Si discute delle politiche abitative
Eddyburg
Tre articoli sul problema della casa da il manifesto del 21 settembre 2007. Dopo anni di silenzio qualcosa si muove: a vantaggio degli inquilini o della rendita?
In arrivo il Piano e anche gli sfratti
di Eleonora Martini

Alla Conferenza nazionale sulle politiche abitative i 12 punti del governo e i problemi per trovare le risorse. Ma rimane fuori dalla discussione la questione delle migliaia di persone che dal 14 ottobre rischiano di trovarsi per strada. Sulla quale Di Pietro non vuole la proroga

«Gli inquilini non si sentono sicuri. Forse un inquilino sicuro potrebbe essere un inquilino felice». Se non altro è un insolito sguardo sul problema della percezione generalizzata di insicurezza, la frase con la quale Gualtiero Tamburini, presidente di Nomisma, ha concluso la presentazione del rapporto curato dalla sua società che ha messo carne sul fuoco della Conferenza nazionale sulle politiche abitative organizzata ieri a Roma dal ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. Un'insicurezza particolarmente soffocante per quelle 10-15 mila famiglie italiane sotto sfratto (ma c'è chi la considera una sottostima) e che va crescendo man mano che si avvicina la data del 14 ottobre, giorno in cui scade l'ultima proroga degli sfratti secondo la legge 9 del 2007. Anche per questo, mentre all'interno dell'aula magna della prestigiosa (e costosissima) Università Luiss si susseguivano gli interventi dei quattro ministri e di un viceministro e di altre figure istituzionali di alto profilo, fuori gli inquilini del Sunia, del Sicet e dell'Uniat avevano messo in piedi una piccola manifestazione con l'intenzione di «sollecitare il governo ad azioni concrete senza perdere altro tempo».
Per il premier Romano Prodi, però, piuttosto «le politiche tradizionali hanno troppi limiti», scrive nel suo messaggio inviato al convegno. «Dobbiamo dare prova di grande fantasia e di creatività» e «coinvolgere anche le fondazioni e il capitale privato nei nuovi progetti abitativi. Stiamo anche pensando a strumenti fiscali per aiutare le famiglie ad affrontare i costi della casa».
Un po' deludente per chi si aspettava un dibattito pubblico a tutto campo che coinvolgesse o almeno rendesse spettatori tutti i soggetti interessati, dai movimenti di base locali ai costruttori, proseguendo la discussione avviata a maggio nel Tavolo nazionale delle politiche abitative istituito dalla legge 9, la Conferenza nazionale ha affrontato soprattutto i nodi del nuovo Piano casa illustrato da Di Pietro che sarà presentato al Consiglio dei ministri del 28 settembre. Al centro della discussione anche il problema di come riuscire a trovare nella prossima Finanziaria le risorse necessarie al Piano, 1,5-1,7 miliardi di euro per il 2008. Anche se il vice ministro all'Economia Roberto Pinza ha subito messo le cose in chiaro: non c'è ancora «nessuna» indicazione sulle risorse disponibili nella manovra. Sul come ripartire le eventuali risorse, la ministra Rosi Bindi, felice perché «si è riaperto il capitolo casa da troppo tempo dimenticato», tira l'acqua al suo mulino e preme per i finanziamenti diretti alle famiglie. Ma il collega Paolo Ferrero non è d'accordo: «Trasferire risorse direttamente alle famiglie significa far crescere le rendite finanziarie. Le risorse invece vanno indirizzate verso l'offerta, non la domanda».
Il problema più urgente però, quello dell'emergenza sfratti con la prima scadenza del 14 ottobre (per i piccoli proprietari) e la seconda (per le grandi proprietà) a giugno 2008, non sembra all'ordine del giorno. È Ferrero ad accendere i riflettori: «So che Di Pietro la pensa diversamente, ma il 15 ottobre un anziano allettato non può finire in strada, non sarebbe degno di un paese civile. Si è sbagliato a non intervenire a luglio utilizzando l'extragettito ma o lo si fa ora nel bilancio 2007 oppure bisogna prorogare di nuovo il blocco degli sfratti». Occorrono infatti subito almeno 530 milioni di euro, tanto era il preventivo fatto a luglio per assicurare agli sfrattati il passaggio «casa a casa». Non che la sospensione degli sfratti sia gratuita: per 15 mila abitazioni la stima era di circa 32 miliardi di euro necessari. Ma il motivo di contrarietà di Di Pietro alla proroga non è certo questo.
Il ministro delle Infrastrutture piuttosto punta tutto sul piano articolato in dodici punti che era stato messo a punto dal Tavolo nazionale. E che prevede un programma triennale per il recupero di alloggi Erp (edilizia residenziale pubblica); l'acquisto e la locazione di alloggi per le categorie sociali più disagiate, con un diritto di prelazione per i Comuni per l'acquisto delle strutture messe in vendita dagli enti previdenziali; l'utilizzo di almeno il 20% degli stanziamenti per il rilancio di alloggi Erp nelle zone franche urbane, quelle dove spesso si concentra il degrado sociale ed economico; il recupero di aree e immobili militari dismessi; la ripresa dei finanziamenti dei «contratti di quartiere II», fermi dal 2002 e per i quali sono già disponibili 250 milioni di euro; un osservatorio nazionale sull'abusivismo edilizio e uno sulla condizione abitativa. Dal punto di vista fiscale: l'esenzione Ici per gli alloggi Iacp o di proprietà di enti locali; riduzione dell'imponibile per i proprietari che affittano a canone concordato. Un'esperienza questa del canone concordato «fallita» e che va rivista, secondo la ministra Giovanna Melandri che ha portato le istanze di quei «4,5 milioni di giovani che non riescono proprio ad avere una casa».

