La scommessa di governare il paese degli ossimori
Eugenio Scalfari
L’opinione del fondatore di la Repubblica sulle polemiche della settimana e sugli attori dell’economia italiana, nel numero del 4 giugno 2006


Bertinotti è l´ossimoro materializzato in una persona, anzi in un´istituzione. Va alla parata militare del 2 giugno con una spilla arcobaleno (colori del pacifismo) appuntata sulla giacca e l´accarezza ostentatamente mentre assiste in piedi, alla sfilata dei paracadutisti, degli incursori, dei bersaglieri, dei carabinieri, con le loro bandiere di guerra. Irrita i militari che rappresentano la patria e irrita i movimentisti che sfilano per conto loro in un´altra zona della città. Francesco Merlo ne ha fatto ieri su queste pagine un bellissimo ritratto, il ritratto delle contraddizioni.
Ma – ci tengo a dirlo – l´intera civiltà moderna (e non soltanto quella occidentale) è una foresta di contraddizioni, una grammatica irta di ossimori. Bisognerebbe dedicare un libro, e non basterebbe, a questa nuova modalità del linguaggio, a questa rottura della forma e quindi del pensiero. In politica, nell´arte, in filosofia.
Non si tratta d´un fenomeno di questi ultimi anni; è venuto in superficie da quando la verità assoluta è stata messa in discussione e con essa i canoni che la sostenevano. Picasso ha mandato in pezzi gli ideali classici della bellezza.
Nietzsche quelli del sistema filosofico. Joyce l´unità dell´io. Il Leopold Bloom del suo Ulisse è un ossimoro fatto personaggio, ben più radicale di Bertinotti. Questa è la debolezza e insieme la forza della modernità (ecco un altro ossimoro): di essere contraddittoria, aperta all´imprevisto, magmatica, pragmatica. Infine, priva di senso e quindi piena di paura ma ricca di avventure. Non emendabile, almeno per ora. Priva di valori egemoni. Forse priva di valori "tout court".
Leggevo in questi giorni i commenti di alcuni studiosi di economia e i loro rimbrotti verso quei governi che danno troppo spago alla disparità di opinioni cercando di conciliarle con compromessi al ribasso. Leggevo anche analoghi giudizi da parte di imprenditori: vorrebbero governi capaci di decisioni impopolari, purché naturalmente l´impopolarità fosse a senso unico e privilegiasse gli interessi della categoria.
Faccio osservare che il presidente della Confindustria di fronte all´insorgenza della platea di Vicenza demagogicamente stimolata dall´empito appassionato di Berlusconi, ha modificato la rotta e il linguaggio, ha preso le distanze dal nuovo governo e dalle organizzazioni sindacali, ha insomma visibilmente spostato la barra del suo timone.

Cioè ha tenuto conto di Vicenza, ha dovuto tenerne conto, ha dovuto riconquistare credibilità e popolarità tra i suoi associati. La democrazia non può prescindere dal consenso. La classe dirigente democratica deve essere sostenuta dal consenso.
Deve cercare di spostarlo a proprio favore e allo stesso tempo ne risulta essa stessa spostata. La civiltà dell´ossimoro è obbligata a compiere questi diuturni esercizi.
Sapete chi meglio rappresenta quella forma retorica da almeno sessant´anni? Giulio Andreotti. A me non piace neanche un po´, ma se c´è un ossimoro puro, personificato, è lui. Intramontabile, inaffondabile, di tutte le stagioni, scherza coi fanti ma anche con i santi, stringe alleanze a destra e a sinistra, prega e si comunica, il suo cinismo è talmente rivoltante da essere diventato un´opera d´arte. Petrolini non gli sarebbe piaciuto ma Pippo Franco e il Bagaglino lo incantano.
Sempreverde, Giulio Andreotti. Infatti a 87 anni è ancora l´uomo del giorno. Non siede al Quirinale per puro caso. Io dico per fortunato accidente. Ce ne siamo salvati per il rotto della cuffia.
* * * *
Il problema politico di oggi parrebbe quello del disgelo tra le due coalizioni. Gettare ponti transitabili tra l´una e l´altra. Che si parlino e si riconoscano reciprocamente. Tutti ne sarebbero contenti o almeno la maggior parte, salvo alcuni manipoli di irriducibili.
Questa è l´apparenza. Mi domando se sia anche la sostanza. In proposito qualche dubbio ce l´ho.
