Superluoghi e città
Marco Alessandro; Guerzoni Matteo; Delpi
Nuovi fenomeni urbani per nuove pratiche sociali: nell’introduzione alla manifestazione bolognese attualmente in corso, molte domande in cerca di risposta. E un invito. Da “La civiltà dei superluoghi”, Bologna, settembre 2007 (m.p.g.)
“Super” è un prefisso connesso alle immagini di superiore, eccessivo, straordinario, eccezionale. Un connotato che può essere assunto da oggetti, persone, situazioni, ma anche da “luoghi”, determinati non solo spazialmente, anche idealmente.
Il prefisso «super» è infatti ascrivibile non tanto all’elemento topografico del luogo, quanto al suo valore simbolico. Questo capita, ad esempio, per conseguenza di un’azione che innova radicalmente uno stato di fatto, tramite una realizzazione architettonica di impatto, capace di inserirsi con identità e singolarità: è il caso, per esempio, della nuova Fiera di Milano, dell’Auditorium Parco della Musica a Roma, di Eden-Olympia descritta da Ballard in Super Cannes[1].
I superluoghi trovano il loro spazio ideale nei “territori della globalizzazione”, dove si spostano le “folle solitarie” raccontate da David Riesman già negli anni ’50 del secolo scorso [2]. Territori i cui confini si rivelano sempre più incerti, perdendo progressivamente senso: un aeroporto non è più solo una piattaforma intermodale per mondi lontani, ma diventa oggi porta di scambio quotidiano tra città distanti migliaia di chilometri, dov’è consentito intrattenersi in spazi condizionati e cablati, accedere all’acquisto di prodotti costosi, alla moda, “tipici”, particolari, o godere di una campagna di saldi di fine stagione; l’aereo diventa così un mezzo di mobilità pubblica come un treno suburbano e l’aeroporto una fermata del vasto sistema metropolitano transnazionale.
Queste nuove pratiche di scambio sociale, economico e culturale, tra le moltitudini che vivono e frequentano i superluoghi, si manifestano con le stesse modalità e con le medesime intensità con cui tradizionalmente il cittadino vive lo spazio pubblico della sua città, con la differenza che ad essere sovvertito è il concetto di “prossimità”. Esemplare a questo proposito è appunto l’impatto che le compagnie di volo low cost e gli aeroporti “minori” da esse utilizzati, stanno producendo: una rilevante ridefinizione di reti di città e di economie a scala continentale, che stravolgono gli assetti tradizionali e la potenza dei sistemi urbani consolidati, a favore di “reti minori” e di città “marginali”, innescando trasformazioni sostanziali dei tessuti urbani di contorno; trasformazioni spesso casuali o demandate a scelte di pianificazione prive di studi comparativi e critici, che nei casi di insuccesso determinano condizioni di degrado e periferizzazione.
La localizzazione delle grandi strutture di vendita - per fare un altro esempio - con rilevanti bacini d’utenza, è – come noto - la conseguenza della diffusione del modello di mobilità privata, fondato sull’uso incessante dell’automobile. L’accessibilità al consumo è anche qui strategica; i nodi infrastrutturali sono allora nuove centralità, che addensano progressivamente grandi sistemi monofunzionali disgregati e disgreganti rispetto alla città consolidata, la cui esistenza sembra diventare più un ostacolo allo sviluppo che un opportunità: una opposizione che disegna un paesaggio pulviscolare, frutto di una “esplosione” [3] dei fattori urbani, tendenzialmente segnato da percorrenze erratiche.

La caratteristica più distintiva del superluogo è dunque la sua capacità di dominare il territorio a cui appartiene, generando fenomeni di forte urbanizzazione, attraendo a sé masse e flussi. Una capacità che deriva dalla sua potenza simbolica, dal suo peso economico, dal suo ruolo nella società moderna. Ma anche dalla sua velocità d’azione e adattamento: il “just in time” dell’urbanistica, il “prêt-à-porter” dell’architettura, seguono pedissequamente il dinamismo del mercato, la vacuità delle “tendenze”, le esigenze di una mai completamente definita società contemporanea, e assieme sono il vettore che materialmente trasforma il territorio metropolitano. In estrema sintesi, si tratta di un modello di produzione urbanistica di “massa standardizzata”, flessibile nelle forme e nei contenuti, veloce nell’adattarsi ai nuovi paradigmi di consumo.
Guardando ai territori colonizzati da questi fatti, appare ormai evidente come queste “strutture di massa”, musei, aeroporti, grandi stazioni ferroviarie, centri commerciali di prima generazione (i contenitori scatolari prefabbricati), centri commerciali di seconda generazione (città miniaturizzate a tema, tipo outlet, città della moda, città dell’elettronica, dell’arredamento, parchi ludici ecc.), multisala cinematografici, sembrano accomunate da un denominatore: una sostanziale disattenzione alla qualità del progetto e una (apparente) casualità dell’iniziativa, che – molto spesso - non rispondono ad alcuna razionalità collettiva; ad alcun interesse generale.
Sembra cioè di poter certificare - in generale - l’insufficienza o l’assenza di un progetto complessivo che contenga e contestualizzi, normalizzandoli, gli impatti di questi ambiti. Sembra che il territorio e le città siano ridotti al ruolo di spettatori, piuttosto che di attori, di questa ridefinizione delle funzioni, delle relazioni di vita e al ridisegno del paesaggio in senso lato.

