Pecunia non olet
Maria Pia Guermandi
A margine della polemica sulle “Valentiniadi”...
A margine della polemica sulle “Valentiniadi”, ecco un commento per eddyburg. Fra i tanti guai che affliggono il nostro patrimonio culturale questa vicenda dell'allestimento bolliwoodiano del tempio di Venere e dell'invasione dell'Ara Pacis per le “Valentiniadi”, non sembrerebbe, a prima vista, fra le più pericolose e urgenti. In fondo che male c'è ad integrare gli asfittici bilanci di un Ministero economicamente esangue con qualche introito aggiuntivo lucrato a privati ben provvisti? Non è davvero tempo di purismi sdegnosi, questo.
E infatti non è questo il punto. La concessione a pagamento di spazi pubblici a privati avviene da anni ed è stata regolamentata dalla legge Ronchey, seppur molto parzialmente. E in moltissimi casi questa pratica è servita a tamponare reali emergenze (anche primarie) nella gestione di sedi culturali prestigiose, senza che i monumenti interessati ne subissero danno alcuno, neanche di immagine.
Ma che questa iniziativa sia contrabbandata non come un'integrazione di bilancio, ma come vera e propria operazione culturale, è strategia mediatica non priva di pericolosità culturale in quanto indizio di quel progressivo e ipocrita slittamento semantico cui è condotto il parallelismo “bene culturale come risorsa” reiteratamente espresso, nelle sue varianti sinonimiche (volano, asset, incentivo, ecc.), sulle cronache degli ultimi mesi/anni.
E speriamo davvero che siano imputabili al caldo e alle stanchezze estive i peana unanimi dei nostri più alti rappresentanti politici arrivati a dichiarare che “la moda è il nostro più alto punto di riferimento” (sic! la Repubblica, ed. Roma, 7 luglio 2007, omissis dell'autore per carità di parte).
Quanto a Valentino, con questo accorto mélange di haute couture, scenografi hollywoodiani (Dante Ferretti) e frammenti d'antico, si accredita esso stesso come creatore di beni culturali del 3° millennio con un ritorno di immagine a livello mondiale (dalle tv nazionali al Wall Street Journal) che decuplica, a dir poco, il valore mediatico dell'iniziativa rispetto all'investimento di 200.000 euro, per di più, parrebbe, devoluti in rate dilatate nel tempo e per un allestimento, nelle due sedi del tempio di Venere e dell'Ara Pacis, che si prolungherà, complessivamente, per parecchi mesi.
Che poi simili carnevalate possano in qualche modo attirare un'attenzione “virtuosa” sul tempio preso “a nolo”, e quindi provocare di riflesso contraccolpi positivi, è negato dall'evidenza dei media che hanno riservato tutte le loro attenzioni all'esatta enumerazione dei vip presenti e non certo ad una seppur corsiva illustrazione del monumento antico.

E viene da sorridere ripensando allo spirito stesso del recente Codice dei beni culturali, infarcito in ogni rigo, in ogni virgola, di cautele e di paletti nei confronti degli enti pubblici altri (Regioni in primis) sospettati, a prescindere, di saper organizzare solo operazioni di valorizzazione culturalmente lacunose laddove non indirizzate e sorvegliate dalla competenza ex machina del Ministero. Ci piacerebbe davvero risalire alle “linee guide” che hanno guidato l'auctoritas ministeriale nel concedere (e propagandare come fatto culturale per bocca del suo più alto rappresentante...) l'allestimento di un duplice colonnato di vetroresina e di una statua di 6 metri 6 nel tempio di Venere e della selva di manichini che incombe quale “processione pagana” (sic!) a ridosso dell'Ara Pacis. Quest'ultima divenuta ormai un mero accessorio per iniziative di ogni tipo che si trovano così accostate, nell'involucro di Meier, ad un logo di lusso che conferisce ad oggetti ed eventi una patina culturale.
Un Ministero che, nello stesso tempo, mentre si dibatte in una perenne paralisi (dis)organizzativa, frutto dell'ennesima riforma combattuta proprio in queste settimane nei corridoi del Collegio Romano, fra scambi di casacche e sibilar di coltelli, è pronto a stroncare o a lasciar cadere qualsiasi operazione di cooperazione Stato-Regione-privati ove leda, anche tangenzialmente, interessi di consorterie assortite e consolidate nel tempo da una ignavia politica i cui risultati stanno diventando sempre più evidenti in termini di smagliature del nostro sistema complessivo della tutela.
Nonostante questo, occorre sottolinearlo, i risultati faticosamente conseguiti da tanti operatori “sul campo” non mancano, sia in termini di salvaguardia del patrimonio (si veda la battaglia per l'Appia cui eddyburg dedicherà una sezione apposita), sia di valorizzazione dello stesso patrimonio: per rimanere in ambito archeologico e in questi stessi giorni, basta ricordare la straordinaria mostra sui Balkani del rinnovato Museo di Adria, dedicata al periodo di Halstatt e l'inaugurazione del bellissimo ed evocativo Museo narrante dell'Heraion alla foce del Sele. Eppure non ci risulta che il Ministero abbia profuso grandi energie per propagandare simili eventi, organizzati, fra mille difficoltà, dalle sedi "periferiche". Forse dipende dalla loro location, mediaticamente poco spendibile. E poi si sa, le nostre romane antichità hanno sempre goduto di un'attenzione particolare, sin dai tempi dell'oratore di Palazzo Venezia.

Così, alla fine, in questa nostra postmodernità liquida e virtuale, non è più Las Vegas che riproduce attraverso factices approssimativi i monumenti della romanità, ma, nel cuore del Palatino, l'archeologia romana che si traveste da Las Vegas. E, anche in questo caso, si compie quello che Jean Baudrillard, nella sua inquietante analisi, aveva anticipato e definito come “il delitto perfetto”.
E pensare che, in fin dei conti, stiamo parlando dei prodotti commerciali, seppur fascinosi ancorchè costosissimi, di un sarto neanche particolarmente innovativo nel suo settore.
Ai responsabili ministeriali che hanno avvallato l'operazione, compreso il privatissimo convivio per celebrities mondane di recente conio organizzato nella cella del tempio, sarebbe stata sufficiente una adeguata dose di buon gusto, così come avrebbe sentenziato Oriane de Guermantes, che di glamour se ne intendeva.

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