Il tentativo di sdoganare il berlusconismo
Andrea Manzella
Tener viva “la speranza di un nuovo ordine che ricominci con l’onestà repubblicana verso le istituzioni”. Da la Repubblica dell’11 gennaio 2006
C’era ancora qualcosa che mancava alla restaurazione in corso. Azzerato con la nuova legge elettorale il bipolarismo italiano, ricostituite le condizioni per una grande palude al centro del prossimo parlamento, vi era ancora un muro che vi avrebbe impedito il libero scolo delle acque. Era il muro della "diversità" del berlusconismo, il fattore impediente di ogni cambio, intreccio, pasticcio, compromesso per la legislatura futura.
Che fare? La fortuna ha aiutato i restauratori, senza bisogno di complotti né di cavalli di Troia. Le telefonate dalla cooperativa rossa e il "tifo" di chi si informava sono stati distorti e rimontati in una colossale opa sulla credibilità etico-politica del partito-pilastro della opposizione. Ma il vero obiettivo dell’operazione non era, e non è, questo. Era, ed è, quello di togliere l’ipoteca morale che grava, con insistenza planetaria, sulla anomala destra italiana. Insomma: negare la "diversità" della sinistra per negare la "diversità" del berlusconismo. "Sdoganare" il berlusconismo senza pagare neppure il dazio di una parvenza di revisionismo. Ma soltanto con l’argomento che l’"altro", l’opposizione, i "comunisti" gli sono diventati "uguali". Lo slogan che corre è: "niente più superiorità morale".
E’ un tentativo certo assai curioso ma pericoloso. Curioso perché ammette che l’opposizione possa essere considerata sullo stesso piano del berlusconismo solo quando ne condividesse il livello etico-politico. Tentativo pericoloso, perché fa appello, neppure nascosto, a quel certo immoralismo italiano diffuso, al "così fan tutti", al "sono tutti uguali" che è la giustificazione di ogni rifiuto qualunquista e di ogni astensione politica.
C’è però una cosa che rende difficile il successo di tale insidioso tentativo. L’impasto di vari partiti e zone sociali che si chiama "berlusconismo" non è più solo la questione politica-affari. Il fatto nuovo è che, negli ultimi cinque anni, nella legislatura dominata con 150 parlamentari di maggioranza, la questione morale del berlusconismo è venuta a coincidere, senza residui, con la questione istituzionale. Questa coincidenza l’ha, per così dire, indurito, l’ha pietrificato e l’ha reso irriducibile allo spazio della politica repubblicana dove sono sempre possibili i negoziati e le larghe intese.
Il marchio della legislatura che sta per finire, e del berlusconismo che l’ha padroneggiata, è stato il negazionismo dello Stato costituzionale e delle sue origini (appena ieri al Senato è caduto il tentativo di equiparazione della "repubblica di Salò" allo Stato della liberazione nazionale....). E’ il negazionismo del diritto come regola generale (anche negli ultimi giorni il Senato sarà costretto ad occuparsi di norme processuali personalizzate che disarmano i pubblici ministeri e snaturano la Corte di Cassazione...).
A chiusura di questa legislatura, insomma, il berlusconismo è diventato un’altra cosa. E’ un blocco politico che, senza rinunciare all’originario impasto affaristico, cerca di imporre un altro Stato, con un mutato racconto delle origini; con diversi rapporti costituzionali; con una differente visione dei rapporti internazionali e comunitari e addirittura della pace e della guerra; perfino con un’altra idea della libertà di religione degli italiani.
In queste condizioni il tentativo di "sdoganarlo", per conseguita omogeneità, non può riuscire: neppure se si sollevasse contro l’opposizione una "questione morale" cento volte più grande e, soprattutto, cento volte meno infondata dell’attuale. Non può riuscire perché il berlusconismo non è più una questione di soldi, che ci sono sempre stati, ma è una questione infinitamente più grave e di altra qualità: l’onestà verso la Repubblica e la sua storia.