Per esempio Berlusconi. Per lui rinunciare al muro contro muro è un rischio molto alto. Se allenta la presa aumenta lo spazio al gioco libero dei suoi alleati e anche di alcuni forzisti di eccellenza: Tremonti, Scajola, Dell´Utri, tanto per dire. Perfino Bossi e qualcuno dei colonnelli leghisti. Ha detto che il referendum non sarà più considerato il giorno della rivincita e della spallata al governo. Che altro poteva dire? Il referendum costituzionale non ha «quorum»: chi vota vota, chi vince vince. Sarà molto se il 25 giugno, con mezza Italia già in vacanza, andrà alle urne il 50 per cento degli elettori. Mettiamo il caso che vincano i "sì". Vinceranno per un pelo e così pure se vinceranno i "no". Una spallata col 25 per cento di consensi?
Quindi niente rivincita. Ma il muro contro muro, per Berlusconi, deve continuare. Quanto agli alleati, tenterà di imbrigliarli nel partito unico dei "popolari" o moderati che dir si voglia. Grosso problema. Sarà un partito con altrettante correnti. Ogni corrente parlerà il suo linguaggio come prima e più di prima. Quanto alla base, il disgelo avrà come naturale effetto il formarsi di molti "iceberg" che navigheranno in preda alle correnti. Alle convenienze. Agli interessi.
Follini (e forse Tabacci) prenderanno il largo. Una zona franca, un ponte percorribile tra i ghiacci dell´Islanda e la corrente del Golfo. Condizione pessima per il Capo dei capi, ma ideale per negoziare i salvacondotti in favore del proprietario di Fininvest-Mediaset.
A sinistra la situazione non è meno complicata. La fine del muro contro muro conviene certamente alla Margherita, più libera di muoversi verso il centro. Ma non per liberarsi di Prodi. Se Prodi dovesse cedere prima dei cinque anni, a succedergli ci sono già numerose prenotazioni cominciando da Walter Veltroni, da Fassino, da Bersani. La Margherita potrebbe fare piccolo cabotaggio ma non molto di più. L´idea di scomporre e ricomporre i poli mi sembra molto improbabile. Quella di spostare al centro l´asse sociale, altrettanto.
Nelle ultime pagine di Guerra e pace Tolstoj espose la teoria del pendolo: la società, scrisse, pendola tra l´Est e l´Ovest; i grandi uomini non guidano ma seguono questi movimenti che si svolgono nel profondo. Napoleone seguì il moto dall´Ovest verso Est, lo zar Alessandro pochi anni dopo seguì il moto contrario.
Se dovessimo applicare la teoria del pendolo, che non è priva di una sua saggezza statistica, dovremmo dire che la società di questi anni (quella italiana, ma non soltanto) si sta spostando dall´ubriacatura liberista dello Stato supplente, ad una posizione di interventi pubblici mirati a proteggere i diritti: diritto alla previdenza, diritto alla salute, diritto al salario minimo garantito, diritto ad un lavoro flessibile ma non precario. Diritto delle donne di guidare la realizzazione del bene comune. Diritto delle piccole imprese d´esser assistite a sopravvivere modernizzandosi.
Questi diritti e altri ancora consimili non sono né di destra né di sinistra ma nemmeno di centro. Sfuggono a queste classificazioni, ma una cosa è certa: hanno lo Stato e le istituzioni pubbliche come interlocutori.
La fase del liberismo e del mercato senza regole è passata. Non ha lasciato molte tracce positive. Non ha smantellato le corporazioni. Ha disastrato il bilancio del Paese. Non ha realizzato le infrastrutture. Ci ha allontanato dall´Europa. Non ha liberato i ceti medi dalle loro paure.
Certo ha premiato molta gente. Ha consentito un trasferimento di ricchezza formidabile a vantaggio di una consistente minoranza. Proprio perché consistente non la si può ignorare, ma neppure subirne il ricatto.
La modernizzazione del Paese viene agitata come una bandiera e come un programma soprattutto nei confronti dei sindacati. Capisco le buone intenzioni, capisco il peso dell´invecchiamento della popolazione e la necessità di porvi riparo, capisco l´accento sulla flessibilità del lavoro.
Ma c´è un altro immenso settore della società che va anch´esso accompagnato e indotto alla modernizzazione ed è quello della piccola e piccolissima impresa. Il miracolo del Nordest (e non solo del Nordest) ha avuto come fondamento il lavoro personale dell´imprenditore (e dei lavoratori immigrati), l´innovazione dei processi (ma quasi mai dei prodotti) e l´evasione fiscale e contributiva rimpiazzate dall´aumento del debito pubblico. Alcuni di questi fattori del miracolo sono finiti o stanno per finire o addirittura debbono finire.
