Proposte per un glossario: quattro lemmi e un neologismo per l'ambito storico
Giovanni Azzena
Premessa

Condivido il desiderio di fare chiarezza, in primo luogo sulle parole. D’accordo, quindi, a contrastare la temibile deriva che, mediante la progressiva scialbatura dei termini (nel senso proprio di “confini”, in questo caso dei significati), ne produce prima l’omologazione e poi il lento di-senso, talvolta semplicemente per caso, senza intenzionalità da parte di alcuno. Ma talaltra no: in quest’ultima circostanza sarei anche disposto a menare, se solo potessi identificare i responsabili.
Con questo animo, e giacché di glossario si deve trattare, propongo quattro lemmi (a-d) che cercano anche di rispondere alle sollecitazioni/domande sul modesto testo che ho inviato per la documentazione preparatoria. Trattano tutti, ovviamente, dello stretto ambito storico-archeologico, né potrei avventurarmi altrove, e sono rappresentati da parole singole o locuzioni ormai indissolubili, sui quali si è da tempo manifestato un qualche tipo di di-senso. Aggiungo un neologismo (e) che mi servirà per affrontare, a voce, un ragionamento più ampio.


Archeologia del paesaggio

Riassumo qui quanto scritto nel testo preparatorio perché la definizione precisa degli strumenti di indagine può tornare utile per inquadrare anche le relative visioni disciplinari. La grande fortuna della definizione landscape archaeology inizia già da quando il termine, in senso epistemologico, cavalcava e, ad un tempo, contribuiva a costruire il definitivo riconoscimento degli strumenti propri dell’Archeologia nel momento cruciale del suo affrancamento dalla Storia, in riferimento ad una archeologia che guardasse ai contesti (e non solo per distinguere le pratiche di ricerche condotte direttamente sul terreno ma senza il ricorso allo scavo). Nel testo preparatorio ho scritto che, guardando con attenzione ai termini che formano la definizione originaria nonché alla sua traduzione italiana, e confrontandoli con i risultati delle ricerche che vi afferiscono, occorre prendere atto che, in realtà, tali ricerche non si occupano - né pervengono alla ricostruzione - di “paesaggi”, semmai di “assetti territoriali antichi”. Perché una archeologia, o storia, del paesaggio, dovrebbe occuparsi della sequenza delle rappresentazioni culturali dello spazio vissuto, considerando nella sua dimensione diacronica anche lo sguardo delle compagini umane sui luoghi che hanno frequentato o abitato stabilmente. Una ricerca sulle antiche percezioni, dunque, imperniata sulle pratiche della sacralizzazione dello spazio, sulle sue descrizioni, sul discernimento, sulla razionalizzazione e sulle fobie, e non (o non solo) tesa esclusivamente alla ricostruzione dell’assetto insediamentale e del suo funzionamento economico in un momento dato (il “paesaggio” nuragico, romano, medievale…), scelto in base allo specifico indirizzamento tematico della ricerca (tradotto: in base alla formazione disciplinare del gruppo di ricerca); oppure, ma con senso corrispondente, a formare una sequenza di istantanee di alcuni di questi “momenti”, colti nel loro sviluppo e “scelti”, di solito, in funzione dell’indice più alto di attestazioni materiali sul terreno.
Sembra in fondo che, per chiarire l’oggetto specifico di questo tipo di ricerca, sia meno ambigua l’espressione braudeliana “Archeologia dello spazio”, che ha però avuto scarsa fortuna. E lo sarebbe soprattutto quella nostrana, “Topografia Antica”, se non pagasse un debito inestinguibile ad un pestifero provincialismo intellettuale. Detto questo, occorre però affermare con forza che, a prescindere dal nome che la identifica, è su questo tipo di analisi che si è basato il primo superamento dello stadio tassonomico della conoscenza archeologica territoriale, attraverso il quale si è entrati nello spazio delle relazioni (cfr. sotto s.v. “Contesto”) dei processi di formazione, sviluppo, dismissione dei “sistemi” urbani e territoriali.


