Scalfaro: La democrazia non rischia
Eddyburg
“E' un errore esasperare il 25 Aprile”, dice l’ex presidente della Repubblica, intervistato da Marzio Breda. Ma non celebrarlo rivela in Berlusconi una “grave lacuna culturale”. Corriere della sera, 25 aprile 2008


Presidente Scalfaro, si apre un altro 25 aprile di polemiche. La destra contesta alle associazioni partigiane i toni della loro «mobilitazione straordinaria», indetta perché l'Italia «corre nuovi pericoli ed emergono sempre più rischi per la tenuta del sistema democratico». Approva il richiamo alla piazza?
«Non lo condivido e non mi sembra una cosa positiva. Se ogni forza che opera nel Paese mantiene senso di responsabilità e freddezza, rischi non se ne corrono. Credo che, sia pur considerando che la nostra è una democrazia ancora giovane e i cui sviluppi meritano una costante attenzione, un grido d'allarme come quello lanciato con il "manifesto" contestato vada oltre una normale dialettica e suoni onestamente sproporzionato, per quanto spiegabile».
Spiegabile forse con il bisogno di dare una «prova di esistenza in vita» della sinistra dopo il voto?
«Siamo in una fase post-elettorale che ha visto un trionfo inaspettato del centrodestra (inaspettato almeno rispetto alle dimensioni) e una caduta a picco della sinistra, Pd a parte. Risponde dunque a una prevedibile logica il soprassalto di chi ha perso e vuole dimostrare che un antico patrimonio di ideali e valori non è tramontato, che esiste ancora e resta custodito con saldezza. Ma sono convinto che per affermare tutto questo non ci sia bisogno di particolari mobilitazioni. Esasperare i sentimenti degli italiani con proclami più o meno squilibrati non è mai utile e positivo. Da qualunque parte lo si faccia».
Lei, che presiede l'Istituto nazionale di storia della lotta di liberazione, come giudica le reazioni che propongono di abolire la festa del 25 aprile?
«È un contrappunto per alcuni versi inevitabile, rientra in certe manifestazioni di assoluta inintelligenza che abbiamo già visto in passato. Sono convinto che non si debba in alcun modo inseguire le provocazioni di certi agitatori che negano la storia, ciò che è di una gravità eccezionale. Non meritano neppure di essere citati. In fondo rappresentano poco più che se stessi».
Non è proprio così. Berlusconi, ad esempio, non ha mai onorato la Liberazione e sembra aver fatto scuola.
«Quei comportamenti denunciano gravi lacune culturali e rientrano in una strategia di rigetto dei valori fondanti della democrazia repubblicana. Ed è su questo che oggi si impone una riflessione pubblica, della società e non solo del mondo politico. L'insurrezione contro il nazifascismo è un evento storico che va valutato in modo serio, trasparente e imparziale. Insomma: i fatti stanno lì e non possono essere negati perché magari non ci piacciono, né modificati o magari esaltati troppo. Ciò premesso, oltre al doveroso ricordo che dobbiamo dedicare a tutte le vittime di quella dura e terribile stagione, va rianimato l'orgoglio dei sentimenti di coloro che si batterono in prima persona riconquistando l'Italia alla libertà».
Ma come si realizza questa «rianimazione» se perfino chi rappresenta le istituzioni si chiama fuori? Il sindaco di Milano ha annunciato che non sarà presente né alle cerimonie del 25 aprile né a quelle del primo maggio.
«È un problema di trasmissione della memoria, che non può essere amputata o fatta oggetto di un uso politico. Bisogna far entrare nella circolazione del sangue di ogni persona, vecchia o giovane, gli antidoti al totalitarismo. A partire dalla tolleranza, dal rispetto dei diritti e dei doveri, dalla tutela della Carta costituzionale che proprio quest'anno compie sessant'anni. Quanto al sindaco di Milano, non voglio polemizzare con le sue scelte, ma è chiaro che chiunque abbia un incarico di responsabilità deve interpretarlo con atteggiamenti limpidi e sereni, tenendo a fuoco i valori di fondo. Che sono di tutti».
Beppe Grillo ha convocato per oggi a Torino un incontro pubblico che è percepito come una contromanifestazione.
«In un momento di assestamento politico come questo (assestamento anche psicologico per molta gente che è ancora sotto choc, come gli sconfitti dal voto), è indispensabile che chiunque sa di avere una voce ascoltata si ponga qualche remora, qualche limite. L'Italia non ha bisogno di accensioni incontrollate. Servono invece sentimenti positivi, pacatezza, responsabilità, nello sforzo di trovare un denominatore comune. De Gasperi questo sforzo lo fece con passione e ragione, "con intelletto d'amore" come si disse, e gli italiani risposero.
Da capo dello Stato, lei sdoganò i post-fascisti al governo e celebrò i 50 anni della Liberazione con un pellegrinaggio laico attraverso l'Italia.
«Anche da questo punto di vista non fu un periodo facile, il mio settennato. Ci furono diffidenze da superare, in Europa soprattutto, e agitazioni interne da riassorbire. Ce l'abbiamo fatta collaborando nell'interesse comune. Per ciò che riguarda la competizione sulla storia, in quel periodo si alternarono diversi momenti tesi. Che furono però superati, come sempre è avvenuto da quando è finita la guerra. La democrazia, da noi, è più forte di quel che tanti credono. E la sua identità comincia il 25 aprile 1945»

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