Sfruttamento del lavoro e sfruttamento del territorio
Oscar Mancini
Il tema della qualità urbana insieme alla qualità sociale costituisce un pezzo rilevante della strategia della rete delle Camera del lavoro ma non è ancora diventato pratica sindacale diffusa.

Nel sindacato, da tempo, siamo abituati ad analizzare le trasformazioni del lavoro ovvero il passaggio al “nuovo modo di produzione” che definiamo postfordista.
Ne esaminiamo le conseguenze dal punto di vista della precarizzazione del lavoro, dell'indebolimento dei diritti e delle tutele, della compressione del costo del lavoro.
In generale siamo però meno abituati ad esaminare l'altra conseguenza di questo “nuovo modo di produzione” ovvero lo sviluppo disordinato generato dalla fabbrica postfordista che esternalizza i costi aziendali sulla collettività ovvero sul territorio nell’accezione “ di sistema vivente ad alta complessità esito di molti cicli di territorializzazione” secondo la bella definizione di Alberto Magnaghi.
Tutti noi sappiamo che nella vecchia fabbrica fordista tutto si faceva in casa. La grande fabbrica segnava anche simbolicamente il territorio: Torino era la Fiat, Olivetti era Ivrea, Marzotto si identificava con Valdagno, la Lanerossi era Schio, tanto per rimanere in casa.

Il postfordismo è il rovesciamento di questa impostazione.
Conviene esportare fuori dalla fabbrica una serie di funzioni, si risparmia. È una corsa alla riduzione delle dimensioni produttive, la fabbrica snella tende a procurarsi all'esterno ciò che prima produceva all'interno.
Nasce così l'impresa a rete, il lavoro si disperde nel territorio. Prima le reti erano corte, distrettuali, oggi le reti diventano sempre più lunghe, tendono a stendersi ed articolarsi su scala planetaria, connettendo segmenti di produzione, saperi tecnologici e reti commerciali, dislocate magari in continenti diversi.
Il cambiamento è reso possibile dalla rivoluzione delle nuove tecnologie dell’ I.C.T. che velocizzano le comunicazioni e dalla ricerca del capitale di luoghi di produzione a minor costo del lavoro.
Così la fabbrica postfordista esternalizza, nasce l’impresa rete, il lavoro si disperde nel territorio e nascono come i funghi i capannoni in mezzo alla campagna e nei nuovi P.I.P. della Tremonti concepiti come siti a minor costo.
La fabbrica just in time elimina il magazzino perchè esso viaggia sulle nostre strade congestionate che a loro volta attirano attività commerciali, il tutto genera una mobilità multidirezionale delle merci e delle persone, quasi sempre su mezzi privati che congestiona il traffico e soffoca la nostra esistenza.
Una mutazione gigantesca, formata dalla somma di trasformazioni diffuse e capillari, ha investito negli ultimi decenni il Veneto e l’intera pianura padana. Un diluvio di cemento che ha deturpato uno dei paesaggi più belli d'Europa.
Con mirabile capacità di sintesi scrive il vicentino Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera: “Un blocco di cemento di 1070 metri cubi: è questa la dote portata alla provincia di Vicenza da ogni abitante in più dagli anni 90. Crescita demografica: più 52 mila abitanti pari al 3%. Crescita edilizia: 56 milioni di metri cubi, pari ad un capannone largo 10 metri, alto 10 e lungo 560 km. Ne valeva la pena? Valeva la pena di insultare ciò che resta delle campagne care a Meneghello con giganteschi scheletri di calcestruzzo tirati su spesso solo per fare un investimento incentivato dalle varie leggi Tremonti e oggi tappezzati di cartelli "affittasi capannoni"?"
Ne valeva la pena di tutto questo cemento? Ne valeva la pena di capannoni, nel migliore dei casi, pensati per produzioni povere realizzate con tecnologie semplici, non più in grado di reggere la competizione internazionale?
Eppure, non ci sfugge come declino industriale e boom del mattone siano processi strettamente correlati.
Di fronte ai problemi posti dalla ineludibile riconversione industriale molti hanno scoperto il business degli investimenti immobiliari: Tronchetti Provera e Benetton sono i nomi più noti.
Ma il boom del cemento, soprattutto a Nordest, ha “slabbrato” e paralizzato il tradizionale assetto policentrico del Veneto, determinando il collasso della viabilità. La tangenziale di Mestre è ormai diventata la metafora di questo nuovo modo di produzione.
Si affermano nuovi modi di costruire. Le strade-mercato, una successione lineare di fabbriche ed edifici mostra che ha invaso ormai l’intera pianura padana. Più in generale, quello che un tempo era campagna è diventato un paesaggio reticolare della piccola impresa disseminato di case laboratorio. Nuovi monumenti suburbani crescono come funghi, sono i centri commerciali che sostituiscono le vecchie piazze cittadine.
Un modello di urbanizzazione costoso in termini di distruzione di suolo agricolo, di aumento di spese di energia e di tempo nonché insostenibile da un punto di vista ambientale e scarsamente competitivo rispetto ad altri modelli territoriali.
Una dispersione insediativa per la quale gli americani coniarono il termine “ sprawl town” letteralmente: città sdraiata sguaiatamente.
In sostanza, un ambiente urbano a marmellata sempre più privo di forma e memoria dei luoghi e vissuto come alienante soprattutto dalle nuove generazioni.

