Se Turati potesse vedere...
Piero Sansonetti
Una valutazione politica della finanziaria del centro-sinistra, da Liberazione, 29 settembre 2006


Se leggete i grandi giornali italiani vi convincete di questo: l’Italia è sull’orlo del comunismo. I riformisti hanno ceduto di schianto, la sinistra radicale detta legge, e così si afferma quel principio di “vendetta sociale” - o almeno, come dicono i più moderati, di “rivincita sociale” - che è l’esatto contrario del riformismo e porterà il paese alla rovina perché fermerà lo sviluppo e la produzione della ricchezza.
Queste cose le dice Berlusconi? Non solo lui, le dicono i commentatori del “Corriere della Sera” e della “Stampa” (ma anche di “Repubblica” e, ovviamente, di tutti i giornali di destra), lo dicono prestigiosi e seri intellettuali, anche di centrosinistra, lo dice - per esempio - un sofisticato e serio analista dell’economia italiana come Mario Deaglio. E’ proprio lui ad usare questa formulazione sfumata (“rivincita sociale”) per correggere appena la più cruda “vendetta sociale” denunciata da Berlusconi. In che consiste questa rivincita o vendetta? Nell’idea idea - che effettivamente è stata sommessamente avanzata dalla sinistra - di prevedere alcuni modesti meccanismi di redistribuzione della ricchezza - usando lo strumento fiscale - dopo un quindicennio che ha visto un massiccio spostamento di denaro dai salari ai profitti e alle rendite. Volete qualche cifra? Eccole qui. Negli ultimi venti anni è successo questo: i salari e gli stipendi, che costituivano il 60 per cento della ricchezza nazionale ai primi anni ’80, ora sono poco più del 40 per cento. Profitti e rendite, che erano circa il 40 per cento, ora sono circa il 60 per cento. Che vuol dire? Che profitti e rendite si sono mangiati, più o meno, la metà del monte salari. Una enormità, uno spostamento gigantesco, un rovesciamento degli equilibri sociali. La sinistra ora ha proposto una piccola - minuscola - correzione fiscale (che sta dentro l’idea liberale, non comunista, della progressività del prelievo fiscale, cioè di una proporzionalità tra ricchezza e tasse da pagare) e la correzione consiste in questo: chi guadagna più di 70 mila euro all’anno - e quindi non fa la fame - dovrà pagare di tasse (solo sugli euro che guadagna in più rispetto ali 70 mila) una tassa più alta (del 10 per cento) rispetto a quella che tocca a chi guadagna trenta o quaranta mila euro. Quali saranno le conseguenze? Che chi guadagna 80 mila euro dovrà pagare, ogni mese, una trentina di euro in più di tasse, chi guadagna 90 mila euro dovrà pagare circa 60 euro in più di tasse al mese, chi guadagna più di 150 mila euro all’anno dovrà pagare 100 euro in più al mese. Secondo voi un signore che guadagna 150 mila euro all’anno se ne accorge di quei cento euro di tasse in più?
Rifondazione comunista ha affisso ai muri un manifesto molto spiritoso, mi pare, che dice: “anche i ricchi piangano”. Piangano: al congiuntivo “esortativo”. Io però non credo, francamente, che nessuno piangerà per quei cento euro...
Ieri la Guardia di finanza ha scoperto, nel foggiano, un giro di immigrati clandestini che lavorava per dieci ore al giorno a raccogliere pomodori per uno stipendio lordo, più o meno, di 500 euro al mese. Cercate bene la notizia sui giornali di oggi, da qualche parte la troverete, senza grandi toni di indignazione, perché le possibilità di indignazione sono state tutte già esaurite nelle 10 o 15 pagine precedenti, per denunciare questa assurda pretesa del governo di “punire” i ricchi col salasso da 50 o 100 euro ( e pare che mettano anche una odiosa tassa sui gipponi di lusso...).
Il bello è che tutta questa indignazione è sostenuta da una considerazione politica: la presa d’atto della resa dei riformisti. Dicono i giornali che i riformisti hanno alzato bandiera bianca di fronte ai radicali e hanno rinunciato alla politica di rigore, che invece dovrebbe essere una loro caratteristica. Ma cos’è una politica di rigore? Facile da spiegare: è una politica che invece di imboccare la “facile strada” di prendere i soldi ai ricchi, sceglie la via coraggiosa di ridurre lo stato sociale e di peggiorare la condizione di vita dei poveri. Questo è rigore, questo è riformismo vero. Lo dice anche Deaglio. Non si illudano gli operai di poter continuare a usufruire dei loro privilegi (non è uno scherzo: dice proprio così...). Io penso che se un tipo come Turati (ve lo ricordate Turati, quello con la barba lunghissima e il cilindro, il padre del riformismo italiano) sentisse che oggi i veri riformisti sono quelli che vogliono smantellare lo stato sociale, poveretto, gli prenderebbe una sincope e morrebbe un’altra volta.
Mi chiedo: dove sta scritto che rafforzare anziché smantellare lo stato sociale, e redistribuire (assai modestamente, per altro) le ricchezze, riducendo magari un pochino la povertà, sia la tomba dello sviluppo? Negli anni ’30 non fu Stalin ma un presidente americano, un certo Franklin Roosevelt, che decise - di fronte alla depressione e alla recessione - di dare un impulso poderoso al welfare e di tentare delle politiche di redistribuzione. Non era mica un allievo di Bertinotti e di Giordano, e non aveva Ferrero tra i suoi ministri....

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