Perché la California brucerà ancora
Luca Celada
Nei disastri naturali la natura c’entra solo in quanto sistema stressato dallo sprawl suburbano. Che da noi vogliono correggere con qualche chiacchiera. Il manifesto, 3 novembre 2007 (f.b.)
Los Angeles A più di dieci giorni dall'inizio degli incendi che hanno bruciato 1000 km2 di California i bollettini meteorologici, consigliano ancora «cautela» per anziani a bambini esortando chi soffre di asma a rimanere in casa. La cappa opprimente che ha avviluppato una regione di 300km per 100 (in cui abitano 15 milioni di persone) compresa fra Ventura e il confine messicano, ha provocato la chiusura di molte scuole, altre hanno rinunciato all'ora di ricreazione e di ginnastica a causa della qualità dell'aria. Ma mentre il fumo comincia infine a dissiparsi gli incendi hanno lasciato uno strascico di polemiche assai familiari.
Nella gerarchia naturale delle psicosi californiane, gli incendi sono quelli che hanno forse il maggiore impatto psicologico proprio perché interessano uno dei paesaggi più metaforici dello stato: suburbia, manifestazione tangibile di quella crescita costante che è sacramento fondativo della mentalità di frontiera, specie nel west. I terremoti sono democratici nell'imprevedibiltà dei loro epicentri e scadenze, i fuochi invece sono una certezza che avviene con regolarità matematica essendo parte integrante e necessaria di quest'ecosistema a macchia mediterranea. Una zona in cui un numero eccezionalmente alto di piante sono adattate a provocare periodici incendi per sviluppare una conseguente rifioritura e la distribuzione dei semi sul territorio, oltre che per la fertilizzazione naturale del terreno. È un fenomeno talmente integrato nei cicli naturali che l'università di Riverside a est di Los Angeles offre anche un corso in «ecologia del fuoco». L'analisi della stratificazione geologica conferma che da sempre i venti caldi del deserto che soffiano ogni anno soprattutto nei mesi autunnali, hanno provocato incendi boschivi naturali nei canyon e nella macchia riarsa dalla siccità. Un ciclo di rinnovamento naturale c'è sempre stato, la grande differenza è che ora nella natura ci sono case, a centinaia di migliaia. Accanto all'«ecologia del fuoco» è cresciuta smodatamente una geografia del consumo

Il fordismo edile

La crescita suburbana costituisce il dato costante dello sviluppo urbano americano degli ultimi 60 anni, con radici nel dopoguerra quando per accomodare i reduci protagonisti del boom economico e demografico, emerge un nuovo fenomeno di «fordismo edile» con la costruzione di megacomprensori che applica il sistema della catena di montaggio. Periferie istantanee come Lakewood in California e Levittown a New York, comunità «pianificate» fatte di decine di migliaia di case monofamigliari progettate serialmente grazie alla standardizzazione di metodi e materiali. Sono le sitcom suburbs che fungono anche da contenitori modulari per un conformismo consumista dell'effimero.
Emerge così un nuovo paesaggio, un'inedita geografia della coabitazione che non può più definirsi urbana ma è suburbana. Le periferie diventano il fulcro del nuovo sviluppo contemporaneamente al declino delle città. Una dinamica che si accelera con la sovrapposizione delle tensioni sociali causate dal movimento dei diritti civili: dagli anni '60 in poi la trasmigrazione interna verso le periferie è quella della popolazione bianca in fuga dai centri cittadini fatiscenti lasciati in mano a neri (le inner cities). Il white flight è la dinamica sociale predominante nello sviluppo orizzontale delle città americane per 50 anni, un fenomeno che in California, patria dello sprawl, è accentuato dalla fortissima crescita demografica ed economica capace di creare ex novo intere regioni «suburbanizzate» come la San Fernando Valley, dove risiedono 2 milioni di persone in gran parte etnicamente omogenee. È un fenomeno inestricabilmente legato all'emergenza di un «complesso edile-industriale», una lobby di forti interessi economici che perpetua un modello scarsamente sostenibile (ma altamente commerciabile, soprattutto grazie alle agevolazioni governative ai mutui bancari che si dagli ani '50 sono una sovvenzione ai profitti privati dei costruttori).
Gli interessi immobiliari fanno della casa un oggetto consumabile e uno status symbol dando luogo alla nuova geografia post-urbana che è ormai il paesaggio americano prevalente: periferie prive di centro in cui case individuali coprono vaste zone a bassa densità attorno a posti di lavoro decentrati, raggiungibili unicamente in automobile lungo vettori autostradali. Una suburbanizzazione «regionale» dove la vita sociale si raggruma attorno a franchising di fast food, multisala, tangenziali e centri commerciali.
Già dalla fine dello scorso decennio è questo il paesaggio che definisce l'esperienza americana contemporanea: sono più numerosi gli americani che vivono in zone periferiche «para-urbane» che quelli che risiedono nelle campagne e nelle città messi assieme. L'industria immobiliare, sovvenzionata dallo stato ha cooptato i temi mitici della narrativa nazionale - indipendenza, individualità e frontiera - arrivando a produrre una mappa tangibile del libero mercato, un urbanesimo della speculazione capitalista che ha soppiantato la città.

