Se la crisi entra in casa
Galapagos
I legami perversi tra mattone facile ed esplosione della bolla. Da il manifesto del 15 settembre 2007


Frédéric Lordon nell'ultimo numero di Le monde diplomatique, pubblicato ieri da il manifesto, per spiegare la crisi dei mutui subprime ha ricordato i disastri provocati da Charles Ponzi negli anni '20. Ponzi era uno speculatore che rovinò centinaia di migliaia di risparmiatori con una specie di catena di Sant'Antonio, promettendo rendimenti clamorosi dall'investimento dei loro soldi. L'esempio è calzante: la crisi dei mutui subprime è una bolla clamorosa e come tutte le bolle era destinata a esplodere.

Ormai tutti conoscono il meccanismo infernale che porta i mutui subprime a trasformarsi progressivamente prima in obbligazioni (garantite dagli stessi mutui concessi a poveracci disposti a pagare tassi di interesse altissimi pur di avere un tetto sulla testa) e poi in «scorie tossiche» per dirla con Lordon, cioè in investimenti che finiscono nei fondi (anche pensione) e nelle gestioni patrimoniali. Ma oggi siamo arrivati alla frutta.

La gente non vuole più titoli spazzatura, garantiti da obbligazioni che non garantiscono nulla e molti chiedono di avere indietro i propri soldi. Si innesca così una crisi di liquidità per fronteggiare la quale le banche non si prestano più reciprocamente soldi, ma se li tengono ben stretti in vista di eventuali corse agli sportelli.

Un'ipotesi non peregrina, visto che ieri in Inghilterra è successo per davvero con la Northern Rock, una banca specializzata nella concessione di mutui: se non fosse intervenuta la Boe, banca centrale inglese a finanziarla con un prestito d'emergenza, avremmo assistito al primo clamoroso crollo.

Ma i mutui subprime non sono l'unico problema. Negli Usa (ma anche in Europa) per fronteggiare i tracolli di borsa iniziati nel 2000 e poi accentuati dagli attentati dell'11 settembre, si è fatto ricorso quasi unicamente alla politica monetaria, cioè alla riduzione dei tassi di interesse, che negli Usa, per un paio d'anni sono stati mantenuti all'1%, nettamente meno del tasso di inflazione. Come dire: il denaro non costava nulla e conveniva indebitarsi. Negli Stati uniti molti lo hanno fatto: le banche in questi anni hanno emesso decine di milioni di carte di credito che hanno alimentato i consumi molto al di sopra delle reali possibilità di chi spendeva. Non è un caso che l'indebitamento delle famiglie sia cresciuto a dismisura e che la quota del risparmio sia passata in terreno negativo.

I bassi tassi di interesse hanno anche alimentato la corsa al mattone: i prezzi delle case, grazie alla spinta di una domanda crescente, hanno cominciato a impennarsi, ma la gente comperava e si indebitava (con i mutui) in allegria convinta che i tassi di interesse sarebbero rimasti perennemente bassi. Di più: milioni di persone hanno ricontrattato i mutui sulla base dell'aumentato valore delle case e hanno utilizzato i soldi ricevuti per spendere sempre di più per consumare. Poi è arrivata la svolta: i tassi hanno ricominciato a salire rapidamente, le rate dei mutui a costare sempre di più a causa dell'aumento della quota di interesse, le compravendite di case a rallentare e il valore degli appartamenti ha smesso di crescere. Risultato: molti non hanno più pagato le rate e si sono visti sfilare la casa ipotecata che nel frattempo aveva perso valore e le obbligazioni emesse sui mutui subprime (per limitarci al primo anello della catena) non hanno soldi per remunerare chi le ha acquistate. Ma non è finita: stanno esplodendo anche le insolvenze sul credito al consumo, visto anche le banche chiedono ora interessi stratosferici, fino al 20%. E la crisi si ripercuote sui fondi immobiliari e sui fondi pensione, mettendo a rischio la vita futura di centinaia di milioni di persone. A questo punto, la crisi finanziaria, si ripercuote sull'economia reale: scendono i consumi (peraltro drogati) e rallentano. In molti paesi si sentono scricchiolii di recessione e in ogni caso di rallentamento della crescita. Demonizzare la finanza non sarebbe giusto: molti strumenti (dalle assicurazioni alle azioni, dalle obbligazioni ai future e ai derivati) sono utili per limitare il rischio di impresa. Il problema è quando questi strumenti diventano un business autonomo da ogni attività reale. Ma il capitalismo ormai è solo questo: la finanza che distrugge l'economia reale, mentre gli stati stanno a guardare non intervenendo sui bisogni delle persone (casa, sanità e pensioni, su tutti) ma lasciando che la speculazione distrugga la vita della gente che mai come oggi vive in una condizione «imperiale» nella quale la distribuzione dei redditi peggiora cotinuamente.

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