«Tre miliardi per l'edilizia pubblica»
M.D.C. intervista Angelo Fascetti, storico esponente del movimento di lotta per la casa a Roma

L'Asia, legata alla Cub-RdB, è una delle associazioni che si occupa del «problema della casa» aiutando le persone e le famiglie che vi restano intrappolate. Angelo Fascetti ne è uno dei rappresentanti storici, sulla piazza di Roma.
E' cambiato qualcosa con questo governo?
Ha perso un'occasione con il blocco degli sfratti e con la nomina di una commissione che poi non ha fatto nulla. Se non ci sono fondi, non si può fare una politica della casa. Qualche mese fa, per il blocco degli sfratti, furono stanziati 60 milioni, una cifra ridicola di fronte all'emergenza.
Anche allora avete posto il problema dei finanziamenti...
C'era stato un riconoscimento anche da parte del ministro Paolo Ferrero, che per parte sua si era posto l'obiettivo di strappare almeno 600 milioni. Per rilanciare l'edilizia pubblica, secondo noi, servirebbero almeno 3 miliardi.
Di Pietro, nella conferenza, ha parlato di un piano da 1 miliardo e mezzo.
Meglio che niente, se il governo si impegnasse veramente su questa cifre. Bisogna infatti recuperare tutto quello che non si è più fatto da almeno 10 anni a questa parte.
Che tipo di figure sociali vi trovate ad assistere?
Tra gli sfrattati, la maggioranza è di famiglie monoreddito. In alcuni casi anche con redditi decenti, intorno ai 2.000 euro al mese. E parecchi portatori di handicap. Ma è cambiata completamente la ragione degli sfratti. Fino a qualche tempo fa l'85% erano per finita locazione; ora al 70% sono per morosità, perché gli affitti sono altissimi. E vi si aggiungono almeno 400.000 famiglie, in Italia, che hanno problemi a pagare il mutuo.
Quanta gente sarebbe interessata a un rilancio dell'edilizia pubblica?
C'è stata una forte crescita delle famiglie monoparentali, per cui il problema è ormai un'emergenza. Si parla di almeno 500.000 nuove famiglie di questo tipo. Cui si aggiungono le separazioni, l'immigrazione, ecc. Di fronte a questa domanda, le case pubbliche sono scese al 3% del patrimonio abitativo; fino a qualche anno fa erano il 5%. Mentre la media europea è del 20 (40% in Francia e anche di più in Germania). Non c'è alternativa al mercato, anzi tante iniziative sono state prese per costringere a gente a indebitarsi per comprare casa.
Questo tracollo è storia recente?
Gravissima è stata la vendita delle case degli enti, decisa da Tremonti. Il grosso di questi appartamenti era localizzato nelle grandi città, e soprattutto a Roma. Che infatti guida la classifica dei rincari. Nel '93-94 si costruivano in Italia 32.000 appartamenti pubblici l'anno; nel 2004 erano appena 1.900. Da quando è stata abolita la Gescal sono stati chiusi i rubinetti e si è smesso di costruire. Abbiamo chiesto agli enti locali di stanziare almeno il 2% del bilancio per la casa. Ma siamo ancora al punto che la Regione Lazio, per fare un esempio, considera una «grande vittoria» l'aver stanziato 100 milioni per tutte e cinque le province. Quante case ci puoi fare?