L'espansione infinita

Un fenomeno che in California è assolutamente prevalente e che spinge oggi lo sviluppo suburbano sempre più addentro a un territorio agricolo e «selvatico» sotto l'impulso di una crescita demografica irresistibile che si attesta attorno ai 600.000 nuovi abitanti ogni anno; la previsione è che in 50 anni la popolazione californiana passerà dagli attuali 35 a 60 milioni. È l'incontro fatale dell'«ecosistema del fuoco» con questa «geografia dell'ipersviluppo» che fa degli incendi naturali della regione un periodico e prevedibile «olocausto suburbano». Ogni anno la stagione dei fuochi torna a minacciare le propaggini più recenti ed estreme della suburbia - quella exurbia che si inerpica per i canyon e nella macchia delle colline californiane, verso il deserto e sulle montagne dell'hinterland - le San Gabriel, San Bernardino, Palomar - la natura che delimita un bacino in cui risiedono 17 milioni di persone.
Alcune di queste «edge cities», come quelle nelle contee di San Bernardino e Riverside, sono abitate in prevalenza da gente che non può permettersi il costo esorbitante dei quartieri piu «desiderabili» in prossimità del Pacifico, questa è una lumpen-suburbia in cui vive un proletariato bianco ( e recentemente anche ispanico) spesso in abitazioni a costo minimo come le mobile homes, case «impermanenti», acquistate come prefabbricati e «posate» su un lotto in affitto. Ma molta exurbia è abitata invece da una facoltosa middle class bianca, i consumatori target dei comprensori che a un ritmo impressionate ricoprono le campagne fra Los Angeles e San Diego con ville a schiera il cui costo medio ha raggiunto il mezzo milione di dollari. Visto che nel modello americano i servizi pubblici vengono finanziati in gran parte dalle imposte sulla casa, queste comunità recintate godono di buone scuole e servizi che attraggono una demografia bianca e facoltosa vero le cosiddete «McMansion» , le ville serializzate, sfornate come i panini tutti uguali di Mcdonalds. Con la loro media di sei stanze (nel 1945 la media era 3), 300 mq, doppio garage e giardinetto di ordinanza sono l'attuale incarnazione dello status symbol imprescindibile del sogno americano: la casa propria. Sono questi luoghi, dunque, l'epicentro dei cataclismici incendi che un anno sì, un anno no, devastano la California. I fuochi, insomma, ci sono sempre stati: se però vent'anni fa i focolai della scorsa settimana avrebbero bruciato perlopiù la sterpaglia secca dei canyon, ora le stesse zone sono piene di case. E non c'è nulla che renda l'idea di «impermanenza» come le rovine fumanti di una McMansion divorata dal fuoco. I materiali di costruzione in serie, legno e cartongesso, vengono annientatai dalle fiamme. Tutto ciò che rimane delle megaville bruciate a Rancho Bernardo o Santiago Canyon sulle colline di Orange County sono i camini in mattone, i frigoriferi, i barbeque e i mobili da giardino in ferro battuto attorno alle piscine annerite. Un tableaux mort del sogno suburbano che ricorda una scultura di Keinholtz, un'archeologia infernale del terziario postindustriale che prevale oggi da Malibu a Silicon Valley.
Negli ultimi venti anni la contea di San Diego, la più duramente colpita dalle fiamme, ha perso il 60% della propria campagna mentre le zone suburbane sono aumentate del 39%. Nella vicina Riverside il tasso di crescita è stato ancora maggiore con 25.000 nuove case costruite ogni anno in grappoli di villette a schiera che si intravedono dalle autostrade e che sorgono sulle colline spianate di fresco dai bulldozer precedute dai grandi cartelloni che ne publicizzano la vendita. Paesaggi di alienante uniformità dove cresce una generazione che non ha mai visto un marciapiede, per cui è incomprensibile il concetto di uno spazio pubblico, di un negozio che non sia il franchise di una catena commerciale.

Da New Orleans a San Diego

La fame insaziabile di spazio in California spinge questo paesaggio ex-urbano sempre più addentro al territorio soggetto ai periodici incendi, dove una fiamma spinta da raffiche di vento caldo (il Santa Ana del deserto) a 100km e alimentata dalle resine combustibili delle piante native, può divorare un canyon in pochi minuti.
Questo è il luogo del «disastro dei benestanti» dove lo sviluppo si ostina a spingersi e dove si pretende che un esercito di pompieri con la sua aeronautica antincendi fermi le fiamme e protegga le case a un costo enorme sostenuto dai contribuenti. Per questo George Bush si è precipitato a San Diego per promettere la ricostruzione dopo aver abbandonato la città di Katrina: New Orleans è povera e nera ma ancora più a suo svantaggio, è una vera, vecchia, città e come tale di scarsa utilità immobiliare per l'industria suburbana.
Gli ultimi incendi sono seguiti ora dall'ormai consueto dibattito sulla necessità di modificare i modelli di sviluppo verso criteri più razionali e sostenibili: smettere ad esempio di costruire ville di plastica sulle colline combustibili. Ma la possibilità che le riforme vengano effettivamente varate sono minime. I limiti alla crescita sono anatema al sacramento del progresso impugnato da un' industria edile dagli enormi interessi finanziari... quindi per il prevedibile futuro almeno, la California continuerà a bruciare.

Nota: superfluo ricordare al lettore che sia su Eddyburg che su Eddyburg_Mall ci sono intere cartelle dedicate ai problemi sfiorati da Luca Celada nella sua ampia rassegna. Il riferimento specifico qui può essere invece al sostanziale fallimento delle politiche energetiche di Arnold Schwarzenegger (il quale se non altro ci ha provato, a differenza del nostro centrodestra), proprio di fronte all’intreccio di interessi che produce e si alimenta dello sprawl; gli stessi interessi che speculano pesantemente anche sull'emergenza, in un quadro inquietante militar-economico tratteggiato da Naomi Klein sull'ultimo numero di The Nation, proposto in italiano da Mall (f.b.)

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