Se è vero, ed è purtroppo vero, che il reddito sommerso ammonta al 25-30 per cento del Pil, evidentemente è in quel bacino che vanno trovate le risorse delle quali c´è bisogno per rilanciare l´economia e raddrizzare i conti dello Stato. Padoa Schioppa e Visco lo sanno. Prodi ne ha fatto uno dei perni della sua campagna elettorale. Lo sa benissimo anche Draghi e mi ha stupito che la parola "sommerso" non sia comparsa affatto nella sua pregevole relazione del 31 maggio. Un quarto e forse un terzo del Pil non contribuiscono alle risorse comuni e il governatore non ne fa cenno? Dove sta questa massa enorme di risorse fuori controllo?
Mi ha altresì stupito la notizia delle proteste che Rutelli avrebbe sollevato nell´ultimo Consiglio dei ministri nei confronti di Padoa Schioppa per aver concesso al viceministro Visco eccessive deleghe per la gestione dell´entrate. Visco è una delle vere risorse tecniche di cui dispone il governo. Ha accettato un ruolo di vice essendo stato per anni ministro titolare delle Finanze e poi di tutta l´Economia. Merita lode per quell´accettazione e merita lode Padoa Schioppa per averlo delegato alla gestione delle entrate. Sicché le proteste di Rutelli riescono incomprensibili.
* * *
Rimane da capire ragioni e interessi di quella "consistente minoranza" che del convegno confindustriale di Vicenza fece la sua "Pallacorda" (quando nacque il Terzo Stato alla Costituente francese del 1789) e che si è spellato le mani nell´applauso a Gianni Letta in occasione della recente assemblea della Confindustria.
A quella che ho definito «borghesia produttiva e moderata» ho dedicato domenica scorsa un articolo intitolato Che cosa vuole la borghesia italiana? Ho ricevuto molte lettere di consenso e di dissenso. Assai massimalistiche da entrambe le parti. I consenzienti hanno rincarato le mie tesi sostenendo che quella borghesia non merita alcun riguardo; i dissenzienti mi hanno dato semplicemente del fazioso para-comunista. Mi sembrano, tutte e due, reazioni sbagliate.
In realtà la borghesia cui mi rivolgevo è certamente produttiva nel senso che produce reddito, ma nella sua maggior parte non è affatto moderata. Per certi aspetti è fortemente innovatrice, assume rischi, conquista mercati, lavora a corpo morto insieme alla propria famiglia. Da questo punto di vista si potrebbe addirittura definire progressista.
Ma è anche una borghesia fortemente ideologizzata. La sua ideologia è la fabbrichetta. La sua fabbrichetta. Quella è la fonte dei suoi guadagni, il luogo del suo lavoro e della realizzazione di sé, insomma la sua vita. E lì comincia e lì si conclude. È totalizzante. Tutto ciò che accade fuori da quell´orizzonte mentale viene giudicato secondo che sia utile alla fabbrichetta oppure no.
L´aumento delle dimensioni dell´impresa facendovi entrare nuovi azionisti non è utile, perciò non si fa. I condoni sono utili e perciò si approvano. La mancanza di regole è utile. La ricerca, a quelle dimensioni aziendali, è impossibile. Le infrastrutture sono necessarie. La previdenza non è necessaria, è troppo costosa. Le tasse sono insostenibili.
Mi guardo bene dall´affermare che l´intera platea delle imprese piccole e piccolissime sia schiava di questa ideologia. Ve ne sono con quattro, dieci, quindici dipendenti che lavorano a prodotti di alta ed altissima tecnologia. Ma la grande maggioranza è ferma ad un miracolo (ex) di cui ho già accennato i fondamenti. In gran parte un miracolo sommerso.
Questa è la «consistente minoranza» sicuramente produttiva ma con scarso valore aggiunto, fiscalmente e contributivamente assente almeno per il 70 per cento.
Pretendere di mandarla a gambe all´aria sarebbe pura follia. Proporle un piano di rientro graduale ma non scandito sull´eternità è necessario. Tentare di de – ideologizzarla è arduo ma non impossibile. Finora quella «consistente minoran za» se ne è infischiata dei guai della finanza pubblica. Ha chiesto prestazioni (doverose) senza responsabilizzarsi dei costi. È evidente che così non si può continuare. Bisogna spiegarlo e dargli in contropartita i servizi efficienti che vengono richiesti.
Questa è la scommessa. Che significa governare governare governare.

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