Patrimonio (giacimento, bene, risorsa) culturale…

Il politicamente-corretto ha prodotto nel linguaggio quotidiano involucri ipocriti per parole vecchie ma oneste, che l’uso vernacolare aveva forse reso ruvide (…ma sei cieco?, sembri uno spazzino! non fare l’handicappato…) ma certo non insignificanti, producendo contestualmente l’ironico fiorire di caricature (a partire dal non-trombante monicelliano all’ultimo, geniale, diversamente bianco), che infine ci hanno portato a percepire queste ormai usuali perifrasi come più volgari e offensive degli originali. Ma ancor peggio sono i neologismi finalizzati alla persuasione, anche se coniati a fin di bene. Ad esempio, questa apprensiva attenzione nel sottolineare mediante le parole che i “beni” culturali sono, appunto, beni, non vi sembra voler coprire il fatto che non lo sono affatto o, almeno, non nel senso “produttivo” del termine? Sembra volerci convincere che un qualcosa che risorsa economica non è né vuole essere, lo sia e, ad un tempo, dell’urgenza che sia percepita come tale. Una sorta di giustificazione di tanta (troppa?) attenzione e troppo (sic!) denaro dedicati a cose che stanno lì e non producono e, anzi, talvolta impicciano. Come se, ad un certo punto, la naturalezza con la quale si diceva monumento, opera d’arte, bel paesaggio, la serena ammissione di un gradevole vizio con la quale si era affrontato a viso scoperto “il culto moderno del monumento”, fosse stata pervasa dal senso di colpa derivante da sindrome di improduttività industrial-turistico-commerciale, e costretta a cercarsi un alibi. Col rischio che il primo commercialista di passaggio la prendesse sul serio, quella perifrasi, ben pensando di venderseli, i giacimenti-beni-risorse. Per persuadere con le parole sarebbe assai meglio impegnarci tutti con qualcosa del tipo “eredità” culturale, che fa pur sempre riferimento ad un patrimonio, ma implicitamente indica anche una responsabilità per il futuro e l’impegno per meritarla. E tacitamente insinua l’incertezza di esserne i veri destinatari.


Conservazione/tutela

Il problema non è qui nella perdita di significato, o nel fraintendimento delle parole, ma nel fatto che, nell’uso quotidiano e soprattutto mediatico, siano ormai considerate sinonimi. L’affermazione, specie per gli addetti ai lavori, è ovvia, così come la differenza tra i due termini, ma una riflessione su di essi può rivelarsi utile. Si dirà: la tutela non può che mirare alla conservazione e dunque decidere di tutelare equivale a manifestare l’intento di conservare: la sinonimia è dunque ammissibile. Ma se il serbare originario vale il nostro conservare, il cum-serbare latino rafforza il senso di appartenenza, suggerendo una volontà di portare “con sé”, magari “per sempre”. Questa funzione si pone in evidente parallelo con lo scopo del “monumento” letto, ricordando prima Arnaldo Momigliano e poi Lucien Fevre, come “ammonimento”, cioè prodotto della storia - principalmente della storia fatta da e per i “potenti” della terra - che intende ammonire, per ricordare ma anche per spingere il consenso in una direzione predeterminata. Mentre la tutela, intesa come protezione, insegnamento, cura, ma anche come potestà e responsabilità, subito rimanda, specie nella percezione del quotidiano, a contesti educativi (il vecchio tutore, ma anche il tutore ortopedico): in altre parola da applicare a qualcosa che può, anzi deve, crescere, svilupparsi, modificarsi, oltre (e forse a prescindere da) l’atto tutelante. Nel conservare si nasconde l’intento di fissare qualcosa ad un punto dato per serbarne memoria, dalla scala del personale a quella globalizzata: conservare fa dunque parte del lato immobile delle culture, quello della tradizione e delle identità (cfr. F. Remotti, Contro l’identità, Laterza, Roma.-Bari 2006). Tutelare dissimula invece la possibilità - e la volontà - di un progetto di modifica, insito nel flusso di una vitalità incontenibile anche se, come nel nostro caso, legata a qualcosa che vivo non è più. Insomma: attenzione alla sinonimia, che rischia di smorzare il potenziale progettuale dell’opera di tutela e ridurne il suo già arduo obiettivo all’accantonamento statico di oggetti vecchi (o al loro restauro, ma questo è un altro discorso). Infine, una suggestione: Marc Augè ci ricorda il significato originario di seduzione, da se-ducere, attrarre a sé, convincere, trascinare: corrispondente certo ma, direi, oppositivo al cum-serbare. La seduzione del paesaggio, e non solo quella estetica (la sua arguzia, direbbe Farinelli) è la più radicata delle seduzioni, che trascina (seduce) soprattutto per il suo carattere continuamente mutante. Pericoloso, dunque, tentare di immobilizzarla “conservandola”.


