Via le auto dai centri storici
Vezio De Lucia
Incompatibilità dimostrata da decenni, ma in Italia ancora non si provvede. Dal Bollettino di Italia nostra, n. 427 (in corso di stampa)


I centri storici sono incompatibili con le automobili. Non solo per ragioni d’inquinamento ambientale. I veicoli a motore, diceva Antonio Cederna, se anche emettessero, non veleni, ma profumi soavi e salubri, sarebbero comunque inconciliabili con i centri storici. I quali si sono formati, nel corso dei secoli e dei millenni, a misura di pedoni, di cavalli, di carri e di carrozze. Non possono essere impunemente invasi da oggetti alieni per forma, per funzione e per colore. È una violenza, come mettere infissi di alluminio in un palazzo del Cinquecento. I centri storici sono anch’essi monumenti, ed è merito della cultura italiana del secolo scorso di averlo capito (a partire dalla carta di Gubbio del 1960) e di aver quindi ottenuto (a partire dalla legge ponte del 1967) la loro tutela integrale.

Tutela tutt’altro che soddisfacente. Non è questa l’occasione, Italia nostra lo ha fatto altre volte, per denunciare gli errori, gli abusi e le incongruenze nelle politiche locali e nazionali a proposito dei centri storici, che continuano a essere snaturati da usi impropri e abbandonati dai residenti, per primi quelli appartenenti a fasce di reddito sfavorite. Qui ci occupiamo solo del più grave e diffuso degli errori, quello appunto di lasciare libero accesso alle automobili, anzi di agevolare sempre di più l’invasione degli alieni, come succede con la realizzazione dei parcheggi sotterranei di cui tratta questo fascicolo.

Abitare nel centro storico è un privilegio: questo dovrebbe essere il punto di partenza di ogni politica d’intervento. Un privilegio per tante ragioni, ma soprattutto perché la qualità paesaggistica dei centri storici – determinata dall’alternanza di edifici monumentali di epoche diverse, e diversi per forma e concezione, con un tessuto abitativo minuto e anodino – è incomparabile con l’infimo livello della città contemporanea, con le espansioni del dopoguerra, la cui forma, il più delle volte repellente, è stata dettata esclusivamente dagli interessi fondiari. Il privilegio è ancor più evidente se poi si considera che i centri storici rappresentano una percentuale minima dello spazio urbanizzato, percentuale che ogni anno diventa più esigua per la crescita continua e inarrestabile delle città. Il prezzo da pagare rispetto al privilegio goduto è qualche disagio nell’accessibilità, disagio assolutamente sostenibile ove si disponga di un trasporto pubblico e di un servizio di taxi efficienti, di percorsi ciclabili ben distribuiti e dove i pedoni siano i protagonisti della scena urbana.

Privilegiati sono anche coloro che lavorano nel centro storico. Almeno per costoro dovrebbe essere pacifico che non si ha diritto a parcheggiare. È così in molte città europee. Non da noi. A Roma la lista degli aventi diritto al posto macchina è sconfinata, in sostanza basta pagare.

I parcheggi dei residenti (e dei lavoratori) dovrebbero invece essere previsti ai margini dei centri storici, come a Venezia, dove si vive benissimo senza la macchina sotto casa (aveva assolutamente ragione Le Corbusier nell’esaltare la modernità di Venezia). Una modalità d’uso come quella descritta è evidentemente alternativa alla tendenza in atto, e sempre più spinta, all’uso terziario o di alta rappresentanza (come nel caso di Roma) del centro storico, funzioni che portano inevitabilmente, per molti aspetti, all’omologazione del centro storico a qualsivoglia centro direzionale.

A spingere in questa direzione dissennata sono i grandi interessi fondiari e finanziari contro i quali è sempre più difficile trovare alleati.

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