Un lento degrado fra erosioni e plastica
Guido Viale


Le spiagge sono la sezione terminale dei depositi sedimentari con cui, nel corso di milioni e milioni di anni, fiumi grandi o piccoli hanno costruito le pianure riempiendo insenature o bracci di mare con i materiali che ghiacciai, piogge e vento avevano staccato dai rilievi creati dai sommovimenti della crosta terrestre. Le spiagge sabbiose, sotto forma di dune, si sono formate in genere là dove la corrente dei fiumi si incontrava con la forza contraria del moto ondoso e delle maree: cioè a una certa distanza dall’ultima linea costiera consolidata, chiudendo così al proprio interno bracci di mare, cioè lagune, che per milioni di anni sono state il laboratorio più prolifico dell’evoluzione delle specie viventi. Molte di queste lagune hanno poi subito un interramento naturale per i successivi apporti dei fiumi che le attraversavano. Altre sono state "bonificate", soprattutto a partire dall’inizio del secolo scorso, per venir trasformate in campi di patate. Alcune, come quella di Venezia, sono state invece gelosamente preservate con imponenti opere idrauliche, per conservarne le funzioni difensive che avevano fatto la fortuna della città nel corso dei secoli. Per migliaia di anni la spiaggia era rimasta un’area che andava dalla battigia alle dune che la vegetazione spontanea cominciava a colonizzare; oppure alle barriere antivento che proteggevano i campi dalla salsedine; o, ancora, ai villaggi dei pescatori, costruiti appena fuori portata delle mareggiate. Le spiagge servivano quasi esclusivamente per tirare su e giù dal mare le imbarcazioni usate per pescare, trasportare merci o fare la guerra; fino all’inizio del secolo scorso, infatti, il bagno in mare era un’attività da tutti rifuggita .

Ma prima ancora che le spiagge cominciassero ad affollarsi di ombrelloni, cabine e corpi progressivamente meno coperti, in molti paesi del mondo, e soprattutto in Italia, i loro confini erano stati ridisegnati: verso l’interno, dal tracciato della strada ferrata che introduceva una separazione netta tra l’arenile e la parte dell’entroterra abitata o coltivata. Poi, durante la seconda guerra mondiale, da una muraglia quasi ininterrotta di fortini e barriere antisbarco, successivamente trasformate in "passeggiate a mare" per l’impossibilità di demolirle. infine, dal proliferare dei "bagni", dove i filari di cabine di legno dal tetto aguzzo venivano progressivamente sostituiti con imponenti edifici in cemento armato dotati di bar, veranda, dancing, ristorante, campi sportivi, parcheggi e piscine, oppure con sequenze ininterrotte di alberghi e condomìni che affondano direttamente sull’arenile i piloni "fronte mare".

