Il lavoro delle casalinghe vale un terzo del Pil
Elena Polidori
Riemerge una questione antica, seppellita dal “riformismo” dei nostri anni. Da la Repubblica, 24 novembre 2007. Con una postilla


Il lavoro di casa, dentro le mura domestiche è un «tesoretto» che vale, sia pure sul piano virtuale, qualcosa come il 32,9% del Pil, cioè circa 433 mila milioni di euro. Cioè come le entrate tributarie di tutto il 2006. Sono le donne, ovviamente, a sobbarcarsene il peso maggiore perché di questo 32,9%, il 23,4% grava sulle loro spalle contro il 9,5% degli uomini.

Il lavoro di casa, dentro le mura domestiche. In pratica, tutte quelle ore passate a rammendare, pulire, stirare, accompagnare i bambini, accudire gli anziani, fare la spesa. Ecco, se fosse calcolato nella contabilità nazionale, si scoprirebbe che è il vero motore dell’economia italiana, la produzione-ombra che nessuno paga o vuole pagare e di fatto non considera. Comunque un «tesoretto», questo sì, che vale, sia pure sul piano virtuale, qualcosa come il 32,9% del Pil, cioè circa 433 mila milioni di euro, come una valanga di pluri-stangate, come migliaia di lotterie di Capodanno, come milioni di sms di solidarietà. Oppure, per avere un’idea ancora più concreta, come le entrate tributarie di tutto il 2006.

E sono le donne, neanche a dirlo, a sobbarcarsene il peso maggiore perché di questo 32,9%, il 23,4% grava sulle loro spalle contro il 9,5% degli uomini. Volendo convertire le percentuali in miliardi di euro «prodotti», sono rispettivamente 308 e 125. In più, l’ora-lavorata delle donne «vale» assai meno.

Sono calcoli che fanno una certa impressione, nel loro insieme. Ma soprattutto sono il risultato di un lavoro mai tentato prima su base scientifica, elaborato ora dagli economisti de Lavoce.info. Una bell’impegno perché bisognava anzitutto cercare di dare un «valore-orario» e dunque un «prezzo» a questo universo lavorativo così particolare, che è reale e virtuale insieme; che si sa quando comincia e mai quando finisce; che si sviluppa quotidianamente nelle case di ciascuno, senza pause né festività, volenti o nolenti.

Paola Monti, 28 anni, laurea alla Bocconi, un Master a Londra, economista della Fondazione Rodolfo Debenedetti, prova così ad inquadrarlo, a dargli un peso, una quantificazione e persino a confrontarlo con quel che avviene nel resto del mondo. Il metodo che sceglie è doppio. Anzitutto rielabora i dati Eurostat sulla cosiddetta «occupazione elementare». Quindi utilizza un’indagine sull’uso del tempo fatta dall’Istat nel biennio 2002-2003 che permette di stabilire quanti minuti una persona dedica a diverse attività di tipo domestico nell’arco di una giornata, in Italia e nel resto del mondo. Il tutto rielaborato con coefficienti e medie ponderate sulla base di un volume a cura di Tito Boeri, Michael C. Burda e Francis Kramarz (Working hours and job sharing in Eu and Usa, Oxford University Press-Fondazione Rodolfo Debenedetti) di prossima pubblicazione.

Ed ecco che i numeri fotografano una realtà complessa, raccolta in una «voce» tutta tecnica che si chiama household production, ovvero il tempo che si spende per produrre beni e servizi all’interno della casa e della famiglia, gli stessi che si potrebbero comprare sul mercato. Le pulizie, per esempio, sono parte di queste production perché chi non vuole farsele da solo, può sempre cercare aiuto all’esterno e dunque pagare il servizio. Ma anche la cucina o il baby-sitting, così come la spesa al supermarket o l’assistenza agli anziani. Ebbene, secondo una media ponderata, a questo tipo di occupazioni vengono dedicate 3,89 ore al giorno. Nella scomposizione per genere però viene fuori che 1,92 ore le svolgono gli uomini, 5,78 le donne. Ogni ora «costerebbe» 7,83 euro, che al maschile diventano 8,76 e al femminile solo 6,94.