Soldi di stato e gestori privati
di Tommaso De Berlanga

La distanza tra la capacità di fotografare la realtà e quella di formulare proposte è in genere ampia. Ma nel rapporto elaborato da Nomisma sulla «Condizione abitativa in Italia. Fattori di disagio e strategie di intervento» risulta in certi momenti vertiginosa. Certo, se fosse stato scelto un istituto di ricerca meno intimo col presidente del consiglio l'impressione di «convergenza di interessi» non avrebbe preso corpo con altrettanta evidenza.
Ma tant'è. Partiamo dunque dai dati oggettivi, decisamente attendibili. Il «disagio abitativo» nel corso di un ventennio ha cambiato configurazione, contagiando chi vive in affitto (una popolazione non maggioritaria, ma prevalentemente a basso reddito - giovani coppie, persone sole,migranti, famiglie numerose e/o monoreddito, studenti fuori sede) ma anche molti «proprietari» alle prese con mutui dalle rate crescenti per effetto della politica monetaria della Bce. Disagio è un termine generico, che copre sia la difficoltà di far fronte alle spese sia la percezione di «inadeguatezza» della casa rispetto alle proprie esigenze vitali. In generale, comunque, gli affittuari sono più poveri dei proprietari. In totale, oltre tre milioni e mezzo di famiglie.
Non mancano le notazioni curiose, come l'accenno a «chi è costretto a vivere in ricoveri di fortuna (un fenomeno nuovo per l'Italia, quello delle bidonville)»; che testimonia quantomeno della giovane età dei ricercatori addetti alla stesura del testo, all'oscuro della realtà italiana degli anni '50 e '60, immortalata anche in film come Sporchi, brutti e cattivi.
Il sogno della casa di proprietà risulta fondamentalmente legato al «bisogno di sicurezza»; il «pericolo» però è identificato nel padrone di casa, notoriamente uno che ti può buttare fuori alla fine del contratto chiedendoti - come sta accadendo in questi ultimi anni - una cifra doppia o tripla per rinnovartelo. La crescita degli affitti, parallela a quella dei prezzi delle case, è infatti avanzata a un ritmo molto superiore all'incremento dei redditi. In sintesi: «tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80 per circa il 60% degli affittuari il peso del canone non superava il 10% del reddito». Proprio quello che predicava allora uno slogan in voga nel movimento di lotta per la casa. Ora, invece, il 45% delle famiglie attualmente in affitto sacrifica al canone più del 25%. Per chi invece cerca in questo momento casa, l'affitto può anche essere superiore al salario medio: 1.523 euro per un appartamento di 90 mq a Roma, 1.252 a Milano, e così via.
Sul fronte dei proprietari mutuatari le cose non vanno meglio: crescono le famiglie indebitate e il grado di esposizione. Nomisma commenta serafica «questo è lo scotto che si è dovuto pagare per la diffusione ulteriore della proprietà della casa», come se non fosse stata una scelta politica quella di bloccare la costruzione degli alloggi popolari e spingere la gente in direzione dell'acquisto.
Tra le conseguenze sociali viene dato il giusto peso alla permanenza forzata dei giovani all'interno del nucleo familiare: la percentuale dei «mammoni» tra i 25 e 34 anni è salita del 12% in un decennio. E altrettanta rilevanza viene attribuita al numero degli immigrati, soprattutto per il tasso di natalità che li contraddistingue (il 10,3% dei nuovi nati).
Ma quando si passa alle strategie di intervento la concretezza improvvisamente scompare. Eppure si sa che il 38% delle famiglie a rischio povertà ha comprato una casa (il subprime all'italiana parte da qui); che le politiche dell'ultimo decennio «appaiono non facilmente riconducibili a un disegno unitario». Che occorra come minimo un «flusso di risorse finanziarie aggiuntive» allo zero esistente, è abbastanza ovvio. Che «la migliore politica consista in una pluralità coordinata di azioni mirate», anche.
Tutto diventa chiaro al momento di tirare le conclusioni: viene consigliato «un modello di gestione davvero innovativo rispetto al passato», perché «in ogni caso il pubblico non può essere un gestore più efficiente dell'operatore privato». Voilà la soluzione: soldi pubblici per costruire case e un gestore privato per amministrarle guadagnandoci. Semplice e innovativo, come il partito democratico

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