Eddytoriale 41 (12 aprile 2004)
Eddyburg
Un vezzo tutto italiano è quello che definirei “parola scaccia parola”. Da quando si dice “occhei” è scomparso “vabbene”, e “monitor” ha cancellato “schermo” come “step” ha fatto con “passo”. Un altro vezzo analogo è quello di adoperare in termini spregiativi parole che, di per sé, sarebbero neutrali. Così, oggi, tra gli urbanisti italiani alla parola “autorità” si attribuisce un significato spregiativo: una “pianificazione autoritativa” è considerata il corno negativo del dilemma nel quale il positivo è “negoziata” o “consensuale” o “condivisa” o “partecipata”.
In questa contrapposizione c’è indubbiamente qualcosa che vale. E’ da almeno mezzo secolo, del resto, che i padri dell’urbanistica (“tradizionale”) criticano le norme e le pratiche nelle quali non sono adeguatamente raggiunti la partecipazione popolare, il consenso degli amministrati alle decisioni degli amministratori, il corretto ed efficace raccordo tra le scelte pubbliche di governo del territorio e le azioni degli operatori privati.

Che oggi ci sia un’accentuazione dell’interesse sulla partecipazione e sulle altre forme di raccordo con la società non è quindi cosa che possa preoccupare (sebbene preoccupi un po’ che molti non distinguano tra i diversi interessi dei quali si vuole promuovere la partecipazione) . Sollecita del resto nella direzione di una ricerca della partecipazione diretta alle scelte sul teritorio il fatto che sono screditati, e oggettivamente in crisi, gli strumenti tipici di quel raccordo (gli strumenti della democrazia: i partiti politici e le istituzioni da essi alimentate).

Ciò che preoccupa, invece, è la contrapposizione, un po’ manichea, tra termini che dovrebbero essere saggiamente integrati - nelle menti e nel linguaggio prima ancora che nelle regole e nei comportamenti.

Mi stimolava a riprendere questa riflessione (cui ho accennato nell’eddytoriale 39 del 13 marzo scorso, non a caso accompagnato dalla figura del carabiniere) una frase in un intelligente e condivisibile articolo di Massimo Morisi, a proposito della nuova legge toscana per il governo del territorio. Descrivendo il nuovo sistema di rapporti tra Regione, Provincia e Comune configurato dalla legge toscana Morisi scrive che esso si propone di svolgersi “non su basi autoritarie bensì mediante un intenso e costante lavorìo di confronto e concertazione tra analisi, programmi e strategie in cui ciascuna istituzione reca il contributo della propria capacità di visione e del proprio impegno di aggregazione e rappresentanza”.

Tutto ciò è giustissimo. E’ ragionevole e sensato, da ogni punto di vista, puntare alla massima collaborazione tra enti pubblici di diverso livello e dare il giusto peso a questo pedale della sussidiarietà: l’accordo e l’integrazione. Non dimenticando, però, che c’è anche un altro pedale sul quale occorre poggiare il piede: ed è quello della responsabilità. Ogni livello di governo ha determinate competenze (articolo 3 della nuova proposta legislativa toscana), ciò significa che ha determinate responsabilità. Se sull’argomento sul quale ha competenza (=responsabilità) si raggiunge un accordo soddisfacente (per l’interesse generale che quella competenza esprime), allora nulla questio. Ma se l’accordo non si raggiunge? O la paralisi, oppure occorre che qualcuno si assuma la responsabilità della decisione, ossia agisca d’autorità. D’accordo, Morisi?

Massimo Morisi, Il futuro del governo del territorio
Eddytoriale 39

Ambrogio Lorenzetti, Il Buongoverno: Concordia



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