2006. A proposito di alluvioni
Luigi Scano
Rileggendo, 40 anni dopo, la Rivista veneta del dicembre 1966. S’era compreso tutto, e poi tutto è stato dimenticato. Intanto, la politica si riduce a giochetti di potere e il territorio va a ramengo…
"Noi crediamo che sia ora di affermare chiaramente che non è possibile continuare con un metodo di gestione del territorio il cui obiettivo fondamentale è lo sfruttamento cieco e irrazionale delle risorse naturali senza alcuna attenzione per le conseguenze che ciò potrà avere.
Noi ci rendiamo conto che l’evoluzione tecnologica, il progresso industriale hanno reso utili e anche necessari negli ultimi cinquant’anni molteplici interventi artificiali […], anche se essi alterano l’equilibrio naturale in maniera molto maggiore di quanto la presenza dell’uomo non abbia alterato l’ambiente naturale in tutte le centinaia di anni precedenti.
"Non possiamo però accettare che ciò avvenga nel più assoluto disinteresse delle possibili conseguenze, in uno spirito di cieco egoismo per cui si guarda solo alla utilità economica dell’opera senza badare ai danni che essa potrà arrecare alle zone circostanti e alle popolazioni che vi abitano; con una mentalità assolutamente incapace di una visione unitaria del territorio e dei suoi problemi; con una miopia inconcepibile per cui i vantaggi di oggi non vengono confrontati con gli svantaggi di domani. […]
"Necessità di uno studio serio e organico della situazione idrogeologica […] che non si limiti però all’astratta individuazione delle opere da realizzare, ma affronti concretamente il problema della produttività economica e sociale degli investimenti da compiere in questo settore.
Riconoscimento della priorità da assegnare agli interventi per la sistemazione idrogeologica rispetto ad altri interventi infrastrutturali la cui utilità (vedi il settore dei trasporti) può risultare gravemente inficiata in una situazione di fragilità permanente dell’assetto naturale del territorio.
"[…] nel Veneto il problema della sistemazione idrogeologica e della difesa di Venezia devono essere considerati prioritari rispetto a qualsiasi altro problema […].
"Per questo fine devono battersi tutte quelle forze politiche, sociali e culturali, il cui obiettivo non sia uno sfruttamento irrazionale ed egoistico delle risorse naturali nell’assoluto dispregio degli interessi generali della comunità".

Da dove sono tratti i passi sopra riportati? Dall’intervento del portavoce di un qualche gruppo “ambientalista” particolarmente arrabbiato (sostanziamente “estremista”, e malamente mascherante il suo “vetero-sinistrismo radicale”) in occasione degli eventi accaduti nella provincia di Venezia i giorni 16 e 17 settembre appena trascorsi, allorquando assai intensi fenomeni meteorici hanno provocato, essenzialmente per cattivo drenaggio delle acque e crisi delle reti idrografiche locali, l’allagamento di vastissime zone, sia urbane che rurali, provocando danni approssimativamente stimati in 200 milioni (di euro)? Oppure da uno scritto “d’annata” di Antonio Cederna? Ipotesi entrambe errate.

Sono tratti dall’editoriale d’apertura del numero 3/4 (pressoché monograficamente dedicato a “Il Veneto sott’acqua”) di la Rivista veneta del dicembre 1966.

Per chi all’epoca non fosse ancora nato, o non avesse raggiunto l’età, o maturato l’interesse, per la lettura di siffatti organi di stampa, come per chi, non vivendo, affatto, o almeno all’epoca, né in Venezia né nel Veneto, e non essendo un appassionato cultore dei temi trattati da tali organi di stampa, e un fanatico topo di biblioteca, mi premuro di precisare che “la rivista veneta” era un “bimestrale di problemi regionali” (così il sottotitolo) di indiscutibile spessore e autorevolezza culturale e politica, animata, sin dall’inizio, dagli esponenti della sinistra socialista “lombardiana” veneziana che facevano capo a Gianni De Michelis (il quale per un certo periodo assunse direttamente la direzione, essendo comunque la distribuzione affidata alla “Marsilio Editori” del fratello Cesare De Michelis). Vi collaborarono (cito all’impronta, e alla rinfusa) Gianfranco Bertani, Giorgio Bellavitis, Romano Chirivi, Bruno Dolcetta, Gianni Fabbri, Fabrizio Ferrari, Roberto Fiorentini, Tonci Foscari, Nereo Laroni, Franco Mancuso, Franco Mocellin, Renato Nardi, Giulio Obici, Franco Posocco, Giuliano Segre, Simona Sereni, Otto Tognetti, Virginio Bettini, e molti, molti altri. I cui percorsi, culturali e politici (e ovviamente non mi riferisco al profilo epifenomenico e formalistico dell’iscriversi a questo o a quel partito, o a nessuno, ovvero del contrassegnare, sulla scheda elettorale, questo o quel simbolo, o nessuno), furono, negli anni che seguirono all’intensa stagione di elaborazione e di confronto dipanatasi a Venezia e (meno, purtroppo) nel Veneto tra gli ultimi anni ’60 e i primissimi anni ’70, assai diversificati, e frequentemente conflittuali, e spesso del tutto incompatibili.

Personalmente, mi incuriosirebbe sapere quanti, tra gli ancora viventi personaggi che nella stagione che ho detto gravitarono attorno a la Rvista veneta, sottoscriverebbero oggi i passi dianzi riportati. Ma ciò deriva dal fatto che, invecchiando, coltivo morbosamente ricordi, nostalgie e rimpianti.

Ben più rilevante è sapere, oggi, quanti tra gli attuali leader politici, culturali, amministrativi, di Venezia e del Veneto non soltanto sottoscriverebbero quei passi, ma lo farebbero credibilmente, cioè traendone, nell’operare quotidiano “a tutto campo”, ogni coerente conseguenza. A me pare che ciò difficilmente si possa dire per chi, all’indomani degli eventi dianzi ricordati, ha soprattutto invocato (per l’ennesima volta) le virtù taumaturgiche della nomina di un “commissario straordinario” con poteri eccezionali (cioè innanzitutto di deroga alle leggi e agli strumenti di pianificazione e programmazione vigenti). Con ciò riducendo un complesso problema di pianificato e programmato “governo” del territorio, di tutela della sua integrità fisica (assieme con quella della sua identità culturale), di conseguente “sostenibilità” (non vaniloquentemente retorica) delle sue trasformazioni, e del suo “sviluppo”, a una faccenda di semplificazione (intesa come accelerazione autoritaria) delle procedure decisionali relative alla realizzazione di “opere”. Ma questa è un’altra storia.

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