Voltaire o Bush?
Giampaolo Calchi Novati
Valutazioni complesse e sagge su una storia complessa e insana. Da il manifesto dell’8 febbraio 2006


Probabilmente la rabbia spontanea o manovrata dell'opinione pubblica in alcuni stati islamici per le famigerate «vignette» prima o poi si spegnerà. Giuste intanto le deplorazioni per una reazione sproporzionata auna pubblicazione certamente indebita e irriverente che non si capisce perché qualche «libertario» di casa nostra vorrebbe addirittura replicare o generalizzare. E giusta soprattutto la condanna per gli atti di violenza contro le persone e le cose (molti dei morti sembrano caduti però nella repressione). L'esplosione di questi giorni è un segno preoccupante di una tensione che trascende e travalica l'episodio in sé, per quanto grave. I crimini della piazza o di chi ha manipolato la piazza non possono far dimenticare le responsabilità di chi si atteggia sempre e solo a vindice di un ordine che per suo conto ha contribuito a deteriorare e piegare ai propri interessi e alla propria lettura della storia introducendo o evidenziando una spaccatura sempre più insanabile.
Spiegare tutto con l'odio inestinguibile dell'Islam per la libertà di cui gode e che diffonde l'Occidente, o con l'incompatibilità assoluta dei due sistemi di valori, non spiega nulla. Paradossalmente, se non c'è una prospettiva su cui lavorare per un futuro migliore riducendo le distanze mediante il progresso e la diversificazione sociale (dei paesi che vivono di rendita o dei popoli che vivono di Islam?), le guerre dell'Occidente - dall'Afghanistan all'Iraq, andata e ritorno - diventano guerre di pura conquista con il petrolio come unica posta. E' come se l'orientalismo bollato da Edward Said e riproposto da Bernard Lewis come strumento conoscitivo di una realtà con sue proprie regole di identità e di aggregazione si riappropriasse della sua materia di studio espungendo il Medio Oriente dal flusso della storia. Non è la Fallaci ad aver ragione. E' il pregiudizio di massa di cui la Fallaci si è fatta portavoce immaginando di essere un rompighiaccio che ha guadagnato tutto il campo della politica costringendo la controparte a recitare il copione che le è stato ritagliato su misura per l'egemonia e la superiorità dell'Occidente in un momento di oggettivo disorientamento davanti all'orrore del divario a cui in qualche modo le punte più avanzate dello stesso Occidente si sentono in dovere di metter mano. Finché, prendendo a caso dal mazzo, fatti sulla cui illiceità non possono sussistere dubbi come la guerra anglo-americana in Iraq o l'occupazione israeliana della Palestina non saranno sanzionati a livello mondiale - e cioè da tutti in tutti i paesi del mondo e da tutte le organizzazioni internazionali come avviene per gli attentati terroristici o il vandalismo contro le chiese e le ambasciate - la cosiddetta comunità internazionale, l'Occidente, i governi europei di destra o di sinistra non avranno la legittimità morale e la credibilità politica per svolgere la funzione regolatrice che in un altro contesto di comportamenti potrebbe effettivamente risultare proficua. Parlare di Voltaire è gratificante e forse pertinente, ma è con le politiche di Bush e Sharon (e al limite di Mubarak) che bisogna fare i conti per stabilire o ristabilire un ordinamento condiviso. Anche se le intenzioni fossero state buone, ma si sa che erano cattive e basate su una serie di falsità orchestrate ad hoc, la guerra contro Saddam ha provocato un numero inaccettabile di vittime e ha sconquassato un'intera nazione chissà per quanto tempo. Gli invasori e gli occupanti non si fanno scrupolo di disporre degli uomini, delle confessioni e delle istituzioni come se fossero res nullius. Nessun addobbo idealistico può far dimenticare agli interlocutori-antagonisti, moderati o fanatici che siano, che le logiche sono le stesse messe in atto in epoca coloniale con la civiltà, il libero commercio e la sicurezza dei coloni europei al posto che hanno oggi l'esportazione della democrazia e la difesa del mercato. Non si può nemmeno parlare di «esperimento» perché i precedenti appunto del colonialismo e dell'improvvisata decolonizzazione dimostrano a sufficienza che il passaggio di un governo europeo o occidentale non corrisponde necessariamente al trapianto riuscito e imparziale dei modelli di cui europei e occidentali vanno giustamente fieri. Visto il riferimento all'esperienza coloniale, si può ricordare incidentalmente che l'occupazione della West Bank da parte dello stato ebraico è già durata più dell'occupazione italiana della Libia. In Francia, adattandosi al fatto compiuto, non è chiaro se per iniziativa di Chirac o di Sarkozy, hanno sentito il bisogno di depotenziare la «minaccia» rappresentata dagli immigrati maghrebini riscoprendo il carattere «positivo» della presenza francese oltremare, in specie nel Nord Africa, a massimo disdoro della laicità della ricerca o a massimo incoraggiamento dei più pavidi per non dare respiro ai beur di seconda o terza generazione.