Contesto (storico, archeologico…)

L’archeologia “contestuale”: un’altra definizione che, durante la stagione delle rivendicazioni epistemologiche, intendeva imprimere un corso non “object oriented” (come direbbero gli informatici) alla ricerca storica sul territorio. Partiamo a dal livello conoscitivo: ho scritto nel testo introduttivo che un catasto delle presenze archeologiche allo stato grezzo, in assenza cioè di sintesi interpretativa, risulta essenziale nella prassi della tutela puntuale (oggettuale), ma del tutto insufficiente sia per l’individuazione dei paesaggi “storici”, sia per la salvaguardia paesaggistica, sia, come è ovvio, per gli effetti di queste pratiche sulla pianificazione urbanistica e territoriale. Proprio da questo punto di vista l’attenzione per i contesti sarebbe, a tutti gli effetti, soluzione ad un tempo teoricamente pregnante e pragmaticamente operativa. Il problema semmai è dar conto di questa ingombrante aggettivazione - storico? archeologico? - in applicazione ad un cum-textum, ambito di relazioni culturali para e supra testuali, appunto, che difficilmente può essere esente da un coinvolgimento di tipo storico. Insisto su questo punto, e sulla impossibilità (nonché sul pericolo insito nel) distinguere i paesaggi “storici” dagli altri: io tento di “sviluppare l’idea nelle sue conseguenze operative (ecco l’urbanista…)” ma voi provate a mettervi nei panni di uno storico del territorio, o di un amministratore della tutela che giornalmente è chiamato a operare questa scissione tra sacro e sacrificabile. E soprattutto proviamo a circostanziare non tanto le risposte, quanto le domande che il Progetto dovrebbe rivolgere alla Storia, in funzione della semplice osservazione che la conoscenza dei processi storici che hanno determinato la forma dei luoghi nei quali si vive, dovrebbe servire a garantire non tanto la conservazione di quelli più meritevoli (e chi lo decide?) quanto l’equilibrio, o almeno il compromesso, tra rispetto dei processi passati e necessaria evoluzione di forme e funzioni, attraverso rinnovati processi e non mediante il congelamento di alcuni che abbiano il solo requisito di essere, per qualche verso, previi.
Cioè superare, e insisto anche su questo punto, la consolidata opinione che un contesto “storico” sia un contenitore di oggetti storici particolarmente evidenti e, possibilmente, fisicamente ben conservati. E questo vale anche per il Progetto “storico” per eccellenza, l'unico che elegga la memoria culturale e i suoi feticci ad assoluti protagonisti: il progetto di tutela, di recupero, di valorizzazione. Anzi: il travaglio del pensare per “monadi” e non per “contesti” tipico della nostra cultura e da questa proiettato su secoli, ormai, di legislazioni sui Beni Culturali, è in questo caso esasperato - in modo che talvolta sfiora il ridicolo - dal contrasto tra un apparato legislativo (la Convenzione Europea, ma anche, in certe parti, lo stesso Codice Urbani) che dice di guardare alla tutela del contesto ed una oggettiva difficoltà ideologica e culturale a capire (prima ancora di far capire) i Contesti. I quali, peraltro, sono caratterizzati in modo maledettamente ineluttabile dal non essere tutelabili attraverso la conservazione in vitro delle loro singole componenti. Quali esse siano.


