Riapriamo quella porta
Sandro Medici
“Il bisogno sociale del bene casa è un ricciolo di polvere che fastidiosamente si annida in un angoletto” di un mondo dominato dall’immobiliarismo. Da il manifesto del 13 ottobre 2007


Sull'economia si discute, si polemizza, ci si accapiglia costantemente; e non potrebbe andare diversamente, tanto è diventata centrale quest'ultima rispetto alla politica, anzi ormai dominante essendone la funzione pubblica del tutto subordinata. Linea di comando pressoché assoluta da cui far discendere scelte e decisioni, così come modelli di civiltà e perfino emozioni e immaginario. Esito del vittorioso passaggio capitalistico di fine secolo che tutto ha globalizzato e uniformato.
Ma tra i tanti e anche inediti filamenti con cui l'economia si palesa e si sviluppa, ce n'è uno su cui incombe invece un'opaca reticenza. L'immobiliarismo. Quell'oscura palude in cui sguazzano innumerevoli gli interessi finanziari, nel passato secondari rispetto al ciclo edilizio ma oggi completamente sovrastanti. Una folla di «operatori» compete e si affanna per ritagliarsi il proprio segmento di utile nel cosiddetto mercato immobiliare, che di conseguenza dilata allo stremo i suoi costi, i suoi prezzi e soprattutto i suoi profitti. E ciò smarrendo progressivamente l'elemento originario di tanto sviluppo, il prodotto sporco, quello fatto con i mattoni: quasi un accessorio di un gorgo inestricabile di intermediazioni e stratificazioni finanziarie.
Su tutto questo poco si sa, poco si dice. E non perché tanta speculazione crei un qualche imbarazzo: il rossore non fa parte della tavolozza del sistema economico. Ma perché sui patrimoni immobiliari si regge buona parte della filiera bancaria

Non sfuggirà che quando si parla di sistema bancario si allude a un ambito assolutamente predominante, in grado di condizionare non soltanto la ritmica dell'economia ma la stessa decisione politica.
Capite bene che, di fronte a un potere così esteso e ramificato, il bisogno sociale del bene casa è un ricciolo di polvere che fastidiosamente si annida in un angoletto.
Cosa volete che contino i tanti povericristi che non hanno dove abitare, variabile del tutto secondaria perché refrattaria alla logica di un mercato inaccessibile? Milioni di persone che in questo paese soffrono e penano, accucciati nelle auto o nelle baracche o sotto i ponti; anziani che muoiono prima per paura di essere sfrattati, bambini che crescono con l'angoscia dell'ufficiale giudiziario, ogni scampanellata alla porta un batticuore, giovani donne, ragazzi con una prospettiva di vita già compromessa, famiglie dolenti con un nonno malato, con un figlio disabile. Ma ormai anche chi ha un reddito dignitoso eppure insufficiente per affittare un appartamento o accendere un mutuo.

Come si fa a nascondersi che questo è un problema grave?
E' che da noi la politica non vuol fare ciò che dovrebbe, ciò che normalmente si fa negli altri paesi: intervenire nel mercato immobiliare, per attenuarne le ferocia. Edificare case popolari, ai costi reali, per offrire un accesso sostenibile all'abitare. Cioè essere competitivi con l'ingordigia: basta poco per eliminare la bolla parassitaria che si frappone tra la domanda e l'offerta, e depurare così il sistema. Un po' di keynesismo, mica la rivoluzione.

Ps. Nella finanziaria del prossimo anno ci sono 550 milioni di euro per l'emergenza casa, e l'offerta abitativa pubblica, se tutto va bene, comincerà a rendersi disponibile nel 2009. Ma da dopodomani termina l'efficacia del blocco degli sfratti. C'è un frattempo che non torna. Qualcuno ci sta pensando?

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