Manifesto dell'Inquilino
Tim Hartford
Un approccio crudo ma per molti versi realistico, quello di Slate (marzo 2007) al tema della casa come valore d'uso e strumento di lavoro per la nostra esistenza (f.b.)
Titolo originale: The Renter's Manifesto – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini


Qui in Gran Bretagna tutti parlano dei lavoratori di Treorchy, Galles, che hanno perso il posto perché l’azienda simbolo Burberry ha trasferito la produzione in zone più a buon mercato del mondo. Non c’è bisogno qui di scendere in particolari, visto che ci sono storie simili anche negli Stati Uniti e altrove. Qualunque comunità, piccola o grande che sia, che dipende molto da una sola impresa, è molto vulnerabile a queste trasformazioni del panorama produttivo. Chiedetelo agli abitanti di Flint, Michigan.
Spesso si dà la colpa alla globalizzazione, ma non è solo questa la fonte di cambiamento. Anche la concorrenza nazionale può risultare altrettanto potente, come vi confermerà qualunque barista che abbia uno Starbucks nella stessa via. O le cantonate prese dai dirigenti: Toyota sta dimostrando che si guadagna a costruire automobili negli Stati Uniti, ma non a Detroit, e non con lavoratori sindacalizzati. Poi c’è l’evoluzione tecnologica. Basta pensare a tutti i dattilografi che sono stati costretti a imparare nuovi mestieri e trovarsi nuovi lavori, per via della potenza di Microsoft Office.
Le grandi città possono trovarsi in situazioni difficili se si specializzano troppo e poi scoprono che i tempi sono cambiati. Detroit è un esempio. Lo stesso vale per Manchester nel nord-ovest inglese. Birmingham, nelle midlands, ha una storia diversa, una città genericamente attiva, che fa di tutto, niente in particolare. Come ha sottolineato l’attenta osservatrice delle economie Jane Jacobs, Birmingham era ritenuta ad alta inefficienza se paragonata alle raffinate produzioni di Manchester, ma quando è arrivato il ciclo al ribasso, Manchester ne è rimasta devastata, mentre Birmingham ha continuato a barcamenarsi. Chicago, Seattle, New York, e Londra si sono reinventate in modi simili, più e più volte.

Il che ci porta al mistero di questa settimana: perché la gente abita ancora a Detroit, che ha tanto sofferto e per tanto tempo? Perché non trasferirsi a Chicago o a New York? Originariamente le persone si trasferivano in posti come Treorchy perché lì c’era il carbone da estrarre. Adesso che le miniere hanno chiuso – e anche la fabbrica della Burberry – perché ci restano?
Una delle ragioni, ovviamente, è che i legami sociali contano. A molti piace restare vicino a dove sono nati. Ma molti altri preferirebbero cercare nuove occasioni: vorrei dire, anche, nuove esperienze. Mio padre ha trasferito la famiglia quattro volte in quattro posti diversi sparsi per l’Inghilterra, inseguendo il lavoro. Anch’io mi sono spostato parecchio per trovare l’occupazione giusta, e raramente me ne sono pentito.
Ma i legami emotivi non sono l’unica cosa che ci trattiene. Ci sono costrizioni bizantine per la migrazione fra stati. Philippe Legrain, autore di Immigrants: Your Country Needs Them, sostiene che un sistema migratorio più libero promuoverebbe città creative ed economicamente più solide. Ha ragione.
Anche quando guardiamo alle migrazioni interne, ci sono degli ostacoli formidabili. Ovunque la gente sembra particolarmente propensa ad essere proprietaria dell’abitazione – come nel Regno Unito, in Spagna, in alcuni degli stati USA – ne soffre di conseguenza il sistema dell’occupazione. L’economista inglese Andrew Oswald ha dimostrato come in tutti i paesi europei, e negli stati USA, ad alti livelli di proprietà dell’abitazione corrispondano alti livelli di disoccupazione. Fattori più comunemente usati, quali un welfare molto generoso o gli alti livelli di sindacalizzazione, non spiegano la disoccupazione tanto bene quanto la tendenza alla proprietà della casa. Avere casa in affitto ed essere flessibili fa miracoli per quanto riguarda la possibilità di riuscire a trovare sempre un’occupazione interessante.

Ricerche recenti pubblicate dall’ Economic Journal indicano come chi possiede la propria abitazione tenda a formare reti locali più dense, che contribuiscono a stabilizzare posti di lavoro. Ma questi posti di lavoro sono meno ben collocati che altrove, e le distanze casa-lavoro più lunghe. Dunque ha ragione il professor Oswald a sostenere che dovremmo fare di tutto per rimuovere gli ostacoli ad affittare una casa, o a venderne una per comprarne un’altra. Sarebbe anche molto pratico se si potessero costruire case vicino a Manhattan.
Ma anche se facessimo tutto questo, gli economisti Ed Glaeser e Joe Gyourko spiegano che resta ancora un grave ostacolo: le case non camminano. Per quanto vadano male le cose a Detroit o a Treorchy, quelle case sono sempre lì, e se sono abbastanza economicamente accessibili, la gente continuerà a volerci abitare. Il risultato probabile è una grigia forma di sergregazione: Chi crede di poter trovare un buon lavoro nelle città in crescita si trasferirà lì, pagando affitti elevati. Chi ha meno fiducia, non vuole rischiare di smettere di essere disoccupato in una casa a poco prezzo, per diventare disoccupato in un’abitazione che costa molto. Detroit continuerà ad avere abitanti per parecchio tempo.

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