Signori evasori, è ora di pagare
Bianca Di Giovanni
Finalmente si comincia a far pagare le tasse anche a chi non è lavoratore dipendente. Da l’Unità del 6 agosto 2006


BENGODI L’Italia è davvero il Belpaese: barche, auto di lusso e case. Tante case. Meglio se di pregio, circondate dal verde e con vedute mozzafiato. Silvio Berlusconi lo sapeva bene e lo ripeteva ad ogni occasione. Nuovi poveri? Ma dove? Se i ristoranti sono
pieni e i compagni di scuola dei miei figli hanno almeno un paio di telefonini. Vero, tutto vero. Nella Penisola ci sono oltre 7 milioni di auto di lusso circolanti. Negli ultimi mesi sono stati venduti circa 40mila Suv di lusso, 10mila Mercedes, altrettante Audi A6. Dal 2005 ad oggi sono stati venduti 150mila fuoristrada del valore di 50mila euro, di cui 74mila (quasi la metà) nei primi mesi di quest’anno. Se si cambia mezzo di trasporto, le cifre non cambiano di molto. Le imbarcazioni da 17 metri nel 2005 erano 65mila. Ma le vere scintille si vedono nel mercato immobiliare. Altro che barche e Rolls Royce: qui si parla di appartamenti in palazzi d’epoca, ville circondati da parchi, attici panoramici. Nel 2004 ne sono state acquistate 35mila unità. Sotto le Alpi poi una casa sembra non bastare a chi vive nell’agio: le famiglie proprietarie di almeno tre abitazioni sempre due anni fa erano 566mila (mezzo milione).
Questa folta moltitudine di ricchi si incontra al mare sugli yacht ormeggiati nei porti, e in città. In quei famosi ristoranti sempre pieni, per l’appunto, oppure nelle feste degli amici (sai, ho preso l’ultimo modello della Porsche Cayenne....). Gli unici a non intercettarli tanto facilmente sono gli uomini del fisco, se è vero (come è vero) che sono solo 17mila i contribuenti che dichiarano redditi superiori ai 200mila euro. Difficile pensare che ciascuno di loro abbia decine di barche e migliaia di auto. Chiaro che tutto quel Bengodi resta allegramente nelle tasche dei cittadini e non viene neanche leggermente filtrato dallo Stato. Anzi: a quanto pare più si è ricchi più ci si sente legittimati a fare il proprio comodo con i propri (propri?) soldi, senza rispettare le regole e i patti fondamentali del vivere sociale. Tant’è che di fronte ad uno Stato che non riesce a costruire strade, ferrovie, ponti, oberato da un debito pubblico che equivale a oltre il doppio della sua intera ricchezza, affannosamente alla ricerca di un pareggio di bilancio che sembra una chimera, quando il governo ha iniziato a dire di voler fare la lotta all’evasione (controllando i redditi da lavoro dei professionisti, roba dell’altro mondo per l’Italia) si è gridato allo scandalo. Con il decreto Bersani-Visco si dota l’amministrazione di strumenti più moderni. Eppure una certa Italia si è sentita oltraggiata. Si è evocato il grande fratello, anche se nessuna parte delle procedure necessarie per aprire un’indagine è stata modificata. Semplicemente si sono accorciati i tempi per le verifiche grazie a supporti più innovativi. Un passo normale, che nel Paese del liberi tutti (anzi, solo alcuni, perché i dipendenti non lo sono affatto) sembra una rivoluzione.
Eppure l’Istat registra un «nero» che sfonda i 200 miliardi di euro, e che si concentra nell’agricoltura, nelle costruzioni (insieme oltre il 30%) e nel terziario (circa il 20%). Secondo altre stime, il 25% della ricchezza prodotta dal paese resta irregolare: un euro ogni 4. Il tutto nella più assoluta indifferenza della popolazione. Che soffre in silenzio, visto che l’altro primato di questa Italia è l’alto grado di diseguaglianza. Per Bankitalia il 10% dei più ricchi controlla il 43% della ricchezza, mentre sul fronte opposto il 10% dei più poveri non arriva a controllare l’1%.
In una situazione così sorprende la tolleranza generalizzata per l’illecito fiscale. L’amministrazione spesso ha giocato a mosca cieca (parole di Pier Luigi Bersani) con alcuni contribuenti. La prova? Si vedano lr dichiarazioni. Che i ristoratori dichiarino in media quanto i metalmeccanici (circa 20mila euro) fa ridere (o piangere). Stesso dicasi per i dentisti che staccano di poco i docenti universitari (42.800 contro 38.500). Sempre i ristoratori guadagnano meno dei poliziotti. Sarà un caso, ma nell’ultima relazione annuale l’Agenzia delle entrate ha rivelato che oltre il 92% dei controlli è risultato positivo. Come dire: come cercano il nero lo trovano. Ma in giro non si sente aria di ribellione. Anzi, gli sforzi del governo Prodi per recuperare qualche grado di legalità e di equità sono messi all’indice da molte forze politiche come troppo punitive. Significativa l’interpretazione fornita da un’associazione culturale di finanzieri (ficiesse- finanzieri cittadini e solidarietà) in un documento sulla lotta all’evasione. Ecco l’analisi: «La situazione attuale discende dal fatto che in Italia, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, si è gradualmente creato un particolare equilibrio tra categorie produttive per il quale, a fronte delle conquiste ottenute dai lavoratori dipendenti in termini di sicurezza del posto di lavoro, di livelli retributivi e di regimi pensionistici - si legge sul sito www.ficiesse.it - è stato di fatto consentito a imprenditori, artigiani e professionisti di pagare molte meno tasse (o di non pagarle proprio), grazie al ricorso a una molteplicità di meccanismi tra i quali in primo luogo l'evasione fiscale». Insomma, anche l’evasione farebbe parte del «patto». Difficile da digerire un’interpretazione di questo genere, che mischia diritti con reati e illegalità. Tanto più che un equilibrio di questo tipo non ha più le gambe per proseguire. I lavoratori dipendenti non hanno più né sicurezze, né buoni livelli retributivi, né certezze previdenziali. Devono pagare tutto: l’inflazione in aumento, le vicissitudini della precarietà del lavoro e anche una pensione aggiuntiva. Oltre naturalmente alle tasse. Non possono continuare a pagare anche le rendite di chi è «libero» dal mercato e dal fisco.

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