Eddytoriale 42 (2 maggio 2004)
Eddyburg
Mario Pirani, su Repubblica del 26 aprile 2004, ha riproposto con veemenza la difesa dell’auditorium a Ravello, aggredendo Italia Nostra colpevole di essersi schierata contro il progetto. Secondo alcuni, un tentativo di condizionare il parere della magistratura amministrativa. Il giornale non ha pubblicato le lettere di quanti avevano espresso dissenso nel confronti dell’articolo (qui sotto i collegamenti a quelle che sono pervenute a Eddyburg).
In questi giorni il TAR dovrebbe esprimersi sulla legittimità o meno dell’iniziativa del Comune. Ho espresso più volte e in varie sedi la mia posizione. Voglio qui ribadirne e precisarne alcuni aspetti.
La questione della legittimità. Sarà la giustizia amministrativa a dire la parola definitiva (ma si era già pronunciata in precedenza, dichiarando illegittimo il PRG proprio perché prevedeva un auditorium in quel sito). Per conto mio, ho argomentato e fornito materiali a iosa, e non voglio ripetermi. Voglio sottolineare però il mio sconcerto per il fatto che nessuno dei sostenitori del progetto (con l’unica eccezione di Carlo Gasparrini, volenteroso arrampicatore su specchi impervi e scivolosi) ha ritenuto degno di rilievo il rispetto della legge. Tutti hanno ritenuto che, riguardo alla (presunta) eccellenza del progetto, il rispetto della legge dovesse passare in secondo piano.
Mi sembra un atteggiamento di gravità eccezionale, tenendo conto tra l’altro che la legge rispetto alla quale contrasta la localizzazione di un auditorium (e di qualunque altra opera) è una legge regionale, che la regione è favorevole all’intervento, e che il Consiglio regionale può benissimo modificare la legge (non fa forse modifiche ad personam il Parlamento nazionale per questioni molto più ignobili?)
Considerare la legge un intralcio burocratico, che è lecito eludere per una causa dichiarata giusta da chi ha più ascolto nei mass media, mi sembra un segno terribile dell’abisso nel quale siamo caduti: se almeno è vero, come a me sembra vero, che il sistema delle regole e la sua certezza nei confronti di tutti è il portato della convivenza democratica e una delle sue condizioni. So che la lista di quanti credono che una giusta causa può scavalcare la legge è lunga (e si apre autorevolmente con Bush, Sharon e Berlusconi), ma non pensavo che avesse adepti nei settori dello schieramento culturale e politico che mi sono vicini.

La questione del merito. Tralascio le argomentazioni di carattere paesaggistiche: altri si sono espressi più efficacemente di quanto potrei fare, e io stesso ho detto quel che pensavo (ho detto anche che non mi sembrava affatto scandaloso che altri sostenessero tesi diverse e anzi opposte). Non ritorno sulle questioni urbanistiche, e cioè agli effetti sulla funzionalità di un sistema insediativi che la Regione Campania, nei suoi documenti programmatici, ha definito “ad economia turistica satura”; non mi dilungo sull’accessibilità dei luoghi e sulla loro vivibilità, di cui un aumento del carico insediativo aggraverebbe la crisi. Voglio invece replicare a una giustificazione dell’intervento che viene spesso sollevata dai suoi difensori.
Essa è icasticamente espressa nell’immagine, che riporto nella massima dimensione consentita qui sotto, che mi ha inviato Domenico de Masi (che ringrazio). Il senso di quest’immagine è il seguente: questo luogo è tutt’altro che un “paesaggio perfetto”. È stato già pesantemente scempiato da interventi che l’hanno reso orribile. Un intervento di elevata qualità non può che migliorarlo.

L’argomento è tutt’altro che sciocco. Esso potrebbe motivare un’iniziativa legislativa regionale che volesse riparare il vulnus di legittimità. Quindi mi sembra utile discuterlo. Per farlo, dovrò intrecciare argomenti di legittimità e argomenti di merito.
Mi dicono che le costruzioni recenti che appaiono nella fotografia di de Masi sono in grandissima prevalenza abusive o illegittime. Ciò deriva evidentemente dal fatto che la collettività aveva ritenuto che il paesaggio non dovesse essere modificato, e che la sua volontà è stata calpestata. Sostenere il progetto Niemeyer significa quindi consolidare una prassi sbagliata, confermare una devastazione che si riconosce essere tale e darle legittimità; quindi distruggere la speranza che si possa, domani o fra cent’anni, realizzare un progetto diverso.
Quale progetto? Se vengono demolite (non solo negli altri paesi europei, ma anche in Italia) edifici e quartieri legittimi ma ritenuti obsoleti, se nello stesso Mezzogiorno, nella stessa Campania, nella stessa provincia di Salerno coraggiosi amministratori locali demoliscono centinaia di costruzioni abusive (Eboli, Gerardo Rosania), è forse impossibile pensare che le ferite inferte al magico paesaggio della costiera amalfitana, della costa sottesa alle splendide ville di Ravello possano essere risarcite, che esperti e delicati architetti paesaggisti (meglio se più abili a maneggiare pietra viva e arbusti che a gettare calcestruzzo), e magari interi laboratori universitari, possano essere impegnati a disegnare un progetto di paesaggio che recuperi gli antichi terrazzamenti? È impossibile proporsi di definire e presentare all’opinione pubblica un progetto di restauro di quei siti?
Una volta era impensabile escludere dai centri storici le demolizioni e ricostruzioni che li hanno devastati. Ciò fino agli anni in cui scese in campo l’associazione Italia Nostra, e maturò – nella cultura e nella società - una nuova coscienza: finchè si comprese che alle immissioni di edifici contemporanei bisogna sostituire il restauro, il recupero, il risanamento di ciò che la storia ha consolidato.

A Ravello si vuole celebrare, con il progetto Niemeyer, un episodio omologo alla piacentiniana Via della Conciliazione, oppure vogliamo aprire la strada del restauro del paesaggio?
Si può anche non decidere subito. Ma, almeno, non si cancelli la speranza che, domani una società più consapevole dei suoi interessi di lunga durata, possa seguire la seconda via.

L'articolo di Mario Pirani e la mia lettera
La lettera di Giuseppe Palermo
La lettera di A. Croce, M. De Cunzo, G. Donatoni, C. Iannello
Sullo stesso argomento: Eddytoriale 35 del 19 gennaio 2004



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