Caro Alberto, nella “ sprawl town” dove sta la porta della città?
Confindustria invoca nuove infrastrutture in modo settoriale, ovvero non sistemico. Se c'è un problema di traffico la soluzione è semplice: facciamo una nuova strada, meglio se autostrada. Non occorre essere urbanisti per sapere che "l'errore più grave è quello di pensare di risolvere un problema così grave come quello del traffico isolandolo dal più generale contesto della pianificazione urbanistica territoriale”.
Appunto, la pianificazione urbanistica è mancata soprattutto nel Nord del paese e i risultati sono sotto i nostri occhi.
Il tema della difesa del territorio come bene comune nell’accezione patrimonio fisico, sociale e culturale costruito nel lungo periodo, se messo in correlazione con le dinamiche del postfordismo, può essere terreno per costruire una moderna critica all’attuale fase dello sviluppo capitalistico. Lo sfruttamento dell’uomo sulla natura è un aspetto del più generale sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della conseguente ricerca di una diversa ragione dello sviluppo. Un discorso ecologico cioè non può essere disgiunto da un discorso sociale e viceversa. Per questo l’innovazione delle procedure urbanistiche va considerata, valutata e giudicata all’interno di un programma sociale centrato su nuove regole di convivenza.
Quindi se la coscienza di luogo è minacciata dalle devastazioni ambientali prodotte dal capitale, mi chiedo se su questo terreno non sia possibile costruire una nuova coscienza di classe. Se cioè non sia possibile un incontro tra il movimento sindacale e i tanti comitati, associazioni, gruppi, spesso nati spontaneamente attorno a un evento, una minaccia, un progetto. Perchè da questo incontro possa nascere una nuova coscienza collettiva, essa non può che essere fondata sulla consapevolezza dell’impossibilità del mercato di risolvere i problemi derivanti dal carattere intrinsecamente sociale e collettivo della città e del territorio, in contrasto con il carattere individualista proprio dell’ideologia che sta alla base del sistema capitalistico, ovvero dell’attuale sistema economico sociale.

  • La privatizzazione del suolo urbano è la prima contraddizione tra il sistema economico sociale e la città perchè chi governa in nome dell’interesse collettivo non è libero nelle sue operazioni.
  • La seconda contraddizione tra habitat umano e sistema capitalistico consiste nel fatto che quest’ultimo riconosce quale unico valore socialmente rilevante quello economico inteso come valore di scambio dimenticando completamente l’altra componente ovvero il valore d’uso. In altri termini le cose hanno valore e quindi meritano di essere considerate, promosse, tutelate se possono essere comprate e vendute: non hanno valore in se, in una parola i beni sono ridotti a merce, il territorio è ridotto a merce.
  • La terza contraddizione è quella che nasce come questione ambientale. Aver ridotto l’intero ciclo economico alla produzione via via crescente di merci minaccia oggi la sopravvivenza delle stesse basi materiali sulle quali poggia l’esistenza dell’umanità sul pianeta terra.


