20051200 Mobilità. Da una parte si dà, dall'altra si toglie
Edoardo Salzano
Sulla rivista Costruire di dicembre 2005, l'articolo di apertura parla del disagio urbano dell'accessibilità, cui si lesinano risorse, e delle grandi opere, sovrafinanziate rispetto alle necessità reali
Quanto ci muoviamo nella vita d’oggi! Nella città, sul territorio. Ci muoviamo per raggiungere il lavoro dalla casa che abitiamo, e viceversa. Per utilizzare la scuola, l’ufficio postale, il mercato dove ciò che ci serve costa meno, l’ospedale, la palestra, e tutti gli altri servizi sempre più necessari alla nostra esistenza (e sempre peggio disposti sul territorio, rispetto a dove abitiamo e lavoriamo). Per prendere una boccata d’aria in campagna, visto che la città ha sempre meno verde di quello che serve, o per respirare l’aria di città, incontrare persone, attività, occasioni e strapparci dalla segregazione del paesino. E ci muoviamo per raggiungere siti lontani, spinti dalle necessità del nostro mestiere o dalla ricerca di stimoli o di riposi in luoghi diversi.

Non sempre ci rendiamo conto di quanto gran parte del nostro muoversi, e impiegare tempo nel vettore che ci trasporta, dipenda da una cattiva distribuzione degli oggetti che ci servono sul territorio (le abitazioni lontane dei luoghi dove lavoriamo, i servizi disposti avaramente e casualmente). E neppure ci rendiamo sempre conto che solo il prevalere degli interessi più forti ha impedito che si scegliesse volta per volta il sistema di trasporto più comodo per noi. Ma tutti si rendono conto che il disagio e lo spreco (di tempo, di energia, di salute, di risorse d’ogni genere) pesano sempre di più sulla nostra vita, la rendono sempre meno umana, piacevole, utile a noi stessi e agli altri. Soprattutto nelle grandi città, nelle agglomerazioni urbane, che ormai hanno conglobato nella loro anarchica espansione le aree una volta naturali, nelle quali abita e lavora la stragrande parte della popolazione.

Problemi ci sono anche per le comunicazioni a lunga distanza, con ritmi non quotidiani, che interessano meno persone ma soggetti di maggior peso sociale (le aziende interessate al trasporto di merci, gli operatori del terziario avanzato, i turisti). Disagi provocati da strozzature e disfunzioni nel sistema delle infrastrutture, sprechi derivanti dal fatto che i diversi modi di trasporti delle persone e delle merci (la rotaia, la strada, l’aria) si fanno concorrenza tra loro invece di integrarsi un una ragionevole collaborazione, e che altri (l’acqua) sono trascurati.

Disagi e sprechi, ma indubbiamente di tutt’altro peso, rispetto alla vita quotidiana, di quelli che affliggono le aree urbane. Eppure, l’opinione pubblica è informata delle vicende della Grandi Opere (il Ponte sullo stretto, l’Alta Velocità, il Corridoio Cinque transeuropeo) mentre non sa nulla di ciò che si fa nelle aree urbane: dei provvedimenti per rafforzare il trasporto pubblico su ferro (diventato la regina del trasporto urbano nelle città dell’Europa evoluta), per ridurre il peso e la necessità dell’automobile, per rendere sicure e vivibili ampie aree sottratte all’invasione delle semoventi scatole di latta. Non è un oscuramento casuale. Il fatto è che guidano in questa direzione le politiche del governo.

Si guardino i recenti provvedimenti. Per le Grandi Opere si stabiliscono canali di finanziamento speciali, si attivano procedure particolari, si mobilitano risorse eccezionali, si sfidano persino le regole europee (vedi il Ponte sullo Stretto) e di scatenano le forze di polizia (vedi la TAV in Val di Susa). E intanto con l’altra mano si toglie. la finanziaria riduce ancora le già scarse risorse destinate al finanziamento dei progetti per il trasporto pubblico nelle aree urbane.

Da un lato, i monumenti per celebrare il potere e agevolare gli interessi forti, con interventi forzati a prescindere dalla priorità, dalle garanzie di sicurezza, e perfino dall’utilità (come il Ponte). Dall’altro lato, gli interventi diffusi, decentrati, sulla rete dei servizi per la mobilità quotidiana dei cittadini: un aspetto rilevante delle condizioni di vita che lo Stato sociale deve garantire perchè la città e il territorio siano vivibili. Da una parte si dà, dall’altra si toglie. Eppure, gli avvenimenti di Parigi ci ricordano che demolire lo Stato sociale comporta prezzi che, alla fine, pagano tutti.

Il titolo è quello suggerito, Nella rivista l'Opinione non ha titolo

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