Cronodiversità

Il neologismo, infine. Colpito dalla buffa coincidenza tra le definizioni di biodiversità e quelle di “sfera del diritto territoriale” offerte da N. Irti (Norma e luoghi, Laterza, Roma-Bari 2006), nonché profondamente invidioso della fortuna comunicativa (oltre che scientifica) della Biodiversità, ho coniato il neologismo, che tento di spiegare nel testo introduttivo. Qui vorrei solo richiamare la giusta osservazione di Edoardo a un mio scritto, che riporto integralmente:
“oltre a documentare la presenza della storia sul terreno, sarebbe necessario spiegare […] la sensazione positiva che provoca nell’uomo contemporaneo l’essere immerso in un contesto che in qualsiasi modo riconosce come “storico”, a prescindere dalla certificazione scientifica di questo stato”. Mi sembra contraddittorio con la definizione del paesaggio come “percezione”. Se nella valutazione del paesaggio domina la sensazione, per quale ragione occorre documentarne le presenze storiche? E se tutti paesaggi sono storia, tutti i paesaggi di conseguenza dovrebbero suscitare sensazioni positive: belli o brutti, di eccellenza o degradati, significanti o amorfi”.
Con il fine di tentare di fare chiarezza su questo punto, che neppure a me è ben chiaro (come è ben evidente!). Da un lato, razionalmente, cerco di orientare il senso della mia disciplina verso una visione meno “per monadi” di quella che, per tradizione e per tipo di cultura, la disciplina stessa mi impone. Mi si chiede, allora, giustamente: “ma perché occorre documentare le singole presenze storiche?”. Semplice: perché è questo il mio mestiere e non posso rinnegarlo: quel tipo di ricerca mi fornisce le basi giuste per sviluppare qualsiasi tipo di ragionamento successivo; inoltre: perché esiste una Legge che ne impone la salvaguardia singola (diretta) e, in modo perfettibile, anche quella contestuale (indiretta). La posso contestare nei modi e nei termini ma la devo osservare e, anzi, oggi sono tenuto a farla osservare; per farlo non posso che documentare secondo tradizione, cioè punto per punto. Però: posso orientare la mia ricerca (e, perché no, provare a ri-orientare anche la Legge) nel tentativo di contribuire al progetto di un futuro che mi piaccia di più: lascio allora, irrazionalmente, lo stretto ambito disciplinare e provo a volgermi al paesaggio - che è qualcosa di più e di più complesso sia della ricostruzione storica di uno o più assetti territoriali antichi, sia della “percezione” di insider o outsider, del dettato di convenzioni e codici, delle “definizioni” di geografi, ecologi, giuristi, archeologi... Mi rendo allora conto che, malgrado le mie affermazioni di principio circa la storicità insita in tutti i paesaggi, ce ne sono alcuni - vi prego perdonatemi - più storici di altri. E, contemporaneamente: a) capisco la mia contraddizione, b) scorgo una diffusa condivisione di questa esperienza percettiva, c) intuisco che non dipende assolutamente dalla presenza di nuraghi, pievi, necropoli etrusche e villaggi medievali, d) soprattutto mi rendo conto che questa prospettiva è cambiata nel tempo e cambia, rapidissima anche se quasi inavvertibile, in continuazione. Oggi brutto domani bello, la storia, nel paesaggio, lavora con l’inganno: che “fascinosa bellezza” quella miniera abbandonata sulla riva del mare che, se progettata oggi, sarebbe considerata un eco-mostro; e che disastro ambientale l’organizzazione centuriale romana nel momento in cui veniva imposta ai paesaggi dei celti o dei nuargici. La cronodiversità, esattamente come la biodiversità, è garanzia di vita (culturale) sulla terra: occorre manutenerla ma non si può prevederne l’evoluzione, né istituirla ex novo, né bloccarla in una sua fase.

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