Il mercato non ci salvera'
Giovanni Sartori
“La difesa dell'ambiente e il caso del petrolio” sollecitano la destra intelligente a ricordare a tutti (anche alla sinistra) che cos’è il mercato. Da il Corriere della sera del 3 settembre 2005


Il terribile uragano che ha distrutto New Orleans ha anche colpito le piattaforme di estrazione del petrolio del Golfo del Messico facendone schizzare il prezzo a 70 dollari. Ma era già arrivato a 65-67, dai 25-30 dollari degli anni scorsi. E sotto Ferragosto ricordavo che il campanello di allarme sui costi e sulla scarsità del greggio risale a 25 anni fa (se non addirittura al 1973) e che da allora non si è fatto nulla, quasi nulla, per rimediare. Perché? Siamo soltanto stupidi e miopi? Non si sbaglia mai a rispondere che lo siamo. Ma questa miopia e il nostro non-fare sono giustificati da un alibi: il mercato. È il mercato — ci viene spiegato da mattina a sera — che con i suoi automatismi provvede a tutto. Guai a far intervenire la nostra «mano visibile». Dobbiamo invece lasciar fare alla «mano invisibile», appunto San Mercato (oppure, per i laici, a Sua Maestà il Mercato). Qualche mese fa l'Economist dava larga evidenza e credito a un saggio di due americani che si intitola «Morte dell'ambientalismo», la cui tesi è che un ambientalismo antiquato (nei suoi concetti e metodi) va rilanciato, appunto, dal mercato e dall'ottimismo. Sì, anche dall'ottimismo. «Pensate — scrivono — se Martin Luther King invece di dire "ho un sogno" avesse detto "ho un incubo"». Pensa e ripensa, io non ci arrivo. Anche io (da ambientalista) ho il sogno di salvare l'ambiente; e ce l'ho proprio perché sono assillato dall'incubo di vederlo distrutto. Il sogno non sostituisce l'incubo; lo presuppone.

Sciocchezzaio ottimistico a parte, il punto è quanto possa fare, in questa partita, il mercato. Sia chiaro: la concorrenza di mercato è uno strumento insostituibile per la determinazione dei costi e dei prezzi. Senza mercato (vedi la pianificazione sovietica) un sistema economico diventa anti-economico. Ciò detto, sua Maestà il Mercato non è un meccanismo salvatutto.

Il caso del petrolio è esemplare. Oggi come oggi il petrolio fornisce il 70% dell'energia usata nei trasporti. Domanda: benzina e diesel derivati dal petrolio sono sostituibili? La risposta è: in non piccola misura, sì. Sono sostituibili con l'etanolo ed equivalenti ricavati da piante zuccherine (anche barbabietola, girasole, mais); prodotti che hanno l'ulteriore pregio di essere «puliti». Però a tutt'oggi il solo Paese che produce olio combustibile e benzina da vegetali è il Brasile. Altrove niente. Niente perché il mercato decreta così, perché ai prezzi di ieri il petrolio costava meno. Ma ai prezzi di oggi, e peggio ancora, di domani? A questo effetto San Mercato ci lascia pericolosamente a terra. Il guaio è che il mercato «vede corto», che non ha progettualità. Il che lo rende inidoneo, e controproducente, nel fronteggiare il futuro.
Il mercato ha anche altri limiti. Ma, restando al tema, l'idea di affidare le nostre speranze — il «sogno» degli scemotti che citavo — a un'analisi (di mercato) di costi-benefici è davvero peregrina. Perché il mercato non calcola e non sa calcolare il danno ecologico. Se abbatto alberi, il mercato contabilizza soltanto il costo di tagliarli, non il danno prodotto dall'abbattimento delle foreste. Se surriscaldiamo l'atmosfera, il mercato registra, tutto giulivo, solo un boom di condizionatori d'aria. Per questo rispetto, Dio ci liberi da San Mercato. Il nostro pianeta non sarà salvato «a costi di mercato»; dovrà essere salvato costi quel che costi.

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