1985. L’acqua alta a Venezia: l’evento e i primi dibattiti
Luigi Scano
Dal libro di L. Scano, Venezia: terra e acqua, Edizioni delle autonomie, Roma 1985, pubblichiamo stralci dal capitolo VI, “La contestazione”. Il testo integrale del capitolo è allegato in formato .pdf


1. La mareggiata

Alle 22 del 3 dicembre 1966 l'«acqua alta» invade Venezia, con raro impeto ed elevata ampiezza. Alle 5 del mattino successivo dovrebbe ritirarsi seguendo la regola del flusso e riflusso mareale. Così non è, e verso mezzogiorno, con la nuova onda di marea, l'allagamento viene ulteriormente alimentato: saltano la luce, i telefoni, il gas. Mentre tutta la regione e sconvolta dalle piene dei fiumi che scendono tumultuosamente a valle dalle montagne manomesse, disboscate, abbandonate, rompendo argini non più mantenuti, il mare, battendo a forza nove contro i litorali, e le secolari difese dei «murazzi», ha invaso i primi e sbrecciato le seconde. La penisola del Cavallino e l'isola di Sant'Erasmo sono sommerse dal mare e battute dalle onde, nell'isola di Pellestrina i marosi irrompono dalle falle aperte, la allargano, invadono gli abitati, si congiungono anche per questa via con le acque lagunari. Ed il vento di scirocco continua a sospingere il mare in laguna. Alle 18 del 4 novembre l'acqua, ancora una volta, dovrebbe ritirarsi secondo il ritmo delle maree, ma non avviene: soltanto verso le 21, cambiato il vento, l'acqua defluisce violentemente, come una fiumana.

Ha raggiunto l'altezza di un metro e novantaquattro centimetri sul livello medio del mare, ha sommerso tutti i pianiterra abitati, ha distrutto le merci nei magazzini e devastato i negozi e le botteghe artigiane, ha fatto saltare anche, in molti punti, le tubazioni dell'acquedotto ed i depositi della nafta, ha deteriorato libri, documenti, mobili, masserizie, ha lesionato fondamenta, ha sconquassato imbarcazioni. Ritirandosi, lascia immondizie, rottami, neri segni di nafta un po' dappertutto.

E quaranta miliardi di danni stimati: quelli non monetizzabili pesano molto di più.

2. Il grande dibattito: caratteristiche, limiti, equivoci

L'«acqua alta» eccezionale del 4 novembre 1966, rivelando quanto sia precario l'equilibrio tra gli insediamenti umani lagunari ed il loro supporto ambientale, e quanto siano compromesse le stesse prospettive di sopravvivenza fisica di tali insediamenti, finisce per divenire un formidabile suscitatore di interesse e di dibattito attorno al «problema di Venezia», ed un potente acceleratore di prese di coscienza, revisioni di idee, proposte, iniziative.

Non manca, all'inizio, sulla stampa, alla radio ed alla televisione, la somministrazione del consueto minestrone di scadente letteratura estetizzante, di retorica e di invettive alle forze cieche e brute della natura.

Ma le rettifiche del tiro non si fanno attendere: nel dicembre del 1966 «La rivista veneta», promossa sostanzialmente dagli ambienti della sinistra socialista di cui, dopo la scissione del PSIUP, é «leader» Gianni De Michelis, ma sulla quale scrivono anche comunisti ed indipendenti genericamente «di sinistra», pubblica un numero significativamente intitolato «Il Veneto sott'acqua». Nell'editoriale si respingono le tesi dell'«eccezionalita dell'evento» e dell'«imprevedibilita», concludendo che vi é «un atto d'accusa per tutta la nostra classe dirigente di ieri e di oggi in quanto é avvenuto il 4 novembre».

[…]

Nei giorni e nelle settimane successive gli articoli ed i servizi, sulla stampa quotidiana e periodica, si moltiplicano. A quelli tranquillizzanti, espositivo-laudativi delle iniziative intraprese, od anche soltanto prospettate, dalle competenti autorità, si aggiungono e si contrappogono quelli allarmati, che cominciano a mettere sotto accusa le industrie in quanto produttrici di inquinamento (Marco Valsecchi, in Il Giorno del 19 marzo), ovvero perché «collocandosi su terreni di bonifica ai margini della laguna e dunque sottraendole copiose estensioni d'acqua, ne hanno ristretto il catino così favorendo l'accentuarsi e l'elevarsi delle maree e la loro forza di pressione sul corpo della città» (Giulio Obici, in Paese Sera del 19 marzo), che iniziano a dubitare dei possibili «effetti sconvolgenti» sul regime lagunare degli escavi dei canali, degli ampliamenti dei porti, della modifica dell'orografia delle barene (Ettore Della Giovanna, in Il Tempo del 30 marzo 1967).

