Società civile vent’anni dopo
Corrado Stajano
Un po' di storia recente...e ancora attualissima. Da l'Unità, 24 novembre 2006 (m.p.g.)
Ieri sera allo Spazio Krizia di Milano il Circolo Società civile ha ricordato il suo ventesimo anniversario. Fondato, su impulso di Nando Dalla Chiesa, da 101 cittadini milanesi, professori, giuristi, architetti, artisti, scrittori, giornalisti di gran nome o che un gran nome avranno, il Circolo e il giornale omonimo rappresentarono, alla metà degli anni Ottanta, un vigoroso segno di ripulsa e di ribellione contro la corruzione divenuta soffocante. Ai 101 si aggiunsero via via altri 400 soci: Società civile divenne il concreto simbolo di una vigile opinione pubblica.
Si sapeva tutto o quasi nella «Milano da bere» di quel che stava accadendo nella città craxiana, si conoscevano anche le tariffe del malaffare nel quale erano coinvolti tutti i partiti politici con differenti livelli di responsabilità, democristiani e socialisti in testa. Possedendo le leve del potere erano infatti in grado di distribuire appalti e donativi, ingenti somme per finanziare i partiti, non poco denaro per le tasche di politici corrotti. Fu l’odore della corruzione e la prova della sua esistenza la molla che suscitò la reazione di un gruppo consistente di cittadini. Rappresentavano la borghesia responsabile che rifiutava le pratiche della corruzione istituzionalizzata: la ritenevano deleteria per il bene comune, politicamente, eticamente, finanziariamente.
Il Circolo durò una decina d’anni. Ne facevano parte professori universitari come Valerio Onida, futuro presidente della Corte costituzionale, Guido Martinotti, Raffaella Lanzillo, Giorgio Galli, Alberto Martinelli, Stefano Draghi, Franco Rositi; giornalisti di fama come Camilla Cederna, Giorgio Bocca, Alberto Cavallari, Carlo Rognoni, Giampaolo Pansa, Carlo Stampa, Paolo Murialdi; magistrati come Gherardo Colombo, Edmondo Bruti Liberati, Giuliano Turone, Luigi De Ruggiero, Armando Spataro, Livia Pomodoro, Piercamillo Davigo, Ilda Boccassini e poi Mariuccia Mandelli (Krizia), Franco Parenti, Enrica Domeneghetti, Luigi Santucci, Eolo Mazzotti, padre David Maria Turoldo, Cini Boeri, Alessandro Dalai, Silvio Novembre. E molti altri. Una quantità (e qualità) di persone che adesso sarebbe assai più difficile coinvolgere in un impegno per la comunità.
Il Circolo e il giornale, diretto da Gianni Barbacetto, ebbero con i pochi mezzi a disposizione una funzione importante e al di là delle aspettative: per svegliare le coscienze, per denunziare speculazioni e storture che porteranno, nel 1992, all’inizio dell’inchiesta «Mani pulite» di cui adesso si tenta di dire che nacque soltanto per l’accanimento dei magistrati i quali avrebbero perseguito il progetto di coloro che allora sostennero l’inchiesta della Procura di Milano. Purtroppo la ruberia fu ben reale come lo furono gli imprenditori (e i politici) che si mettevano in coda per confessare ai magistrati le modalità della legge da loro violata.
Circolo e giornale discussero temi spinosi e crudi che gli organi della grande informazione si guardavano bene dal toccare: gli affari e i partiti a Milano e altrove: le tangenti e la pratica amministrativa; il caso Ligresti; la questione morale analizzata non tanto con astratte dichiarazioni d’intenti, ma con specifici e particolareggiati esempi di corruzione.
Il giornale fu anche un laboratorio di scrittura e d’inchiesta. Con Barbacetto uscirono da Società civile eccellenti giornalisti come Mario Portanova, Giampiero Rossi, Mario Calabresi, Umberto Brindani, Sofia Basso, Elena Cosentino, Andrea Riscassi: diede un gran fastidio con le sue indagini sulle connessioni tra politica e poteri criminali nell’hinterland milanese, Bruzzano, Buccinasco, Rozzano, Trezzano - piaghe sempre vive -, con la denunzia delle degenerazioni che riguardavano strati non piccoli della società produttiva, l’ortomercato, il mercato del pesce, le imprese di pulizia, i cantieri dell’edilizia, le aste, i fallimenti di imprese occulte, la diffusione del racket. Senza dimenticare mai che Milano è sempre stata un terminale di affari politico-mafiosi: la mafia ha sempre bisogno, infatti, di una grossa banca per i suoi traffici e dopo la Banca Privata Italiana di Sindona è stata la volta del Banco Ambrosiano di Calvi e, dopo, delle innumerevoli finanziarie dal volto oscuro.

Ma i temi centrali delle discussioni tra i soci di Società civile riguardavano il rapporto tra cittadini e istituzioni, la distanza incolmabile tra Paese ufficiale e Paese reale, la necessità di mutare le logiche politiche. Aveva provocato polemiche l’articolo 5 dello Statuto di Società civile che vietava di associarsi al circolo ai parlamentari, ai consiglieri regionali, provinciali e comunali e anche a quanti svolgevano professionalmente un’attività politica all’interno di un partito. C’era qualche esagerazione, ma la maggioranza dei soci non presumeva una superiorità morale della società civile sulla società politica. Non riteneva che tutto quanto fuori dalla politica fosse di per sé civile. Il Circolo Società civile non nasceva contro i politici i quali non sapevano neppure che quella dizione era vecchia di secoli, risaliva ad August Ludwig von Schlözer (1794) ed era stata discussa da Marx, da Hegel, da Rousseau, da Gramsci.
Bisognava, dopo il craxismo e la degenerazione di quella politica, cercare di spaccare un sistema immobile, bloccato, che impediva di far politica, appunto. Bisognava cercare di discutere in modo non strumentale, non lottizzato, non meccanico i problemi essenziali della vita e della società. Tra gli altri la trasformazione di uno Stato anchilosato, la corruzione ritenuta un costo di produzione, la liberalizzazione dell’informazione, la sua uscita dagli interessi inconfessabili del potere economico e politico. L’esigenza era quindi politica, non di qualunquistico rifiuto della politica.
Il tempo politico è più lungo del tempo reale, se si pensa a quel che è accaduto in Italia e nel mondo dal 1986 a oggi. Ma vent’anni dopo, non pochi di quei problemi posti al centro della discussione dal Circolo Società civile sono di piena attualità. La cancellazione del voto di preferenza unico, la legge elettorale berlusconiana che toglie al cittadino elettore ogni possibilità di giudizio politico, hanno reso ancora più profondo il fossato tra governanti e governati. Il cittadino non sa neppure chi sia il proprio rappresentante in Parlamento. Ha votato come un cieco. Anche per questo è risultato ancora più difficile spiegare l’indispensabilità di una non facile legge finanziaria, come quella attualmente al Senato, da approvare in stato di necessità in nome del popolo italiano.
Tra il castello dei poteri e i cittadini sono saltati i ponti levatoi.

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