John Galbraith il genio che non amava le élites
Giorgio Ruffolo


UNO CHE ha le gambe troppo lunghe, come il famoso Daddy Longlegs, ed è troppo alto, sta scomodo, e non di rado scomoda gli altri. Era senz’altro il caso di John Kenneth Galbraith, classe 1908, altezza 1,95, uno dei geni di quella che lui stesso aveva battezzato, in uno dei suoi tanti libri, l’età dell’incertezza; insomma, il nostro tempo, di cui è stato un testimone acutissimo.

Galbraith è morto l’altro ieri a Boston. Dall’essere così alto e con le gambe così lunghe derivava forse la sua tipica tendenza all’irrequietezza e alla provocazione. Non potendo passare inosservato, Galbraith fece di tutto perché ne valesse la pena. C’era forse anche, nella sua «diversità», la sua radice di doppio immigrato, di famiglia d’origine scozzese e di nascita canadese. Per tutta la vita non nascose la sua simpatia per gli immigrati. Anche da lì nasce quella che lui stesso chiamava «l’irrefrenabile tendenza a situarsi contro ogni élite compiaciuta di sé»: «mai allearsi con essa e mai perdere un’occasione legittima di contrariarla o, se possibile, di farla infuriare». Che cosa è l’establishment per Galbraith? Quello che era stato per uno cui per molti versi Galbraith assomigliava, un altro provocatore, un altro immigrato, un altro «contadino», Thornstein Veblen. Establishment: «i pomposi clichés dei quadri d’industria, la completa sicurezza di certi vaghi discorsi d’avventurismo militare, i più ammirati luoghi comuni di politica estera». E, naturalmente, l’ortodossia economica.

Questo complesso, questa sindrome conservatrice, Galbraith l’ha bollata con uno dei suoi ossimori più famosi: la saggezza convenzionale. Cercavo, ci raccontava, qualche cosa che rendesse «quel costante scambio di idee vuote e solenni che è così comune tra personaggi importanti e presuntuosi».

DEL RESTO, faceva parte della sua tecnica polemica l’uso di espressioni di irriguardosa deferenza. Quelle che mandano più in bestia la gente. Tra queste, per esempio, le parodie delle metafore melense della saggezza convenzionale: come quella, intramontabile, dell’azienda America (sorella maggiore della nostra azienda Italia), particolarmente cara al pensiero manageriale, perché intesa a instillare nei cervelli deboli l’equivalenza tra il business e la democrazia. Qualcuno aveva avuto l’idea di elaborarla in una specie di parabola agiografica: gli Stati Uniti come società per azioni, il Presidente come amministratore delegato, i cittadini come azionisti, il Congresso come consiglio di amministrazione, i Ministri come managers (solo gli operai restavano operai). Galbraith inviò l’articolo a Kennedy spiegandogli che il popolo americano aveva commesso l’errore imperdonabile di eleggere Presidente lui anziché suo padre, il grande affarista: forse non era troppo tardi per cambiare. Kennedy si divertì e girò la lettera all’autore della metafora, che non fu felice.

Questa sua aggressività, non è che non gli sia stata restituita. L’establishment, giustamente, lo ripagava della sua stessa moneta. L’epiteto più diffuso era quello di bastardo figlio di puttana. Una gran signora cui Galbraith fu presentato durante un ricevimento finse di non capire il suo nome, se lo fece ripetere, poi disse: «Deve essere imbarazzante per Lei andare in giro con quel nome. Somiglia a quello di quel gran figlio di puttana che lavora per Kennedy».

Come grande economista, titolo che merita appieno, ha ampiamente goduto dell’invidia dei suoi colleghi: per la sua notorietà i suoi libri, tradotti in tutto il mondo, sono venduti a centinaia di migliaia di copie e per il suo successo politico e mondano. La supponenza dell’establishment si manifestò sotto forma di «addebito divulgativo»: come se lo scrivere bene e chiaro e per un vasto pubblico sia un oltraggio per la scienza e una minaccia per le istituzioni. Divulgatore, quindi, e soprattutto del pensiero keynesiano in America. Ruolo che certamente egli svolse; ma che era lontano dall’esaurire il suo contributo alla scienza economica. Quel contributo è caratteristico della «distruzione creatrice», per usare l’espressione di Joseph Schumpeter, un altro grande eccentrico che egli incontrò ad Harvard: distruzione di miti venerandi, creazione di idee nuove.

