Come e perchè la sardegna ha cominciato a difendersi
Sandro Roggio
Il debutto

In Sardegna, ancora fino a mezzo secolo fa, le strade che portano al mare sono quelle di sempre, pochi tratturi percorribili con disagio pure dai pastori.
I sardi non hanno abitato volentieri in prossimità dei litorali. Il mare ha portato invasori e malattie e nel tempo non ci sono stati motivi in grado di convincere la popolazione a insediarsi nei pressi dei litorali, verso i quali i pregiudizi hanno resistito a lungo. Poi, quando il mare non è più un pericolo, ha prevalso un sentimento di sostanziale disinteresse nei confronti di spiagge e scogliere. Dove, ancora al tempo di “Sapore di sale”, non succede quasi nulla, e nessuno crede che un giorno quei luoghi selvaggi saranno usati per redditizi investimenti immobiliari. I viaggiatori più attenti, che giungono in Sardegna nei primi decenni del Novecento, osservano con stupore come le risorse dell’ isola non siano state ancora sfruttate in chiave turistica, nonostante gli esempi della Sicilia. e della Corsica. Così c’è chi pensa, come lo studioso Maurice Le Lannou, che quei paesaggi, così lontani dal Continente, resteranno ancora per molto tempo fuori dai circuiti, “le sue strade sconosciute alle lunghe file di pullman zeppi di gente”.
Nessuno all’epoca coglie appieno il senso di queste considerazioni. Di turismo si parla con disincanto, e i sardi che scrivono dell’isola, per spiegarla agli istranzos, dimenticano di dare informazioni sugli ambienti costieri, molti dei quali sono sconosciuti anche alle comunità locali, almeno a quelle che abitano nei paesi dell’interno. Ma il turismo arriva a un certo punto anche in Sardegna, d'improvviso. E trova impreparata la sua classe dirigente, che appena intravista questa prospettiva, si prodiga per agevolarla senza incertezze e senza precauzioni. Da tempo si auspica che l’isola muova velocemente i suoi passi nella competizione per lo sviluppo del Mezzogiorno. La grande povertà dei sardi è la condizione sempre evocata nei discorsi politici, presupposto di patti, non sempre nell’ interesse comune, da contrarre per combattere la disoccupazione. Si pensa di promuoverla la Sardegna ed escono i libri in bianco e nero a cura della Regione, che celano la precarietà degli insediamenti, timbrati per il passaggio dei disinfestatori e le insufficienze infrastrutturali, mitigano i dati sull'emigrazione, offrono versioni pittoresche del banditismo.
Nel frattempo Pasquangela Crasta malediceva la famiglia per via dell'usanza che nelle divisioni patrimoniali vedeva penalizzate le femmine, alle quali andavano di solito le terre vicine al mare. E odiato i fratelli, fortunati eredi delle vigne esauste di cannonau e dei pascoli di collina.

Cortigiani e turisti

Anita Ekberg si bagna nella vasca di fontana di Trevi, e non nelle acque di Gallura, quando il giovane Aga Khan è arrivato in Sardegna. Si diffonde in fretta il mito del principe benefattore, che può contare sulla presenza a Porto Cervo di esponenti delle casate nobiliari ( da Margaret d’Inghilterra ai coniugi di Liegi), dei veri ricchi ( mister Miller della Banca mondiale), di attrici del calibro di Ingrid Bergman, tutti suoi ospiti.
Le coste isolane, sono pronte per entrare nel giro delle cose da vendere. La politica decide di fare conto sulla grande intrapresa turistica, per poli di sviluppo E non si fa granché per fare crescere le iniziative a conduzione familiare, per suscitare lo sviluppo dal basso, come diciamo oggi ( il gruppo di Rovelli – la Sir – sta già provvedendo alle prime assunzioni a Porto Torres, alimentando il sogno infranto della chimica).
Le notizie sui movimenti in corso arrivano a speculatori e faccendieri che intuiscono di poter contare a lungo sull’onda della reclame. I costi delle aree sono bassi e ce n’è per tutti. Per contro è debole la volontà di governare il territorio, come se la politica avesse deciso di stare a guardare, compiaciuta, la calca attorno alla mercanzia. Così chiunque venga in Sardegna per fare affari, ha buon gioco: i timbri per sancire la legittimità di progetti di qualunque foggia, si ottengono in fretta.
Così ognuno presenta i suoi conti. Nei primi anni Settanta “Costa Smeralda” progetta la sua crescita (370.000 vani), mettendo in secondo piano l’attività ricettività. Una circostanza che non emerge; e prende forza l’idea secondo cui il tornaconto del turismo è proporzionale alle case edificate, e mai è evidenziata adeguatamente la grande, sostanziale differenza, tra palazzinari e albergatori o pizzaioli.
I comuni e la Regione stanno al gioco e rilanciano. La previsione di crescita, pari a oltre settanta milioni di metri cubi darealizzare un po’ dappertutto, è una quantità abnorme che comincia a preoccupare le persone di buo senso. D’altra parte i segni della frenetica attività edilizia di quegli anni sono evidenti un po’ dappertutto. Si riconosce nei paesaggi alterati, in alcune marine brutalmente cancellate, il procedere rapido e sciatto di chi ha sfruttato la congiuntura favorevole. Il trattamento iniquo toccato a Pasquangela Crasta si è volto nel frattempo a vantaggio. I figli hanno venduto le terre poco buone battute dal vento salmastro per un bel po’ di soldi. Il villaggio realizzato nei luoghi detestati, fronte mare, è frequentato dai divi della televisione, e a Pasquangela viene ogni tanto il sospetto che gli istranzos abbiano fatto un ottimo affare.