  • Terra Intesa come difesa del nostro spazio sociale e ambientale, ma anche come difesa di un bene comune, della nostra identità collettiva, della nostra qualità della vita. La presenza di tante donne e mamme che portano i loro figli alle manifestazioni testimonia che questa lotta viene condotta anche in nome delle generazioni future.
  • Pace Intesa come ripudio della guerra, secondo il dettato della Costituzione italiana. Intesa anche come volontà dei vicentini di impedire che questa città sia trasformata nella base logistica più importante dell’esercito americano per i teatri di guerra del martoriato Medio Oriente.
  • Democrazia Intesa come volontà dei cittadini di non delegare il proprio destino a istituzioni sempre più autoreferenziali. L’esempio più clamoroso è quello del sindaco di Vicenza, il quale da un lato riconosce che la stragrande maggioranza dei cittadini è contraria alla base, e nello stesso tempo si fa di questa stessa base convinto assertore.


giacimenti patrimoniali locali per modelli di sviluppo peculiari e unici” di cui ha parlato Magnaghi.
Ma questo obiettivo, a mio parere, non potrà essere raggiunto senza una politica capace di tagliare le unghie alla rendita che passa attraverso una riforma del regime dei suoli e il rilancio del metodo della pianificazione urbanistica, ponendo fine alla sciagurata pratica dell’urbanistica contrattata. Essa ha determinato, osservata da Nordest tre dinamiche:

  • Prima dinamica. Le città si allargano perché tanti cittadini vanno a vivere nei comuni della provincia. I motivi di questa fuoriuscita vanno ricercati in primo luogo nell’elevato costo degli affitti e delle case e nella ricerca di una qualità della vita urbana migliore che si trova nei comuni della cintura. La fuga dalle città ha effetti sul sistema territoriale che si misurano in una esponenziale crescita della mobilità privata e sul sistema cittadino con un allentamento dei legami sociale e dell’identità dei luoghi con una tendenza all’isolamento che riduce la socialità.
  • Seconda dinamica. Le città del Nordest, in questi anni, sono diventate più ricche grazie all’eccezionale crescita dell’economia e, in particolare, del settore industriale. Gli insediamenti produttivi e terziari hanno consumato il territorio. L’assenza di un adeguato governo del territorio e delle sue trasformazioni, lasciate alle spontaneità degli spiriti animali, ha però determinato quell’ambiente urbano a marmellata, sempre più privo di identità e memoria dei luoghi, di cui abbiamo già parlato.
  • Terza dinamica. I trend demografici mostrano che nel prossimo decennio avremo una diversa composizione anagrafica con un aumento delle fasce di popolazione costituite da bambini e anziani e di “ immigrati extracomunitari”.


Ricostruire una città umana significa eliminare la congestione, restituire alle piazze la loro funzione originaria di luogo d’incontro, di scambio di esperienze, significa rendere accessibile per i deboli, come per i forti, i luoghi della vita collettiva ed i luoghi della vita privata, significa fare della città il luogo nel quale i differenti ceti, i differenti mestieri, funzioni sociali, differenti etnie, abitudini, culture si mescolano e si scambiano reciproci insegnamenti. La visione è un invito alla socialità, se possibile alla socievolezza, la città come luogo della libertà e della crescita personale”.
E’ una visione che, tradotta nel nostro linguaggio più consueto, si propone di affermare il diritto all’ambiente, alla mobilità, alla casa, al lavoro, alla salute, all’istruzione e poi anche opportunità formative e culturali.

Nota. Testo scritto da Oscar Mancini per il convegno "Terra futura" (Firenze, maggio 2007)

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