All'inizio del 1967 é stato pubblicato il volume di Giulio Obici Venezia fino a quando?, con prefazione di Teresa Foscari Foscolo, vice presidente nazionale di «Italia Nostra», e nota storica di Cesare De Michelis (3). Ricordati e descritti gli eventi del 4 novembre 1966, Obici (vengono qui di seguito citati essenzialmente titoli e sottotitoli) ribadisce che «la colpa» di quanto é avvenuto «é della terra e degli uomini», cita il fatto che «Venezia sprofonda sempre più in fretta» e precisa che la ragione ne va individuata soprattutto negli «emungimenti delle falde artesiane» da parte dei pozzi ad uso della zona industriale, afferma che «l'insidia viene dal mare» e denuncia l'abbandono in cui sono stati lasciati i cordoni litoranei ed i «murazzi», aggiunge che «l'insidia viene anche dalla terraferma» perché «abbiamo rimpicciolito la laguna ed allargato i porti» e «così abbiamo aiutato la marea a salire e a sbriciolare le isole», denuncia il canale Malamocco-Fusina-Marghera, ovvero, come ormai lo si chiama, il «canale dei petroli»; come «il più grande, e forse incauto, intervento idraulico di tutti i tempi... dentro il meccanismo lagunare». E conclude (ma il resoconto ora fatto ha terribilmente impoverito la ricchezza delle argomentazioni), che la laguna e la terraferma, «i due tradizionali protagonisti della storia di Venezia, che in passato da nemici furono tradotti in alleati della città, oggi sono in grave conflitto; ma il conflitto va risolto, e anche `attualmente, come una volta, non si tratterà di una soluzione meramente tecnica. Due punti: primo, la terraferma va allontanta, non respinta, così come lo sviluppo economico che vi prospera non va respinto, ma controllato e orientato; deve cioè rendere conto di sè a Venezia... Secondo, la laguna ha i suoi argomenti da propugnare, che sono la salvaguardia di Venezia, ma questa salvaguardia contro le minacce della natura e della terraferma sarebbe sterile se non contemplasse le cause che stanno a monte di quelle minacce: vale a dire, in parole brevi, la disordinata espansione industriale, la quale all'offesa mossa alla laguna accompagna... la decadenza economica della città.

«Il problema é diverso da un tempo ed é pur sempre lo stesso: oggi come allora, Venezia non può rinunciare al suo ruolo di controllo e di direzione, che le é indispensabile condizione di vita; e dire che questo ruolo deve essere esercitato sulle acque e sulla terra e come dire che deve anche svolgere un'avveduta funzione di disciplina dello sviluppo economico, perché questo sia vigilato nel suo modo di crescere ed orientato verso obiettivi di equilibrio territoriale e sociale... In fondo, si puó dire che niente e mutato, quanto alla problematica lagunare, rispetto al passato: il problema dell'equilibrio tra acqua e terra è ancora un superiore equilibrio politico».

La polemica, quindi, comincia ad incentrarsi su due elementi: l'espansione delle zone industriali, soprattutto in quanto realizzata attraverso sempre più massicci imbonimenti di porzioni di laguna, e l’escavo del canale Malamocco-Marghera. La «terza zona» ed il «canale dei petroli» vengono identificati da segmenti crescenti di cittadini e d'opinione pubblica con i «nemici di Venezia».

C'è, fuor di dubbio, in ciò, non poco «riduttivismo», e semplicismo, e perfino faciloneria. E non tanto, o non solamente, perché e indubbio che, al momento del verificarsi dell'evento del 4 novembre 1966, i lavori per la realizzazione di entrambi gli interventi sono appena iniziati (giacché questo nulla toglie in validità alla preoccupazione che il loro proseguire ed il loro integrale attuarsi possa aggravare una situazione già gravemente compromessa da interventi di analogo segno, e di ugual natura) quanto perché anche molti altri sono i problemi che urgono: da quello degli inquinamenti atmosferici ed idrici, a quello della persistente sottrazione alla libera espansione delle maree di poco meno di 9 mila ettari di «valli da pesca», da quello del degrado del patrimonio edilizio storico e delle sue manomissioni a quello della devitalizzazione di molte attività cittadine, per citarne solo alcuni, fra quelli certamente anche «appariscenti», e per rimanere - errando - in un'ottica «lagunare» ed «insulare».