Il mito della concorrenza perfetta, per esempio: miriadi di piccole imprese brulicanti nel formicaio operoso del libero mercato, ove l’interesse individuale di ognuno concorre al miglior risultato di tutti. Galbraith vedeva, invece, di fronte a sé un mondo di divisioni corazzate, di tecnostrutture, di prezzi monopolistici, di mercati «cattivi», intenti a sconvolgere permanentemente il formicaio o a pacificarlo ripartendolo in sfere di influenza. La risposta liberal tradizionale a quella deformazione del gioco era costituita in America dalle epiche battaglie dell’Antitrust, dirette a ripristinare le regole del gioco attraverso il disarmo dei colossi. Secondo Galbraith quelle battaglie «liturgiche» erano combattute con spade di carta: «Erano l’estremo trionfo della speranza sull’esperienza». La risposta che egli ravvisò nel nuovo gioco era il «potere compensativo». Inutile tentare di frammentare i poteri esistenti. L’antidoto era costituito dai nuovi poteri che lo stesso processo di concentrazione industriale suscitava: i sindacati, le organizzazioni degli agricoltori, le cooperative dei consumatori. L’idea fu considerata eversiva del capitalismo e della democrazia. Invece, come Galbraith stesso riconobbe, era soltanto fiacca. I gruppi più deboli non riusciranno mai a compensare i più forti. Occorre dunque un potere compensativo superiore.

Il mito della sovranità del consumatore. Quando i bisogni più naturali e urgenti sono soddisfatti, i consumatori perdono il controllo della loro domanda, che viene manipolata dai produttori, soprattutto attraverso la pubblicità. Avviene allora che la ricchezza crescente sia trattenuta artificialmente nella sfera di bisogni privati sempre più futili e mutevoli, mentre i grandi bisogni pubblici l’educazione, le infrastrutture, la salute, la bellezza vengono trascurati. Così, l’opulenza privata si installa nello squallore pubblico.

Il mito della Santa Produzione. Molto presto, previde Galbraith in tempi nei quali una politica dell’ambiente sarebbe sembrata uno scherzo di dubbio gusto, «la nostra economia comincerà a preoccuparsi, più che della quantità dei beni prodotti (segnalata dall’indice di aumento del prodotto nazionale lordo) della qualità della vita sul pianeta, minacciata da quell’aumento». Bisognava pensare «alla protezione dell’ambiente e ai servizi pubblici e sociali di cui c’era necessità sempre maggiore».

Come economista, Galbraith non era certo un «puro». Si contaminò con la politica e con l’amministrazione, ne fu coinvolto in pieno, da protagonista. Era nato propriamente come economista in erba, esperto in problemi dell’agricoltura, e la sua grande esperienza tecnica di concimi, allevamenti, rotazioni, ibridazioni, meccanizzazioni, gli conferì un’esperienza pratica di prima qualità, che mise a frutto non solo nell’insegnamento universitario, ma come esperto dell’amministrazione, nella difesa dell’agricoltura americana e del sistema dei prezzi amministrati.

Stabilitosi definitivamente negli Stati Uniti e passato attraverso cinque Università Guelph, Princeton, Berkeley, Harvard, Cambridge non si lasciò mai catturare definitivamente dall’insegnamento. Roosevelt fu il suo primo amore e il partito democratico un matrimonio mai dissolto. Fu nell’amministrazione del New Deal che, ancora giovane, attinse rapidamente un vertice di potere mai toccato dopo di allora. Durante la seconda guerra mondiale si trattava di scongiurare il rischio economico più grave, quello dell’inflazione. Galbraith, che si era distinto nell’Università come specialista dei prezzi agricoli, fu posto accanto all’Albert Speer del New Deal, Leon Henderson, alla testa della nuova Amministrazione dei Prezzi. Per qualche anno fu lo zar dei prezzi americani, una specie di Colbert d’oltre Atlantico, una posizione peculiare nella Repubblica stellata. Nel paese del mercato libero, il mercato libero fu di fatto sospeso. Ma lo sforzo non poteva essere prolungato a lungo. Il capitalismo compresso, gli agricoltori, gli industriali, i commercianti, mordevano il freno. Sui giornali si moltiplicavano i titoli: Galbraith deve andarsene.

