Lavoro più povero, abitazioni a debito
Tommaso De Berlanga
La viziosa catena di sant’Antonio della bolla immobiliare, e rispunta la crisi dell’edilizia pubblica. Il manifesto, 21 agosto 2007 (f.b.)
Nella crisi innescata dai mutui subprime statunitensi vengono a galla - tra gli altri - due movimenti di lungo periodo decisamente contraddittori: la diminuzione del potere d'acquisto dei salari e l'incremento forsennato del numero dei proprietari della casa d'abitazione. Movimenti tanto più contraddittori se innestati - com'è avvenuto - con la (quasi) continua rivalutazione di prezzo delle case e il diffondersi della precarietà lavorativa (incompatibile, a prima vista, con l'indebitamento di lungo periodo proprio di un mutuo).
Sull'impoverimento relativo dei lavoratori dipendenti nel mondo occidentale - a far data quantomeno dal 1989 - basti pensare al fatto che ancora negli anni '70 la famiglia standard riusciva a vivere anche se monoreddito, mentre ora gli stessi livelli di vita sono possibili solo se i redditi sono almeno due. Eppure sempre più famiglie sono state «costrette» a diventare «proprietarie». In Italia sono ormai l'80%, mentre negli Stati uniti raggiungono il 70 (ma solo il 50% nel caso di famiglie nere o ispaniche). E proprio gli Usa forniscono l'esempio più chiaro. Due terzi di questi «proprietari» sono alle prese con un mutuo ipotecario. Proprietari precari, insomma.
Nel corso degli anni molto è cambiato. Fino agli anni '90 la concessione di mutui era quasi un'esclusiva delle tre agenzie controllate dal ministero del tesoro (Fannie Mae, Freddie Mac, Ginnie Mae), che avevano adottato criteri assai restrittivi per l'erogazione (garanzie, tetto massimo di 417.000 dollari, documentazione). Poi questo «mercato» è stato aperto ai privati, che hanno immediatamente «liberalizzato» i criteri per la concessione (garanzie zero, continuità di reddito improbabile, abolizione del tetto massimo, ecc), avviando una furibonda concorrenza sia con le agenzie «pubbliche» che tra di loro (piani di ammortamento squinternati con rate basse all'inizio per invogliare i clienti, documentazione zero). Naturalmente queste società finanziarie non erano costituite da novelli Robin Hood che dispensavano soldi a vanvera, ma da prudenti speculatori che «cartolarizzavano» ogni credito in modo da garantirsi da qualsiasi insolvenza altrui. I soloni del capitalismo di casa nostra chiamano questa pratica «ripartizione del rischio» e ne lodano «l'efficenza». In teoria non avrebbero torto. Ma dimenticano di tenere nel giusto conto l'elemento «quantità», che pure - in economia, soprattutto! - appare decisivo. Se un soggetto di mercato «ripartisce» altrove un debito, non succede nulla. Se lo fanno alcuni milioni, ci ritroviamo tutti indebitati. Tanto più se, com'è avvenuto, la via della cartolarizzazione è la strada obbligata di ogni fusione-acquisizione societaria è il leverage buyout: letteralmente, «acquisizione con capitale di prestito». Ossia a debito.
In Europa siamo leggermente in ritardo, ma non troppo (avete presente le nuove formule per «un mutuo anche se sei precario»?). Ma soprattutto abbiamo dovuto abolire (non ancora in Francia o Germania, però) l'edilizia pubblica, in modo da creare coattivamente una domanda supplementare di case che potesse da un lato far esplodere i prezzi e dall'altro obbligare gli aspiranti proprietari ad entrare in banca per indebitarsi (condizione che prima era vissuta addirittura come «una vergogna», in questo paese ad alto tasso di risparmio). Tanto, mal che vada, si «cartolarizza». Ossia: si socializzano le perdite. Il problema irrisolto è che, nonostante questa «socializzazione», alla fine i debiti ci mettono in crisi lo stesso. Con molta «efficienza».

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