Le città hanno copiato il “Metodo Seattle” in urbanistica
Debera Carlton Harrel
Titolo originale: Cities copied 'Seattle Way' in planning – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Jim Diers non sta parlando di birra quando usa il termine “ bottom-up”, anche se all’informale ex direttore dell’Ufficio Quartieri di Seattle non ne dispiacerebbe una.
Sta invece parlando di quello che città come Melbourne, in Australia, Pechino in Cina, o Austin in Texas, chiamano “Il Metodo Seattle” una forma radicata, dal basso verso l’alto di pianificazione e progettazione dei quartieri, opposta al processo “ top-down” dirigista dell’amministrazione cittadina.
Per quanto riguarda Diers, il primo funziona, il secondo no.
Ma mentre le altre città cercano di emulare Seattle favorendo il coinvolgimento dei quartieri, ha spiegato settimana scorsa, la “Città di Smeraldo” si è allontanata dalle strategie che pure l’avevano fatta diventare un modello globale.
“I vicini che interagiscono l’uno con l’altro e con le decisioni cittadine sono diventati un movimento presente ovunque, ma pare che a Seattle ci si stia muovendo nella direzione opposta” spiega, di passaggio in città fra una conferenza internazionale e l’altra a proposito di urbanistica.
“I grandi centri di tutto il mondo vogliono fare le cose col metodo di Seattle. Vorrei che lo facesse anche la nostra città”.
Diers, autore di Neighbor Power: Building Community the Seattle Way, riconosce come i suoi timori possano sembrare frutto di rancore personale. É stato il primo capo divisione licenziato dal sindaco Greg Nickels appena entrato in carica, ponendo fine alla riconosciuta carriera di Diers alla guida del dipartimento durata 14 anni, con un lavoro che si è sviluppato attraverso i mandati dei tre sindaci precedenti.

Nominato da Charles Royer, confermato da Norm Rice e fortemente sostenuto da Paul Schell, Diers verso al fine degli anni ’90 ha coordinato l’attuazione di 38 piani locali: e di altrettanti progetti di parchi, abbellimento, animazione, arredo stradale, e altre opere consentite dai finanziamenti cittadini.
“É prerogativa del sindaco cambiare le cose, e lui voleva muoversi in una direzione diversa” riconosce Tim Ceis, vicesindaco con Nickels.
“Jim ha costruito un ottimo modello, ma il sindaco riteneva che ci fosse bisogno di un allargamento di partecipazione, che in 14 anni la città fosse diventata molto più diversa, e ci fossero fasce escluse dal processo di pianificazione (di quartiere)”.
Nickels ha lanciato una iniziativa per la giustizia sociale e razziale per stimolare più diversità; chi ha sostituito Jim Diers a capo della divisione - Yvonne Sanchez, Bernie Matsuno (ex), e ora Stella Chao – appartiene a minoranze.
“Diers non condivideva la decisione e l’ha detto molto esplicitamente all’epoca” continua Ceis. “Ma ha continuato a fare un altro lavoro, anche noi siamo andati avanti, tutti”.

Ma Diers, attivista di quartiere da lungo tempo, che per oltre 30 anni ha abitato nella zona più diversificata della città dal punto di vista culturale e socioeconomico - Southeast Seattle – considera il proprio lavoro sui quartieri ampiamente inclusivo.
Il sindaco semplicemente “vuole più controllo” su quanto accade nei quartieri, ha dichiarato di recente Diers. “Aiuto altre amministrazioni a organizzare i programmi da cui questo sindaco (Nickels) si sta allontanando”.
Gli sviluppi del movimento per i quartieri a Seattle preoccupano Diers, che ricorda di essere “rimasto scioccato quanto tutti gli altri” ai tempi in cui l’allora sindaco Charles Royer lo nominò direttore del nuovo Settore Quartieri nel 1988. Appassionato delle questioni di partecipazione, non era esattamente un moderato.
Ricorda ancora quando negli anni ’80 era fra gli attivisti che, chiedendo più voce nelle decisioni su una città allora in pieno boom edilizio, “liberarono un pollo vivo nell’ufficio di Charley (Royer) e organizzarono un picchetto davanti alla sua casa”.
“Lui (Royer) si preoccupava che il processo di decisione sui piani per i quartieri avvantaggiasse gli abitanti più ricchi, che tendono ad essere meglio organizzati” ricorda Diers. “Temeva anche il NIMBYismo ( Not In My Back Yard) e che i finanziamenti andassero a premiare le zone ricche a spese delle aree meno privilegiate”.
Ma non accadde niente del genere. Al contrario, consentire che i quartieri si gestissero da soli le priorità “produsse un modello di pianificazione completamente diverso”.

“Prima, c’era un rapporto di rivalità fra i quartieri e l’amministrazione cittadina; si guardava ai problemi, e i quartieri dipendevano dalla città per la soluzione” ricorda Diers. “Sento ancora questa storia ovunque vado: con gli amministratori che dicono, Ma perché dobbiamo starli ad ascoltare (gli attivisti di quartiere); questi sono soltanto una scocciatura. E gli abitanti perdono fiducia nell’amministrazione”.
Diers dice di essere un convinto assertore della responsabilità del governo, “ma non può fare tutto da solo”.
“Se si crede davvero nella democrazia, il problema non sono gli attivisti di quartiere, ma il fatto che ce ne siano troppo pochi. La sfida, allora come oggi ... è, come può al meglio la città attingere alle risorse di artisti, architetti, urbanisti, giovani, anziani, disabili, immigrati e tutti quanti hanno qualcosa con cui contribuire?”.
Questa filosofia ha prodotto un modello di collaborazione civica, da qui gli inviti da tutto il mondo per le conferenze di Diers.
Dopo che Diers aveva parlato a una platea di leaders comunitari a Austin in maggio, l’editorialista dell’ Austin Chronicle Katherine Gregor ha scritto, “ Anche se ci sono luci e ombre naturalmente, in ciò che è accaduto nella Puget Sound, nello scorso decennio Seattle ha dimostrato un impegno impressionante a delegare un vero potere ai quartieri. La nostra sorella città progressista ha sviluppato molte riuscite politiche e pratiche, che meritano un esame più attento: in quanto modelli in grado di accelerare l’attuazione di piani di quartiere anche qui a Austin”.

Nota: di un certo interesse nel sito Neighborhood Planning dell'amministrazione di Austin, la disponibilità di materiali informativi e divulgativi rivolti a varie fasce di età, sui principali temi della progettazione urbana, e addirittura del piano storico per la città degli anni '20 in versione scaricabile (f.b.)

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