Se c’è mai stato un animale politico, uno che la politica l’aveva nel sangue, che la viveva appassionatamente, ma senza mai praticarla professionalmente è stato Galbraith. La passione della politica gli era connaturata. «Era naturale fin dalla nascita, che da noi, nell’Ontario, si nascesse conservatori o liberal, di destra o di sinistra». Lui era nato di sinistra: con una carica di aggressività di derivazione paterna. Suo padre lo portava nei comizi quando aveva dieci anni. Saliva sul deposito di letame di qualche fattoria e si scusava di parlare «dalla piattaforma dei conservatori». Galbraith partecipò alle campagne elettorali di cinque candidati alla Presidenza. Solo due furono eletti, ma che Presidenti! Roosevelt e Kennedy! Si immerse nella vita del Partito Democratico come militante, come raccoglitore di fondi, come propagandista, come ghostwriter. Nelle gallerie dei grandi economisti, è il solo che si sia «contaminato» in modo così impegnato; e così moralmente cristallino. Commitment. Impegno. Era una delle sue parole preferite. A quell’impegno civile non sacrificava la ricchezza della sua vita privata, l’amore per la sua Kitty e per i figli, la loro prodigiosa smania di viaggi per tutto il mondo, il gusto di raccontare in una prosa brillante e incisiva, lo «sfizio» di misurarsi con l’arte, come grande esperto di pittura indiana, e con la letteratura (un romanzo, una commedia). Fece anche in modo impeccabile l’ambasciatore, in India, svolgendo compiti delicatissimi in momenti decisivi e di emergenza (come la breve guerra di frontiera dell’Himalaya). Si batté senza risparmio e senza paura contro la «folle stupidità» del Vietnam.

Commitment: è anche e soprattutto, per Galbraith, l’impegno alla causa del pubblico interesse. Questo, in tutta la sua vita e la sua opera, è il massimo principio deontologico della politica democratica: la superiorità dell’interesse pubblico sugli interessi particolari. Quello non può essere lasciato al libero «gioco» di questi, ma deve essere affidato a una leadership illuminata. Il leader democratico deve cercare il consenso non abbassandosi agli umori istintuali della massa, ma suscitando in quella il bisogno di ideali. Il leader democratico non è amato perché è uno di noi, ma perché è uno migliore di noi. Non perché ci si può rispecchiare, ma perché lo si può rispettare. In ciò sta la natura aristocratica della democrazia.

Volta per volta l’interesse pubblico si identifica in una causa preminente. Nel secolo di Galbraith tre cause hanno meritato questo titolo: la lotta alla disoccupazione, e poi quella al fascismo e infine la prevenzione dell’olocausto nucleare. In tutte e tre Galbraith ha svolto una sua parte di primo piano. La battaglia su questi fronti è stata frenata, fuorviata, intralciata dalla minaccia comunista. Minaccia reale e concreta, ma spesso utilizzata dall’establishment politico a copertura di interessi che non avevano niente a che fare con la libertà.

Oggi quella minaccia è scomparsa. La difesa di quegli interessi non ha più alibi, è diventata esplicita e insolente ideologia della ricchezza e del successo privato. La portata della minaccia si è ridotta. Ma l’orizzonte degli ideali si è ristretto. Si sente la mancanza, e il bisogno, di qualcuno con le gambe un po’ più lunghe.

Nota: su eddyburg_Mall un breve testo di J.K. Galbraith del 1967 che tratta il tema Economia e Felicità

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