Eddytoriale 37 (17 febbraio 2004)
Eddyburg
17 febbraio 2004 – La vicenda del MoSE (il pesantissimo intervento di ingegneria novecentesca nel fragile e delicato corpo della Laguna di Venezia) è a un suo punto di crisi. Da una parte, si è svegliata una componente importante della maggioranza comunale (i DS) che si è finalmente schierata tra i critici del progetto, mentre cresce la credibilità di alternative più morbide e molto meno dispendiose. Dall’altra parte, assume caratteristiche sempre più aggressive la marcia dei difensori del MoSE e del Consorzio Venezia Nuova.
Questi hanno trovato nuovo alimento, e indubbia grinta, nell’avvento di Berlusconi e dei suoi Viceré: primo fra tutti il “governatore” del Veneto, Galan; l’ex funzionario della Fininvest, con un inaspettato blitz, ha forzato la Commissione per la salvaguardia di Venezia a dare il parere (naturalmente favorevole, date le maggioranze) senza neppure esaminare i voluminosi dossier che compongono il progetto.

Ma essi contano alleati di rilievo nelle stesse file della maggioranza di centro-sinistra. Il sindaco ulivista Paolo Co sta è considerato non solo sostenitore del Consorzio Venezia Nuova e dei suoi progetti, ma anche disinvolto manipolatore delle volontà espresse dalla maggioranza comunale e abile utilizzatore delle sue incertezze. I quotidiani di oggi esprimono stupore per l’accordo che Costa ha trovato con Berlusconi nel formare un Ufficio di piano (incaricato di delicati compiti di coordinamento tecnico dei progetti per il riequilibrio della Laguna): un Ufficio di piano nel quale non solo i critici del MoSE, ma perfino le competenze ambientalmente orientate sono presenti in misura irrilevante (1 su 12).

Riepiloghiamo i fatti. Mentre – prevalentemente a livello locale - dopo anni di studi e di dibattiti, dopo aver compreso le ragioni per cui l’equilibrio della Laguna, conservato per circa un millennio, è divenuto precario per dissennati interventi antropici, si era trovato largo consenso su un programma di interventi molto ampio, diffuso e sostanzialmente morbido, rivolto a eliminare le cause del degrado (e quindi dell’aggravarsi del fenomeno delle acque alte), dall’altra parte –e soprattutto a livello di governo – si affrontava il problema in termini riduttivi, costosi, meramente ingegneristici e meccanici. Nel 1984 si giunse ad affidare a un consorzio di imprese di costruzione, il Consorzio Venezia Nuova (impresa leader la Impregilo) lo studio, la sperimentazione, la progettazione e l’esecuzione delle opere necessarie per “il riequilibrio della Laguna e la difesa dei centri storici dalle acque alte”. Un’anomalia assoluta in un sistema economico basato sulla concorrenza e sul mercato e in un sistema giuridico fondato sulla prevalenza degli interessi pubblici. Ma tant’è: un altro tassello dell’inquietante mosaico definito “anomalia italiana” (una illustrazione semplice degli eventi qui riassunti è nel mio scritto “La Laguna di Venezia e gli interventi proposti”).

Il Consorzio Venezia Nuova è diventato il vero potere nella città. Grazie agli ingenti finanziamenti pubblici ha tessuto una rete di relazioni negli ambienti imprenditoriali, accademici, politici, editoriali, tecnici, a Venezia e a Roma. L’oggettiva complessità della vicenda (e della stessa Laguna) ha reso distratta l’opinione pubblica nazionale, abilmente sollecitata a commuoversi invece per il rischio dell’affondamento di Venezia e delle sue inondazioni, che il MoSE miracolosamente (magia dell’eco biblica!) scongiurerebbe. Resistono le associazioni ambientaliste (in prima linea la sezione veneziana di Italia Nostra), alcuni nuovi comitati di base, e i partiti dell’area rosso-verde (peraltro incapaci di reagire alle manovre del sindaco con atti più incisivi di un sommesso brontolìo).

Una scoperta di queste ultime settimane testimonia il danno che l’appalto unico al Consorzio Venezia Nuova provoca non solo alla Laguna, ma anche al pubblico erario. E’ stato reso noto il progetto di un gruppo di ingegneri, particolarmente esperti nelle costruzioni marine, il quale ha tre attributi rilevanti: è estremamente più morbido nell’approccio tecnico, nelle soluzioni proposte, nell’impatto esercitato nell’ambiente lagunare; rispetta i tre requisiti decisivi, posti dal legislatore e non rispettati dal MoSE, della gradualità, sperimentalità e reversibilità; costerebbe da un terzo alla metà del progetto MoSE nella fase di costruzione, e infinitamente meno nella gestione (che al MoSE pone rilevantissimi problemi, ancora non risolti né quantificati). Forse è per questo che i padroni della città non lo hanno preso in considerazione.

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