Rimane il fatto che la nostra civiltà, orientata su abitudini, stili di vita, comportamenti di consumo e produzione, di massa e globali, sembra non poter fare a meno dei superluoghi. E’ intorno a questa necessità che occorre capire come formulare gli strumenti adatti per il governo e la progettazione della città futura.
Si tratta dunque di governare il fenomeno “superluoghi”; qui sta la questione centrale che, sia la ricerca promossa dalla Provincia di Bologna, sia le pagine di questo libro affrontano, per tentare di rispondere ad alcune principali domande: i «superluoghi» sono nuova città? Come si possono progettare sinergie utili ad evitarne la periferizzazione? A quali tecniche progettuali ricorrere per ridurre il conflitto causato dalla complessità che li rappresenta, tutelando il paesaggio storico e naturale? La qualità architettonica fino a quale livello è capace di incidere sull’immagine di ambienti pensati e cercati dai fruitori per la loro specializzazione tematica e per la loro offerta funzionale?
Le risposte desumibili dai contributi più avanti argomentati, non sono univoche né semplici. L’eterogeneità delle riflessioni e degli spunti contenuti in questo volume, testimoniano questa complessità.
Se una sintesi è possibile, va certamente ricercata nella necessità di governo e di progetto che la fenomenologia che abbiamo chiamato superluoghi esige oggi, per impedire che si intensifichi un pericoloso antagonismo: quando la città rifiuta (ignora o sottovaluta) un dialogo con un fenomeno emergente e di vasta portata – i superluoghi – si espone ad una frattura difficilmente sanabile. Periferie, metropolizzazioni del territorio, sfrangiamenti urbani, quando non vere devastazioni del paesaggio, sono l’esito di questa rinuncia.
Per molto tempo si è cercato di non “contaminare” la città – quella storica in particolare – con funzioni e attrezzature presuntamente disarmoniche, conflittuali o “incongrue”, sospinte dal mercato, o dalle esigenze sociali moderne; paradossalmente – spesso – si è ottenuto il risultato opposto. Allontanare il problema, o peggio ignorarlo nella speranza che si perda nello sterminato territorio metropolitano, non ha contribuito a “salvare la città”. La contaminazione è avvenuta, il contagio si è diffuso alla grande velocità cui il nostro tempo ci ha abituati. L’esito è evidente e documentato anche nelle pagine di questo libro.
Si tratta ora di riprendere un dialogo interrotto, tra la città così come l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso, e le nuove forme del suo sviluppo. Non per essere subalterni al mercato, né alle pressioni speculative, né tanto meno alla fluttuazione delle “tendenze”. Bisogna riprendere questo dialogo per rimettere al centro della questione territoriale e urbana il governo pubblico e il progetto di qualità, con nuovi tentativi capaci di riconiugare pianificazione di lunga durata e progettazione architettonica. Una attività di ricerca e sperimentazione che deve partire soprattutto dagli enti territoriali: Comuni, Province, Città Metropolitane e Regioni possono trovare in quest’ambito d’innovazione le ragioni per un nuovo protagonismo.

[1] Nel suo noto romanzo (Super Cannes, Feltrinelli, Milano, 2002) Ballard descrive con acuta chiarezza le caratteristiche di questi luoghi dell’eccesso, soffermandosi in particolare sui quartieri privati e non accessibili della residenza di lusso.

[2] Riesman D., La folla solitaria, Il Mulino, Bologna, 1956.

[3] Ci si riferisce alle note conseguenze del così detto sprawl; si veda in particolare AA.VV., L’esplosione della città, Compositori, Bologna, 2004.

Postilla
Il testo costituisce l’introduzione al catalogo “La civiltà dei superluoghi. Notizie dalla metropoli quotidiana”, Damiani, Bologna, 2007, pp. 6-9.
Il volume rappresenta l’esito bibliografico di una ricerca condotta dalla Provincia di Bologna i cui risultati sono illustrati in queste settimane a Bologna nel corso di numerose manifestazioni al cui programma si rimanda.
In eddyburg, che da sempre segnala la pericolosità e la pervasività dei fenomeni urbani e non, connessi al moltiplicarsi dei "non luoghi", sono presenti un’ampia documentazione sull’argomento e alcuni interventi critici sull’iniziativa bolognese che, per l’importanza dei temi trattati, merita senz’altro di essere ripresa in una discussione più allargata alla quale invitiamo tutti i lettori di eddyburg (m.p.g.)

Su Mall, un interessante (ed eccentrico) saggio sui "sub-luoghi" non incluso nel catalogo (f.b.)

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