Società civile: fine di un mito
Ernesto Galli della Loggia
Analisi spietata di una società che persegue ostinatamente il proprio 'particulare' contro gli interessi collettivi. Dal Corriere della Sera, 14 agosto 2006 (m.p.g.)
Con le furiose proteste di tassisti, avvocati, notai e farmacisti che hanno fatto seguito al decreto Bersani, e con quelle più che probabili di domani, se qualcuno oserà mai toccare i privilegi di altri gruppi e ordini professionali (a cominciare per esempio dai primari ospedalieri e dai giornalisti) dovrebbe essere finita per sempre (forse) la breve vita del mito italiano della «società civile».
Un mito che nacque e furoreggiò, come molti ricordano, a cavallo degli anni '80-'90 — gli anni dell'ultimo craxismo e del Caf, un acronimo che designava l'alleanza Craxi-Andreotti-Forlani — e raggiunse l'acme nella stagione di «Mani pulite». Il contenuto del mito era ed è semplicissimo: da un lato ci sarebbe l'insieme dei partiti, raffigurati alla stregua di un covo di clientelismo, di inefficienza, e soprattutto di politicantismo corrotto (la «partitocrazia»); dall'altro invece, e ovviamente contrapposta ai primi, l'Italia operosa degli «onesti» (un tempo si parlò addirittura di dar vita a un «partito degli onesti»), dei difensori della legalità, pensosi del bene pubblico e di quelle istituzioni che i partiti invece avrebbero occupato come terra di conquista. Quindici anni fa quel mito si mostrò efficacissimo nel distruggere il sistema politico della prima Repubblica con i suoi attori (per primi la Democrazia cristiana e il Partito socialista), e nel produrre o rafforzare all'estremo un sentire antipolitico che da allora non ha smesso di dilagare.
Da allora il mito della società civile non è venuto meno, ma anzi è divenuto parte costitutiva del discorso ufficiale della Repubblica, anche se la sua sempre crescente dose di retorica (e di irrealtà) ne hanno progressivamente ridotto sia l'impatto che l'efficacia. A tenerlo in vita, paradossalmente, sono stati quasi sempre, gli stessi uomini dei partiti, i quali, essendo ormai i partiti stessi sbriciolati, e loro rimasti perlopiù privi di legami con qualsiasi quadro ideologico coerente e definito, nonché alle prese con un elettorato sempre più segmentato, hanno cercato la propria legittimazione affannandosi ognuno a presentarsi come espressione della società suddetta, dei suoi ideali, delle sue esigenze, e naturalmente delle sue intrinseche virtù.

Ma dietro la nascita e la fortuna di quel mito c'è stato qualcosa di più del caso o dell'opportunismo. C'è stato, io credo, il desiderio, in qualche modo radicato nell'inconscio politico del Paese, di vedere finalmente cancellata una sua tara storica, l'oggetto di infinite analisi pessimistiche che da almeno due secoli a questa parte hanno accompagnato la nostra vicenda collettiva. Secondo le quali l'elemento decisivo dell'arretratezza storica italiana sulla via della modernità sarebbe da rintracciare, per l'appunto, nello scarso sviluppo della sua società civile. La mancanza di una società civile con solide radici, ramificata, ricca di iniziative, avrebbe costituito, infatti, con il peso del suo potere vuoi una delle principali cause dei limiti e della debolezza del Risorgimento, vuoi della costruzione, dopo il 1861, di una vita nazionale caratterizzata dal ruolo soverchiante dello Stato e di conseguenza della politica. Un ruolo soverchiante dello Stato nell'ambito economico (si pensi al protezionismo prima, e all'industria pubblica poi), ma soprattutto nel costume e per così dire nella vita morale del Paese.
Qui, con il peso del suo potere e delle sue istituzioni, esso avrebbe ancor più rafforzato la propensione italiana al conformismo, all'ossequio almeno apparente verso i «superiori», a stare stretti al proprio «particulare». «In Italia — scriveva intorno al 1820 Giacomo Leopardi, con parole che sarebbero riecheggiate infinite volte, si può dire fino ai giorni nostri — la società stessa, così scarsa com'ella è, è un mezzo di odio e di disunione (...); la società che avvi in Italia è tutta a danno ai costumi e al carattere morale, senza vantaggio alcuno».
Il mito della società civile diffusosi negli anni '80-'90 e durato fino ad oggi può essere considerato l'ultima versione di quella «riforma intellettuale e morale degli Italiani» che auspicava Gramsci e tanti altri prima e dopo di lui per porre rimedio al principale difetto della nostra storia. Anche questa volta però qualcosa non ha funzionato. Il messaggio trasmesso nelle settimane scorse da tassisti, proprietari di farmacie e avvocati, pronti ad essere imitati domani stesso da moltissimi altri, non poteva, infatti, essere più chiaro: «Del bene generale, della soluzione più razionale e conveniente per tutti, della necessità di rispettare pure nella protesta più accesa le esigenze elementari della collettività, di tutto ciò — ci ha detto quel messaggio — non ci importa un granché. La sola cosa che c'importa è che non vengano toccati i nostri interessi: anche se poggiano su privilegi ingiustificabili». Il che, come si capisce, contraddice alla radice l'idea di società civile; la quale, comunque la si voglia definire nei dettagli, non può però andare disgiunta, secondo tutti i suoi teorici, dall'idea di rappresentare un polo di sostanziale positività, qualcosa che vede sì, magari, la prevalenza degli animal spirits, ma pur sempre tenuti insieme e a freno da qualche forma generalizzata di razionalità e di rettitudine di fondo, di benevolente attenzione per gli altri.

Ma come i fatti hanno mostrato le cose in Italia non stanno per nulla così. Si è visto che quella assenza di società civile che tutta la nostra tradizione si è abituata a lamentare è un'assenza sì, ma a cui corrisponde un formidabile pieno: il pieno delle corporazioni. È questa la vera specificità negativa dell'Italia e della sua secolare vicenda, il peso enorme che da noi hanno tutte le associazioni particolari, dalla famiglia alle molte altre che, a scala sempre maggiore, ne riproducono patologicamente alcuni meccanismi: il carattere originario e obbligatorio del vincolo, il mutuo soccorso sperato e assicurato, la inevitabile limitatezza degli orizzonti. La famiglia (termine non a caso fatto proprio dalla massima associazione criminale del paese), il clan, la comitiva, l'ordine, la corporazione, e poi, e insieme, tutto ciò che ha sapore di «parte», che ha radici nel «locale», nel «paese», negli «amici», nelle cose «di casa»: sono questi da secoli i pilastri poderosissimi intorno ai quali si è costruita la società italiana: ammasso di gruppi organizzati, spasmodicamente presa dai suoi interessi settoriali, avidi ognuno di esclusive e monopoli. La quale società non è in grado di conformarsi ai pii desideri dei teorici della «buona» società civile proprio perché troppo piena di un'altra società, che per il fatto di non piacerci non è per questo meno società dell'altra. Ed è anzi tanto forte, questa seconda, non solo da riuscire ad opporsi vittoriosamente allo Stato e ai suoi poteri, ma da riuscire spessissimo a penetrarlo e a contagiarlo con le proprie logiche, assimilando a sé, al modello familiare-corporativo alcuni degli stessi strumenti della sua modernità democratica, come i partiti e i sindacati.
Anche se forse non è molto di moda dirlo, questa è l'unica, genuina società che c'è oggi in Italia, e sognarne una che non c'è non porta molto lontano; ciò che continua sempre più a mancarci, invece, è uno Stato in grado di fare valere contro di essa l'interesse generale.

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