Vivere in affitto, in Italia
Giovanni Caudo
Il Censis, per conto del Sunia e della Cgil, fotografa quanto è difficile vivere in affitto in Italia. Una nota per eddyburg del 6 aprile 2007
Era noto, molte famiglie italiane se ne erano accorte: in Italia chi vive in affitto vive male. Ora un’indagine del Censis condotta per il Sunia e la Cgil e svolta con il metodo del campione telefonico a 5 mila famiglie in affitto, aggiorna e definisce anche il quadro socioeconomico di questo disagio.
1. I dati sulla consistenza confermano che nel mercato immobiliare italiano quello dell’affitto é un mercato marginale. Le famiglie in affitto rappresentano il 18,7%. Con valori più bassi ci sono l’Irlanda, la Spagna, la Slovenia, l’Ungheria. In Europa mediamente il mercato dell’affitto costituisce il 35-40% degli alloggi, il dato italiano si attesta, quindi, più o meno alla metà. Marginale é anche la quota degli affitti sociali, appena il 4,5%, qui la media europea é 4 volte tanto, il 21%.
2. Il forte incremento registrato dai canoni di affitto negli ultimi 7 anni: più 112,4% nelle città italiane con oltre 250 mila abitanti che diventa un +128,1% nelle sole città del Centro Italia. Incremento che, relativamente allo stesso contesto, misurato per il triennio 2003-2006 è del +25,9%. Si registra quindi un notevole incremento dei canoni che si é ulteriormente accentuato negli ultimi tre anni. In scadenza quest’anno ci sono altre decine di migliaia di contratti di affitto e il rischio é che, in assenza di interventi di calmieramento, questo trend sia destinato a crescere ancora di più.
3. La composizione socio economica delle 4 milioni 180 mila famiglie in affitto. Il 66% di queste famiglie sono monoreddito (la media nazionale é del 49%), il 76% ha un reddito fino a 20 mila euro. La composizione delle famiglie in affitto é per il 70,4% di 2/4 persone, ma c’é anche un 19,2% di famiglie monopersonali. Quasi un terzo dei capifamiglia ha come fonte di reddito la propria pensione (32,9%), mentre sono operai poco meno di 4 su 10 capifamiglia (39,6%). Infine, un quarto (25,1%) dei capifamiglia sono donne.
4. Incidenza del canone. Le famiglie con un reddito fino a 15 mila euro devono dare per l’affitto il 48% del reddito. Ma la spesa complessiva per la casa, ovvero il canone di affitto e le spese per le bollette, e il condominio, ammonta a 615 euro/mese (media nazionale) che sale a 760 euro/mese nelle città con oltre 250 mila abitanti. Pertanto l’incidenza della spesa per la casa sul reddito diventa per le famiglie con reddito fino a 10 mila euro, rispettivamente come dato medio nazionale e come dato medio relativo solo alle grandi città, del 62% e dell’86%. Per le famiglie con un reddito di 25 mila euro/anno l’incidenza del canone sul reddito é, se si vive in una grande città, di poco al di sotto del 40% (38,3%).
Il costo della casa al 2006, confrontato con i rilevamenti precedenti come quello dell’indagine Istat sui consumi delle famiglie (473 euro, dato 2003), registra un incremento che in tre anni é di circa il 30%.
Gli incrementi dei canoni di affitto se rapportati alla composizione sociale delle famiglie evidenziano come negli ultimi anni si sia prodotto un crescente squilibrio sociale, una erosione reale di reddito dalle fasce più deboli verso i ceti sociali più abbienti. Un travaso dai più poveri verso i più ricchi.

Una delle prime privatizzazioni é stata quella degli affitti, nel dicembre 1998 con la legge 431, governo d’Alema, fu abolito l’equo canone ma anche il regime dei patti in deroga. La convinzione era che liberalizzando i canoni il mercato si sarebbe autoregolato e avremmo avuto più offerta di alloggi in affitto e quindi più competizione e quindi più vantaggi per gli affittuari. Le cose come si vede dai dati sono andati in modo diverso (+112,4% di incremento in 7 anni).
Il prossimo 17 aprile si insedia il tavolo governativo sulla casa, composto da 5 ministeri e da un numero consistente di rappresentanze sindacali, associazioni di categoria, proprietà e imprese. Alcune associazioni di categoria, come il Sunia suggeriscono di ripartire proprio da qui: abolire la 431 e l’utopia del mercato libero e affermare invece il principio di porre un tetto ai canoni di mercato.

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