Resistenze alle riforme

Negli anni Ottanta. “Costa Smeralda” non è più il giocattolo del principe. E’ un'agguerrita impresa che tratta alla pari con le istituzioni, nello sfondo il dibattito per l’approvazione della legge urbanistica regionale e dei primi Piani paesistici. L' iter si conclude nel 1993 tra polemiche e ambiguità. Sono fissati i principi di tutela erga omnes ma si offrono i presupposti per derogare sui casi che contano. “Costa Smeralda” che influisce molto sul processo di formazione delle decisioni della Regione insieme al progetto di “Costa Turchese” della famiglia Berlusconi, sempre in Gallura.
Le altre imprese fanno il tifo, confidando nell’effetto domino. Si spera di bucare il sistema delle regole attraverso qualche accordo in deroga con le parti pubbliche. Mediante un procedimento impudentemente fondato sull’eccezione: difficile da realizzare, nonostante la linea di alcuni soggetti in causa che confina con la subordinazione agli interessi privati. La partita si trascina negli ultimi dieci anni con vari tentativi di accordo. L’obiettivo è la rivalsa nei confronti di una stagione di riforme – specie il vincolo di inedificabilità nella fascia dei 300 metri dal mare – con il proposito di eliminarle.
Ma la strumentazione, pure lacunosa, è più stabile di quanto non appaia. E saranno proprio i gravi difetti – denunciati da un’ associazione ambientalista – a persuadere i giudici della necessità di invalidare i Piani paesistici. Con la conseguenza di un vuoto dilazionato pericolosamente ( e consapevolmente). Trascorrono quasi due legislature – maggioranza di centrosinistra prima, poi di centrodestra – senza che si avvii il processo per ripristinare la legalità. Un vantaggio di cui si giovano in molti, com’ è ovvio, senza che si sappia garnchè di una fase oscura nella storia della Regione.

Gli anni recenti

Soru ha esposto le sue idee nel 2004 e i più allenati al linguaggio della politica hanno tra l'altro colto l’alto livello dello sdegno per il malgoverno dei territori costieri. Mettere un freno all’aggressione a quei paesaggi è l'obiettivo dichiarato. Punto in evidenza nel programma del centrosinistra, molto esitante al riguardo, che poi ha vinto le elezioni, com’ è noto.
C’è chi ha auspicato la inconcludenza di sempre – tra ritardi e conflitti – mentre il malcontento è attizzato, sindaci di destra in prima linea, qualcuno di sinistra nelle retrovie. Ma il Piano è stato approvato. Uno strumento dichiaratamente intransigente. Un passo rilevante, una svolta per la tutela del paesaggio sardo, con riconoscimenti importanti nei confronti del modello, che mette la Sardegna all’avanguardia tra le regioni italiane, la prima a cimentarsi con il Codice Urbani.
Il paesaggio, bene comune, è al centro del progetto e le trasformazioni ammesse sono pochissime, mai per fare case da vendere. I territori che non hanno subito modifiche saranno conservati. Si vuole dare la certezza di ritrovarla integra quella spiaggia, quella scogliera, quella campagna: ai sardi prima che ai turisti. Sono previsti progetti estesi di riordino urbanistico per rimediare a forme di degrado. L'idea di fondo è quella di valorizzare e potenziare gli insediamenti esistenti, soprattutto quelli abitati tutto l'anno, in grado con pochi accorgimenti, di dare ospitalità meglio dei finti villaggi frontemare. Ai quali fa pericolosamente da controcanto lo spopolamento progressivo dei paesi dell’interno: il più cupo degli squilibri, con prevedibili effetti nel territorio e nel corpo sociale.
Circola la domanda riguardo al reale consenso sul progetto, posta proprio per via dell'intransigenza senza eccezioni ( protestano i proprietari di piccoli appezzamenti in agro che vedono nelle opportune limitazioni la negazione di un diritto atavico). Nello sfondo i mugugni sui rapporti tra i poteri, dato che il presidente esercita il suo limitando mediazioni pur di attuare il programma. E ancora: ci si chiede com’è che il Piano, avversato con forza dai tifosi del neoliberismo, non susciti passioni nella sinistra sarda.
Vedremo nei prossimi mesi il grado di consenso attorno al progetto anche alla luce delle modalità attraverso cui i comuni costruiranno le loro proposte di pianificazione e dalle quali potranno venire idee per migliorare il Piano paesaggistico. Molto dipende da come le forze politiche si atteggeranno ( i detrattori sono al lavoro, molte le cause al Tar di imprese e comuni di destra). L’auspicio è quello di consegnare alle generazioni future un'isola bellissima che non può consentirsi altri sprechi.
I nipoti di Pasquangela sono quasi tutti disoccupati o camerieri per un mese.

Per chi vuole approfondire, ampio materiale disponibile nella cartella SOS Sardegna

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