Ma in questo ridurre la «battaglia per Venezia» a quella contro la «terza zona» ed il «canale dei petroli» (operazione, occorre precisarlo, effettuata non del tutto e soprattutto non da tutti i soggetti più impegnati nella «contestazione»), o comunque nel fare del controllo c/o del blocco di tali due interventi l'obiettivo centrale e prioritario dell'impegno, c'e anche una profonda, avvertita o meno che sia, «verità»: quella che deriva dall'essere, i predetti interventi, nella fase storica in atto, gli elementi più emblematici, ed oggettivamente «portanti», di una linea di tendenza, di un «disegno», di una «cultura», affermatasi, come s'e visto, da più d'un secolo e mezzo.

Si tratta, battendo quegli elementi, e soprattutto la realizzazione della «terza zona», di scardinare quel «disegno», di inceppare un ben preciso «modello» di governo delle trasformazioni dell'area veneziana. Non v'è dubbio che inceppare un «modello» non significa di per se stesso costruirne uno nuovo ed alternativo: ma presumibilmente e indispensabile per porne le premesse.

Del resto, che lo scontro si stia incentrando sulla «terza zona» ed il «canale dei petroli» viene bene e rapidamente recepito, forse (magari confusamente, come dai loro avversari) anche nei suoi aspetti «emblematici», dai gruppi dirigenti veneziani più legati agli interessi delle industrie di Porto Marghera, e comunque, anche con rilevanti diversità di approccio e di orientamenti, interni alla particolare logica dello sviluppo industriale affermatosi nel XX secolo. Ne e un esempio l'iniziativa assunta, nel gennaio 1967, dal Rotary club di Venezia, che invita in città tre illustri ingegneri idraulici olandesi, il dottor J. van de Kerk, il professor L. van Bendegon ed il dottor H. A. Ferguson, per ottenere un loro parere sulle misure da prendere per difendere l'insediamento lagunare dalle acque. «L'iniziativa, che è stata presentata come un disinteressato e altruistico contributo alla città, ha rivelato i suoi veri moventi» quando, nell'ottobre del 1967, i dirigenti del Rotary club, capeggiati dal dottor Mario Valeri Manera, presidente dell'associazione veneziana degli industriali, presentando al Presidente della Repubblica la relazione stilata dai tre tecnici, dichiarano, «aiutati dalla compiacente complicità di alcuni organi di stampa assai poco scrupolosi, che lo studio dei tecnici olandesi afferma in maniera inequivocabile che il... canale dei petroli... non avrebbe affatto alterato in senso negativo l'equilibrio lagunare. Ecco dunque rivelato lo scopo dell'iniziativa: non già contribuire all'individuazione di soluzioni per il problema della difesa di Venezia, ma prevenire e combattere eventuali riserve sulla realizzazione di un'opera che evidentemente sta a cuore a precisi interessi privati. Per di più tale obiettivo viene perseguito addirittura distorcendo e falsando il senso della relazione dei tecnici olandesi: infatti basta leggerne il testo... per rendersi conto che essi, oltre a sottolineare ripetutamente il carattere non conclusivo delle affermazioni che fanno, intendono chiaramente sottolineare sia gli eventuali effetti positivi che quelli negativi della realizzazione del canale, concludendo comunque col sostenere l'assoluta necessità di ulteriori approfonditi studi per poter fare previsioni effettivamente fondate»(4).

[…]

NOTE

(1) Si veda: Comune di Venezia, Venezia: problemi e prospettive, I servizi giornalistici, Venezia, marzo 1967, anche per gli articoli successivamente citati nel testo.

(2) g.d.m., Cronache veneziane, in «La rivista veneta», n. 6, febbraio 1968.

(3) Venezia fino a quando? Marsilio Editori, Padova, 1967.

(4) g.d.m., Cronache veneziane, cit.

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