I capri espiatori del degrado metropolitano
Paolo Berdini
Perchè nelle nostre città si vive peggio: diagnosi spietata e medici latitanti...o conniventi. Da il manifesto, 12 settembre 2007 (m.p.g.)
Le nostre città sono invivibili per tre ordini di problemi. Sono preda di un inquinamento atmosferico elevatissimo causato dal traffico veicolare fuori controllo. Vivono una fase di espulsione di ceti popolari causata dal vertiginoso aumento dei valori immobiliari. Sono infine alle prese con l'impoverimento dei luoghi pubblici, dai servizi alle abitazioni. Vendute ai privati «perché si deve tagliare la spesa pubblica».
Per affrontare seriamente questi tre problemi, i sindaci delle grandi città avrebbero dovuto analizzare le cause del fallimento. Lo sforzo deve essere sembrato fuori della portata e non solo per fattori soggettivi. Analizzare l'invivibilità urbana avrebbe infatti costretto ad analizzare le cause strutturali che la producono e fare i conti con la cultura trionfante del neoliberismo. Proprio quello che la sinistra tradizionale rifiuta sistematicamente di fare. Additare i lavavetri, gli immigrati, i graffitari e i mendicanti come responsabili del malessere urbano è dunque la scelta disperata di chi ha deliberatamente scelto di non esercitare più alcuna funzione critica.
Insieme alla privatizzazione dei monopoli pubblici, dalle banche ai comparti produttivi, iniziata nella metà degli anni '90, in Italia sono state privatizzate anche le città, beni comuni per eccellenza. Passo dopo passo si è provveduto - con intese bipartisan - ad abolire le regole che presiedono alle trasformazioni urbane, con la conseguenza di lasciare le città, unico caso nell'Europa occidentale, in mano alla speculazione fondiaria.
A Milano il trasferimento della Fiera è stato impostato fissando anticipatamente il valore dell'utile da ricavare dalla valorizzazione immobiliare. Questo valore ha condizionato la gigantesca quantità di cemento che verrà realizzata con tre grattacieli. Se la città è in grado di sopportare l'aumento di funzioni che ne conseguirà non è stato valutato. Se era meglio diradare l'area e creare una zona verde per migliorare la qualità della vita (Milano è la 29ma delle trenta città più inquinate del mondo) non è stato preso in considerazione.
A Roma è accaduto un caso ancor più paradigmatico. I giornali economici denunciano nel 2005 che i bilanci della società calcistica Roma sono giunti ad un livello di indebitamento prossimo al fallimento. Su un'area periferica di sua proprietà, la società propone allora all'amministrazione comunale di poter realizzare un grande quartiere residenziale così da recuperare, lo si afferma esplicitamente nella trattativa, una parte del disavanzo. All'approvazione del progetto, è l'autorevole settimanale Il Mondo ad informarci, la Roma fissa nel proprio bilancio il nuovo valore dei terreni portandolo dagli originari 5 a 65 milioni di euro. 60 milioni di euro guadagnati sulle spalle dei cittadini che vedranno aggravarsi le condizioni del traffico.
I destini urbani si decidono oggi volta per volta, sulla base di una contrattazione economica con la proprietà. Non c'è più alcuno spazio per il tema della vivibilità, per i servizi alle persone, per il verde pubblico. Ma per i neofiti dell'adorazione del mercato doveva ancora venire il colpo di grazia.
Nell'estate 2006 il governo Prodi sembrava orientarsi verso l'inasprimento del carico fiscale sul comparto edilizio. Le prime indiscrezioni dei media parlavano di un decreto legge che conteneva aggravi sui trasferimenti di proprietà e altro. Nel fuoco di sbarramento non si sono distinte soltanto le associazioni della proprietà edilizia, Confedilizia e Assoimmobiliare, Sole 24 0re e Confindustria.
In soccorso del potere economico è scesa una delle principali agenzie del rating internazionale, Standard & Poor's, che affermò «che il decreto sugli immobili potrebbe incrementare i costi delle transazioni e impattare negativamente sul mercato». Il decreto fiscale venne approvato senza il capitolo che riguardava le rendite immobiliari. Il parere di Standard & Poor's fu decisivo: si tratta dei severi custodi del «mercato».
Nell'estate 2007 i mercati finanziari mondiali sono scossi dallo scandalo dei mutui subprime statunitensi. Si scopre che un'immensa operazione di sostegno finanziario al settore delle costruzioni era stata finanziata senza alcuna reale copertura. I mutui concessi alle famiglie americane non erano legati ad alcun reale valore, erano cartolarizzati, volatili come le società che li producevano. Alcune di queste società protagoniste della grande truffa erano state classificate proprio da Standard & Poor's nella fascia di più elevata solvibilità, la ambita tripla «A».
Con il neoliberismo siamo dunque passati da una fase storica in cui i destini delle città venivano decisi dai cittadini ad una nuova fase dominata capitale finanziario internazionale e da società di comodo che vengono dipinte come severi e imparziali arbitri. Nelle nostre città si costruisce tanto non sulla base di una domanda interna, la popolazione italiana come noto non cresce, ma perché esiste una liquidità gigantesca che deve essere investita: solo i mutui subprime hanno creato 640 miliardi di dollari.
E mentre le città si sviluppano in modo incontrollato senza alcuna regola, gli stessi sindaci impegnati nella contrattazione con la proprietà immobiliare fingono di avere una grave amnesia e invocano il rispetto delle «regole», ma soltanto per i lavavetri e i marginali.

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