Il confronto internazionale riserva subito delle novità. Questo salario medio orario di 7,83 euro, in Olanda diventa 9,86, in Francia 9,94, in Inghilterra 10,93, in Germania 11,12. Soltanto in Spagna, tra i pochissimi paesi che finora ha cercato di calcolare il valore intrinseco dell’economia cosiddetta domestica, pure asse portante del Pil nazionale, il lavoro di casa è più a buon mercato: appena 5,34 euro di media. Ovunque le donne «guadagnano» meno.

Se questi sono i dati di partenza, viene fuori che ogni anno il lavoro casalingo, assorbe qualcosa come 1.419 ore (si tratta sempre di una media ponderata). Ma nella suddivisione tra maschi e femmine, circa 700 sono svolte dagli uomini contro 2.110 dalle donne. Se questa occupazione fosse retribuita, come di tanto in tanto viene reclamato, avrebbe un valore medio ponderato di circa 10.473 euro per ciascuno dei 41 milioni di italiani in età tra i 20 e i 74 anni presi in considerazione nel biennio 2002-2003, cioè appunto 433 mila milioni di euro l’anno, pari al 32,9% del Pil. Sul totale della cifra annuale, la quota media maschile «varrebbe» circa 6 milioni di euro e quella femminile, meno «retribuita» ma superiore per numero di ore, avrebbe un valore medio di circa 14 milioni.

Adesso, pur con tutti i loro limiti, questi conteggi sono sufficienti per dare una idea della fatica che ogni giorno ciascuno compie dentro il perimetro di casa sua. Ma l’indagine cerca anche di dare un valore al cosiddetto iso-work, cioè alla somma del lavoro pagato sul mercato più la produzione domestica. Ebbene, dalla ricerca viene fuori che uomini e donne di mezzo mondo - dagli Usa alla Germania all’Olanda - dedicano lo stesso ammontare di minuti al lavoro remunerato e a quello domestico insieme, tranne in Italia. La differenza tra i due generi - ben 74,7 minuti in più a sfavore del femminile - costituisce la riprova, in chiave economica, che le donne spesso sommano il lavoro interno e quello esterno, diventando di fatto doppiolavoriste croniche. Ovviamente i numeri non sono in grado di spiegare se, dietro il fenomeno, c’è anche la voglia tipicamente femminile di tenere ogni cosa sotto controllo o se si tratta di una prevalenza per così dire subìta, o involontaria o semplicemente inevitabile.

Ma in casa, per fortuna, non c’è soltanto il lavoro cosiddetto «elementare» che tutti fanno, con più o meno allegria e rassegnazione. Gli esperti cercano anche di catalogare le attività più tipiche all’interno del «focolare». Per esempio, il family-care, cioè la cura che si richiede per mandare avanti la famiglia e la casa in generale, che è parte dell’household production: in Italia, assorbe 29,6 minuti al giorno, grosso modo come la Germania ma assai meno dei 34 dell’Olanda e dei 44,5 degli Usa. Poi c’è la voce shopping, che non significa andare per negozi a comprare vestiti o gioielli, ma è piuttosto la tipica spesa quotidiana di cibo e generi di prima necessità: ebbene, gli italiani sono assorbiti da questa attività per 43,3 minuti al giorno, gli americani per 51,4, i tedeschi per poco meno di un’ora, (57,4). Le donne «vincono» ovunque, dedicando in ciascun paese considerato il maggior numero di minuti per fare compere. Anche qui: è smania consumistica o lavoro aggiuntivo sulle spalle? I numeri non lo spiegano, ma il sospetto resta.