Ma anche al confine con il mare i connotati delle spiagge stavano cambiando: moli e porticcioli per l’attracco delle barche su cui il popolo degli ombrelloni ha progressivamente trasferito la sede delle sue "vacanze balneari"; poi pennelli di rocce di riporto che attraversano a distanze regolari la linea di incontro tra spiaggia e mare, nel tentativo di trattenere la sabbia che le correnti, deviate dal porticciolo di turno non trasportano più. Poi, ancora, barriere artificiali di rocce o blocchi di calcestruzzo che fronteggiano per chilometri e chilometri la linea costiera per impedire alle mareggiate di mangiarsi quel che resta di un arenile sempre più striminzito; e che ricreano così, davanti alla spiaggia, un "effetto laguna": non più vivaio dell’evoluzione naturale, ma pozzanghera per far sguazzare i bambini in un’acqua torbida e inquinata dagli scarichi di carburante che la corrente non riesce più a trascinare al largo. Il fatto è che, a partire dai primi decenni del secolo scorso, pietre e mattoni sono stati progressivamente sostituiti, come materiali da costruzione, dal cemento armato; e sabbia e ghiaia necessarie a impastare il calcestruzzo hanno preso il posto dell’argilla e della selce. Le riserve di sabbia accumulate nel corso di milioni di anni lungo il corso dei fiumi sono state prese d’assalto e le dighe costruite per irrigare i campi e produrre elettricità hanno trattenuto gran parte della sabbia che i fiumi ancora riuscivano a trasportare. Il litorale non riceveva più l’apporto di sedimenti necessario a ricostruire i profili dei suoi arenili e le spiagge sprofondavano, mentre la subsidenza provocata dai pozzi offshore di metano e petrolio o dagli emungimenti di acque dolci dalle falde litoranee facevano il resto. In futuro, un innalzamento del livello dei mari di 40-80 centimetri, inevitabile se si riuscirà a contenere la concentrazione di CO2 a 500 ppm (parti per milione), sarà sufficiente a far scomparire, insieme agli atolli e a intere regioni e città costiere, tutto quanto siamo abituati a considerare come "spiaggia". Un innalzamento di 4-8 metri, quale potrebbe verificarsi se tutti i ghiacci dei poli si scioglieranno, certamente valorizzerà le villette che si trovano a quest’altezza sul livello del mare, aprendo a sbafo un accesso diretto al mare che oggi si paga profumatamente (come recita la pubblicità di un villaggio turistico marchigiano costruito a mezza costa). Ma ciò avverrà in un quadro di sconvolgimenti climatici che renderà comunque precaria la villeggiatura in simili resort.

Ma non sono solo erosione e speculazione edilizia a trasformare la "geologia" delle spiagge. Queste subiscono, da terra e dal mare, un altro assalto altrettanto importante. I milioni di turisti che ogni anno si precipitano sugli arenili trascinano con sé montagne di merci che poi abbandonano sul posto sotto forma di rifiuti. Dove c’è un "bagno" che difende la spiaggia dagli ospiti non paganti, questi rifiuti vengono bene o male raccolti in cestini e cassonetti, o rastrellati e portati via quando i bagnanti se ne vanno e si chiudono gli ombrelloni. Ma nelle cosiddette spiagge libere nessuno si prende cura della pulizia e il bagnante tipo è portato a identificare la libertà di accesso con la libertà di sporcare. Le spiagge si ricoprono così di milioni di bottiglie di cocacola, di sacchetti di plastica, di cartocci di popcorn, di bucce di banane, di secchielli e formine abbandonate, di salvagente sfondati. Le fogne che scaricano in mare senza il filtro di un depuratore fanno il resto, mentre dal lato mare, accanto ai bidoni della spazzatura rovesciati in acqua con disinvoltura da milioni di imbarcazioni turistiche, o dalle navi che transitano al largo, prosegue silenzioso lo "spiaggiamento", sotto forma di grumi di catrame che si appiccicano ai piedi e al sedere per non staccarsene più, di tonnellate di catrame che le petroliere scaricano lungo le loro rotte per pulirsi i serbatoi. Petrolio e plastica dominano incontrastati la superficie del mare, i suoi fondali, le sue spiagge e le mareggiate si incaricano di rimescolare tutto questo materiale e di scaricarlo regolarmente a riva. I materiali accatastati sulle spiagge della Tailandia dopo lo tsunami, o per le strade di New Orleans dopo l’uragano Caterina danno un’idea degli effetti di questo rimescolamento.

Quello che una volta era l’aspetto di una spiaggia dopo una mareggiata, ricoperta per tutta la lunghezza della battigia da cumuli di alghe e di ramaglie, inframmezzate da conchiglie grandi e piccole, stelle di mare, lische di pesce e ossi di seppia, è ora una distesa luccicante di plastiche incatramate, di bombole del gas arrugginite, di pneumatici scoppiati, di spezzoni di spadare spiaggiate. Così, in attesa dello sconvolgimento purificatore dell’effetto serra, la trasformazione delle spiagge in letamai continua.

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