Oggi che la legislatura sta per finire nel modo che si è detto, la valutazione del comportamento etico della maggioranza e di ciascuno dei suoi componenti non può essere dissociata da quello che per cinque anni hanno fatto contro le istituzioni.
Prendiamo, ancora, la questione dei processi. Non possono essere giudicati moralmente a posto coloro che hanno inventato un letto di Procuste alla rovescia: per adeguare le leggi ai processi in corso e ai loro imputati e non, come accade nel mondo dove civiltà giuridica regna, i processi alle leggi.
Ma se, al di là della sempre scivolosa materia dei processi penali, si andasse a guardare come nella legislatura siano state regolate delicatissime questioni istituzionali, i dubbi morali si fanno più forti e stringenti. E’ possibile che fior di galantuomini abbiano approvato una legge-burla come quella sul conflitto di interessi, quella che - appunto - dovrebbe segnare il confine tra politica e affari? Una legge che certo ha regole meno vincolanti per il presidente del consiglio di quelle che disciplinano il gioco delle tre carte (dal momento che, secondo un primo parere di Authority, il premier è considerato estraneo ai benefici di una legge del suo governo perfino quando su di essa abbia posto la questione di fiducia)? E’ possibile che onesti patrioti abbiamo approvato un progetto di Costituzione che cerca di fare avanzare l’idea di più "nazioni" nella Repubblica; di diritti fondamentali ineguali per regioni ricche e per regioni povere; di più frammentazioni burocratico-territoriali? E, ancora, è possibile che uomini con qualche scrupolo etico-democratico abbiano potuto far passare una legge elettorale che abolisce, senza le preferenze e senza i collegi uninominali, lo storico legame di responsabilità e di rappresentanza tra parlamentari e territorio e che, lacerando la Costituzione, falsifica la base elettorale del Senato (così mettendo a rischio certo la governabilità del Paese)? No, non è possibile: la supremazia del numero è stata adoperata per scopi diversi da quelle virtù repubblicane. Non c’è stata onestà, né lealtà nazionale, né scrupoli democratici nel concepire e approvare leggi così dirompenti per il comune senso delle istituzioni, per le stesse tradizioni popolari poste alla loro base.
Ma all’azione si è congiunta, forse più grave, l’omissione. Quando quella stessa enorme maggioranza parlamentare, pur capace di tali rivolgimenti, ha preferito invece far marcire, fra gli scandali, contro la norma costituzionale sulla tutela del risparmio, le regole di governo dei mercati finanziari, delle società, delle banche. E alla fine, quando è diventata insopportabile la situazione, ha imposto, per muoversi, un’ultima mancia per allentare le norme sul falso in bilancio...
E’ in tutto questo che la questione istituzionale ha coinciso rovinosamente con la questione morale. E’ tutto questo che oggi rende irreparabile la "diversità" del berlusconismo.
Dice un grande giurista tedesco che la essenza dello Stato costituzionale è nel "principio di speranza". A chi affidare allora la speranza che tanto disordine sia corretto se non a chi l’ha combattuto giorno dopo giorno per cinque lunghi anni, dimostrando così nei fatti di non essere come gli altri, di essere anzi simmetricamente "diverso" da essi? La speranza dell’alternanza alle prossime elezioni è dunque soprattutto la speranza di un nuovo ordine che ricominci con l’onestà repubblicana verso le istituzioni.
Certo: non è questione di superiorità morale. L’opposizione che ha contrastato, per una intera legislatura, e ancora dovrà contrastare in queste ultime settimane, norme ripugnanti per l’etica pubblica, ha fatto solo il suo dovere civico. Ma ha mantenuto viva, con questo quotidiano impegno che ha coinvolto partiti, associazioni, piazze e parlamento, la più grande delle questioni morali: la questione della democrazia. La bussola infallibile da tenere d’occhio quan

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