Casa dolce casa, allora? Di sicuro consola vedere che nella graduatoria delle diverse attività quotidiane incorniciate nel perimetro domestico ci sono anche l’ozio e il relax. Ecco allora spuntare la categoria del tempo libero - leisure, in gergo - che in Italia supera le 6 ore e mezzo, cioè esattamente 401.3 minuti al giorno, contro i 334,6 della Germania, i 337,5 degli Usa e i 397,7 dell’Olanda. Ma di nuovo gli uomini, in ciascuno dei paesi esaminati, sono quelli che si trastullano di più: 439,6 minuti contro 367, nel caso dell’Italia. In compenso, dormono di meno: su una media italiana giornaliera di circa 8,2 ore (497.9 minuti, per l’esattezza) il sonno maschile è pari a 496.7 minuti, quello femminile a 499. Dalla graduatoria globale si scopre anche che i più dormiglioni in assoluto sono gli olandesi, seguiti da tedeschi e americani con oltre 500 minuti al giorno.

Quando non si schiaccia un pisolino, c’è la tv. Ecco allora che davanti allo schermo (ma anche ascoltando la radio perché il capitolo è unico), gli italiani passano 101,1 minuti al giorno di media e per questo sono ultimi nella graduatoria. Ma - sorpresa? - 114.5 minuti sono appannaggio degli uomini, 89,1 delle donne.
La vita in casa, valutata in chiave economica. Un lavoro duro che, al dunque, se si volesse fare un paragone internazionale, potrebbe valere più del Pil del Belgio, il doppio di quello della Danimarca, quasi il triplo di quello dell’Irlanda. Ma non c’è ricerca scientifica che calcoli anche quanto vale la «regia» del lavoro domestico, il tempo che si spende per organizzare l’agenda del giorno, per economizzare le energie e i quattrini, per incastrare una cosa con l’altra, quando non sono dieci insieme, per «pensare». Un lavoro nel lavoro, insomma, di cui non c’è ancora - e chissà se mai ci sarà - traccia numerica.

Postilla

Vautare il costo monetario virtuale del lavoro casalingo delle donne non è solo un esercizio di economia applicata: è la testimonianza “scientifica” di una gigantesca ingiustizia sociale. La nostra evoluta civiltà tollera e incoraggia l’asservimento di un intero genere a un ruolo che non può essere definito che subalterno, poiché è escluso dall’unica valutazione che – nella società di oggi – conta davvero: la valutazione economica. Un ruolo che, per di più, non è scelto, ma è assegnato per default .
Si discusse a lungo di questo negli anni (soprattutto i Sessanta) in cui le riforme non si riducevano ai paradigmi dell’attuale” riformismo”. In quegli anni si iniziava a “riformare” la struttura della società, cioè a cambiarne le regole di fondo. In quegli anni si comprese che, per “liberare” le donne dal lavoro casalingo, bisognava cambiare qualcosa nell’organizzazione della città. Questa doveva essere completata e arricchita da “servizi sociali” che si facessero carico di molte delle mansioni fino ad allora “casalinghe”.
Così nacque la richiesta di asili nido e di servizi sanitari distribuiti sul territorio, di spazi pubblici in misura e localizzazione adeguate: insomma, degli “standard urbanistici”. Così si tentò di sperimentare forme di organizzazione dell’abitare in cui altri servizi collettivi riducessero il peso della gestione domestica e integrassero l’alloggio con i servizi collettivi in una più evoluta concezione della “residenza”.
Queste posizioni raggiunsero alcuni primi obiettivi con la “legge ponte” del 1967 e il decreto sugli standard del 1968, e con le leggi per la casa del periodo immediatamente successivo.
Non mancano, sebbene siano pochi, i libri che raccontano quegli eventi e le ragioni delle sconfitte che seguirono. Queste intervennero quando la “controriforma” nel campo dell’organizzazione della città ebbe il sopravvento, e quando la politica si appiattì sull’economia data, rinunciando al suo ruolo di indicare un diverso progetto di società.

Sull'argomenti si veda su questo sito l' eddytoriale dell'8 marzo 2007, i materiali inseriti in proposito dal sito Tempi e spazi, la relazione di Giovanni Astengo al convegno dell'UDI del 1964.

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