E' inutile ripetere che l'agitazione, i tumulti e il ribellismo possono non essere spontanei e non hanno obiettivi politici degni di essere registrati perché non ci sono ideologie, leaderships e alternative o che la Palestina è un falso problema. E' vero, può essere vero, ma non basta. Le cause della crisi del mondo arabo-islamico o più in grande della «periferia» - a cui, come scriveva Angela Pascucci nel bell'editoriale di domenica, fa da contraltare parallelo e configgente la crisi del «centro» - sono complesse e vanno a segno in tutte le direzioni possibili. C'è un incontro, una reciproca interazione, fra le ambizioni degli uni e le frustrazioni degli altri. Di sicuro, nel movimento di contrasto, di per sé ambiguo se non informe, si riconoscono sia i gruppi che detengono il potere o che aspirano ad esso sia le classi oppresse, il lumpen pronto a tutto per disperazione, i poveri. E' proprio il formarsi di quel tipo di coalizione di fatto a rendere il tutto così esplosivo e incontrollabile.
Eppure la politica è fatta apposta per opporre i mezzi di cui dispone al trionfo dell'irrazionalità e al senso di impotenza che ne deriva. Le forze politiche o le autorità nazionali o internazionali che non credono ai vantaggi malgrado tutto dello «scontro di civiltà» hanno il compito di intervenire. Se l'Europa ha espresso dissenso per la guerra in Iraq non può accontentarsi di una spolverata di legalismo votata obtorto collo da qualche istanza dell'Onu per ignorare la sostanza del vulnus e le conseguenze di lungo periodo che quella violazione del diritto ha innescato. Dispiace che D'Alema non si sia pentito del contributo che il centro-sinistra diede a suo tempo in Italia alla guerra della Nato contro la Jugoslavia. Non ci si può sbarazzare di ciò che significa la vittoria degli islamisti nei territori occupati intimando a Hamas di riconoscere Israele. A furia di temere di essere troppo dogmatici sui principi che appartengono dopo tutto al patrimonio della parte occidentale o di fingere di essere «equidistanti», si smarrisce per strada ogni criterio per giudicare i fenomeni della tormentata e faticosa transizione in tutta quella vasta area che si estende fra l'Ovest e l'Est dei tempi della guerra fredda e fra il Nord e il Sud della tipologia terzomondista vecchia maniera e sempre attuale per merito o per colpa di quelli che non vogliono più dare per scontata la fine del colonialismo. Senonché, togliendo anche il bonus della sovranità al mondo che ha molti motivi stringenti per sentirsi deluso dai risultati della decolonizzazione, il cerchio si chiude senza lasciare più alcun margine. Non per niente, stando alle analisi che utilizzano i documenti fatti circolare dai servizi delle maggiori potenze, la consegna che sovrintende alla «guerra al terrore» è di non prendere nemmeno in considerazione le cause che alimentano lo scontento e la protesta perché sono troppo diversificate e, allo stato attuale delle relazioni internazionali, insolubili.

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