La guerra del fuoco
Vittorio Emiliani


L’Italia brucia ancora. L’Italia brucia sempre. Brucia coi governi di centrodestra e brucia coi governi di centrosinistra. Nazionali e regionali. Gli incendiari sono in qualche caso degli psicolabili, dei drogati, dei ragazzi in cerca di emozioni sensazionali, dei pastori a caccia di nuovi pascoli o (è successo più di una volta) dei forestali stagionali. I quali credono così di garantirsi alcuni anni di lavoro nel rimboschimento. Ma spesso questi killer dei boschi sono manovali di una criminalità che non si rassegna a non poter costruire quello che vuole nelle zone paesaggisticamente protette, nei pressi dei parchi, nazionali e regionali, o persino dentro gli stessi.

Non a caso la legge n.353 contro gli incendi, fortemente voluta dal governo di centrosinistra nel 2000, stabilisce questa serie di divieti: per dieci anni sulle aree percorse dal fuoco non si potrà - sempre che sia permesso dai vincoli di altro genere - costruire alcunché, non si potrà modificare la destinazione d'uso dei terreni, non si potrà cacciare e nemmeno pascolare, mentre per cinque anni non si potranno effettuare lavori di rimboschimento a meno che non li autorizzi espressamente il Ministero per la tutela dell'Ambiente. Evidentemente questi sono stati individuati come gli interessi corposi che più frequentemente armano la mano degli incendiari (a parte una piccola quota di roghi soltanto colposi). Per entrare in vigore, quelle sacrosante misure hanno però bisogno di uno strumento: il Catasto delle aree andate a fuoco. Senza il quale gli interventi di legge e quelli preventivi non sono possibili, o risultano difficili.

Ora, di fronte ai nuovi roghi omicidi di Sicilia, il ministro della Difesa, Arturo Parisi, reitera l'assicurazione, fatta, se non erro, già un mese fa per l'incendio criminale di Peschici nel Gargano, di inviare l'esercito, la marina e altri corpi. Tutto serve per un più attento controllo del territorio, ma, personalmente credo che due altre cose andrebbero fatte subito, senza perdere un minuto: 1) risolvere la crisi ormai annosa di un corpo straordinario come quello dei Vigili del Fuoco, i quali lamentano invece vuoti di organico assai gravi, una mancanza desolante di mezzi finanziari e tecnologici, oltre a remunerazioni inadeguate; 2) penalizzare da subito i Comuni e le Regioni che non si risolvono a realizzare il Catasto delle zone percorse dal fuoco, oppure affidare ai prefetti - come ha proposto il responsabile della Protezione civile, Guido Bertolaso, con l'assenso dello stesso Wwf Italia - quel compito strategico, purtroppo disatteso o trascurato. Non so se per ignoranza o connivenza.

Il centrodestra ha infatti attizzato, in queste ore, una polemica politica (diciamo così) anche sugli incendi, in effetti eccezionali, di questa estate 2007, accusando il governo Prodi di una certa sottovalutazione e inerzia. Per la verità, le Regioni, più minacciate dalle fiamme, nelle quali il Catasto delle zone incendiate è in vigore da anni e dove meglio si è contrastato il barbaro fenomeno dei roghi sono la Liguria (i cui Comuni si sono già dotati del Catasto per oltre l'85 per cento), la Toscana, la stessa Campania, sia pure di recente e però con l'apposizione di oltre 48.000 vincoli. Mentre appaiono tuttora in forte ritardo la Calabria, per anni governata dal centrodestra, e la Sicilia di questi ultimi terribili roghi, dove il centrodestra è al potere da decenni.

Nell'estate del 2006 queste due regioni hanno assommato circa un terzo di tutti gli incendi boschivi d'Italia, con le fiamme che sono dilagate per oltre il 60 per cento dei Comuni in Calabria e per oltre la metà in Sicilia dove le fiamme degli ultimi giorni sono divampate da Messina a Palermo lambendo e assediando centri importanti come Cefalù, con tre morti, per ora, e vari ustionati. Sono le stesse regioni dove in passato non si è voluto adottare alcun piano paesaggistico in forza della legge Galasso del 1985 e dove gli scempi hanno da tempo raggiunto la forma di un vero e proprio «suicidio» collettivo.

Perché l'Italia è il Paese degli incendi? Perché l'Italia è il Paese della speculazione edilizia più bieca e diffusa, con l'abusivismo tornato a galoppare dopo lo sciagurato condono berlusconiano e quindi con l'aspettativa di altre sanatorie di massa. Perché l'Italia è il Paese nel quale la legalità ha raggiunto, almeno nell'Europa sviluppata, il livello più basso di garanzia degli onesti, soprattutto in talune regioni purtroppo. Perché il patrimonio pubblico, collettivo, i beni di tutti gli Italiani vengono considerati, oggi come e più di ieri, beni disponibili per gli usi e gli abusi più privati e addirittura personali.

Perché i venti Parchi Nazionali e le decine di Parchi Regionali e di oasi o aree protette vengono tuttora percepite da una parte della popolazione come una indebita intrusione pubblica in affari privati che si collegano all'edilizia, alla caccia, al pascolo o ad altro, ma soprattutto al cemento. E non invece come una enorme occasione per la salute fisica e mentale di tutti, per la conservazione delle biodiversità e pure per una economia alternativa di assoluto spicco basata sul turismo ambientale e culturale, sui prodotti del bosco e del sottobosco, sulle attività ecocompatibili, agricole, pastorali, artigianali, ecc. Ieri a Torre Guaceto, nel Brindisino, hanno finito di bruciare circa 100 ettari di macchia mediterranea della preziosa riserva del Wwf. «Un incendio sicuramente doloso», ha commentato il suo presidente, «Un puro atto di vandalismo. Qui infatti non si potrà mai costruire».

Molti anni fa il direttore che mi assumeva, Italo Pietra, strenuo difensore della montagna e dei boschi, mi disse: «Tu sei giovane e quindi ottimista. Ma credi a me: questo è un Paese di cretini. Esauritesi certe élites che ancora tirano e una certa saggezza contadina, verrà fuori il peggio...». Di fronte a questa ripresa di massa degli incendi, soprattutto nel Sud, e di fronte alla devastazione quasi generalizzata, a forza di villettopoli, fabbricopoli e simili, del nostro incomparabile paesaggio (che Goethe considerava opera «di artisti e quasi una seconda natura dell'Italia»), devo riconoscere che il suo pessimismo aveva molte ragioni di esistere: un Paese di cretini, barbari per giunta.

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