintetico ma esauriente confronto internazionale, dando conto delle esperienze di altri Paesi europei e, in dettaglio, dei piani territoriali di Lione (56 comuni, 1.300.000 abitanti) e di Francoforte (73 comuni, 2.200.000 abitanti). Le conclusioni sono drammatiche. La distanza fra l’Italia e l’Europa appare enorme, ma soprattutto – secondo Boatti – appare paurosa la prospettiva, anzi la certezza, di un progressivo aumento di questa distanza, dovuto al divergere delle rispettive direzioni di marcia: verso una regulation sempre più rigorosa in tutta l’Europa e, invece, “verso la deregulation della cicala nell’Italia dello scialo del territorio”.

“Eppure – riporto integralmente le ultime righe del libro di Boatti – istituti di cultura, organismi associativi già benemeriti e università già prestigiose, invece di suonare il campanello d’allarme, fingono con signorile distacco di non accorgersene. E più d’uno di quelli e di queste si attende forse qualche compenso per un silenzio così beneducato. D’altro canto più o meno lo stesso sembra finora aver fatto la nostra classe imprenditoriale, che invece di essere seriamente preoccupata per il danno che a tutti deriva dal decadimento sia di prestazioni che di qualità ambientale del nostro sistema territoriale, e di agire di conseguenza, pare aver definitivamente delegato le questioni dell’assetto fisico del territorio alle sole, non disinteressate cure delle organizzazioni dei costruttori. Quanto ai sindacati, i tempi non diciamo degli scioperi (che pure ci furono), ma almeno dell’attenzione su questi temi della società sembrano tanto lontani da appartenere davvero a un altro millennio”.

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